Visioni. “Le città di pianura”, un piccolo capolavoro contemporaneo

Un film caratterizzato da una baraonda narrativa travolgente. Le città di pianura di Francesco Sossai, il film trionfatore dei David di Donatello 2026, è stato presentato in anteprima all’ultima edizione del Festival di Cannes, nella sezione Un certain regard, suscitando l’interesse del pubblico. L’opera seconda del regista originario di Feltre (Belluno) arrivata quattro anni dopo l’esordio nel lungometraggio con Altri cannibali, è stata ritenuta da gran parte della critica il miglior film italiano visto sulla Croisette e, in assoluto, una delle migliori pellicole della stagione. Il film, prodotto da Marta Donzelli e Gregorio Paonessa per Vivo Film, con Rai Cinema, in collaborazione con Philipp Kreuzer per Maze Pictures, Cecilia Trautvetter), distribuito in sala da Lucky Red e visibile in streaming sulla piattaforma Mubi, è diventato un caso: un piccolo capolavoro del cinema italiano contemporaneo. Le città di pianura, mettendo in scena un Veneto rurale, richiama il passo narrativo del cinema indipendente americano anni Settanta. Con un tocco volutamente country e personale. Racconta la storia di Carlobianchi (Sergio Romano) e Pierpaolo Doriano (Capovilla), due indolenti quasi sessantenni, che desiderano bere l’ultimo bicchiere. In realtà, la loro corsa edonistica alla bevuta finale si protrae per un’intera nottata e si trasforma in una sfida quasi esistenziale, definitiva, nel corso della quale passeggiano lungo le calli veneziane e, poco dopo si trovano all’aeroporto di Treviso per prendere un amico. Ma sbagliano aeroporto. Già. Perché i due amici si trovano sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Con un’eccezione: l’incontro con Giulio (Filippo Scotti), un giovane studente di Architettura, innamorato della bella Giulia, collega di studi appena laureata. Laddove Carlobianchi e Doriano risultano sfrontati, grotteschi e disincantati, ecco che Giulio si segnala in totale contrapposizione. Caratterizzato da timidezza, rigore e passione.

Le città di pianura è una commedia che un tempo si sarebbe definita agrodolce. Una sorta di riedizione del film Il sorpasso di Dino Risi dei giorni nostri. Con tratti meno satirici e, al contempo, meno tragici. Un fatto è certo: quel che più conta è la temperatura drammatica del tessuto narrativo. Le bevute notturne senza meta e senza sosta, le scorribande prive di approdi e di significato, sono l’antidoto utile ad allontanare la morte. Se il film di Risi, interpretato dal cinico viveur Bruno (Vittorio Gassman) e dall’introverso studente Roberto (Jean-Louis Trintignant) ha l’ambizione di descrivere l’Italia del boom economico, arrogante e ottimista, la regia di Sossai intende rappresentare un Paese dimesso, che ha smesso di lottare e vive di espedienti e di truffe ma che non rinuncia all’alcool. Le città di pianura narra una storia bislacca, ma in controluce affronta la crisi del 2008, la mancanza perdurante del lavoro, la retorica del mito del Veneto ricco e produttivo. Dal primo decennio del nuovo millennio la terra (non il territorio) è cambiata. Le città sono desolate, la vita sociale è azzerata, e la miseria avanza inesorabilmente. Nell’analisi del film va segnalata la magnifica interpretazione di Sergio Romano, attivo soprattutto nel panorama televisivo; e di Pierpaolo Capovilla, fondatore del gruppo rock veneziano One Dimensional Man e del Teatro degli orrori. Due protagonisti apparentemente improbabili. I due Gassman hanno due facce non da cinema eppure magnetiche, irresistibili, a cui si associa, quasi per converso, la magrezza recitativa del novello Trintignant Filippo Scotti.

Aggiornato il 07 maggio 2026 alle ore 19:45