Libri, attualità e contemporaneità: un equivoco da scampare

Karl Marx, da giovane studente, era agitato, irregolare, e “poeta”, meglio dire: componeva con intenzioni letterarie. Cambiò presto aspirazione, restando appassionatissimo di letteratura. Ammirò Dante, Shakespeare, Balzac, i greci, e formulò, ripreso e sistematizzato successivamente da György Lukács, il “realismo”. Dichiarato semplicisticamente, il metodo interpretativo denominato realismo vale significare: cogliere nell’opera la società nella dialettica orientativa e nei rapporti delle classi sociali. Al dunque: chi era effettivamente (realmente) l’aristocrazia nel XVII secolo in Francia, quali rapporti aveva con le altre classi, come e perché emergeva la borghesia, come emergeva il proletariato, che prospettive per la borghesia e il proletariato, e via. Intendiamoci, tutto ciò poteva essere mascherato, fantasticato. Per dire: Robinson Crusoe di Daniel Defoe, rappresentava l’individualismo imprenditoriale borghese capace di sormontare le difficoltà ingegnosamente, ed il suo servitore, Venerdì, è il “selvaggio” salvato e civilizzato da Robinson, però in raffigurazione, entrambi, fantasticata e ideologica. Non si tradisce la realtà, la si traduce in narrazione immaginativa. Insomma, “ideologia”, da intendere.

Marx era di manica larga, stimava Balzac giacché pur essendo un aristocraticissimo come ideologia personale rappresentava perfettamente, secondo Marx, i pregi e i difetti della aristocrazia, appunto, era “realista”. Come dicevo Lukács impianterà la sua “estetica” su tali fondamenta. Sono criteri oggi desueti o incompresi. Ma lo furono anche in passato. Lo scrittore Elio Vittorini, ad esempio, boccia Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa per il giudizio che l’aristocratico principe di Salina dà sulla borghesia, incapace di comprendere, Vittorini, che il principe di Salina si “deve” comportare da aristocratico che spregia la borghesia. Siamo nel realismo. Per non dire di Italo Calvino che forse animò il suicidio di Guido Morselli, cassandogli un romanzo ultrapessimista, come se Morselli facesse l’elogio del nulla e non piuttosto la tragicità. A non dire gli elogi per l’anticonsumismo e l’omologazione che predicava Pier Paolo Pasolini come se la fame e l’arretratezza del terzo mondo fossero gemme da lustrare.

La radicale incapacità dialettica sul realismo. Marx, però, si trovò a gestire una difficoltà che non sormontò, un’altra difficoltà inficia Lukács, dirò. Ecco. Se tutto è storico (materialismo storico) e con il mutamento degli strumenti di produzione mutano i rapporti di produzione, semplifico: se c’è la nave a vapore non c’è o scema la nave a remi o a vela, non ci sono i rematori bensì macchinisti; se c’è la fabbrica il contadino sovente si rende operaio. Gli strumenti produttivi cambiando suscitano classi sociali nuove, rapporti sociali nuovi. E il passato scompare! E invece, sbalorditivamente, l’arte resta, sopravvive alle fonti sociali che la ispira. Unica manifestazione al di sopra del tempo. L’epopea di Gilgameš ha migliaia di anni, la leggiamo con appassionatissima immedesimazione. Marx, che concepiva il vincolo tra cultura, ideologia, epoca, mutamento, cozzava in una radicale antitesi: l’arte scavalca il tempo nella quale sorge. Non muore con il proprio tempo. Non è il caso di notare come (non) viene risolta da Marx la faccenda. Da sorridere. Invece, la questione è semplice, l’arte rende sensibile il concettuale, conserva, imprigiona, sprigiona il sentire in quel che manifesta.

Se Francesca narra l’amore con Paolo, Dante non comunica, “esprime”, immette nella conoscenza il sentire e lo fa sentire a chi legge. Se Amleto dilemma sul fare o non fare, non informa, dilania la sua incertezza, la sente e la fa sentire, esprime. Se il povero derelitto Alonso Chisciano si fa Don Chisciotte per elevarsi dalla mestizia e farnetica realtà straordinarie per sottrarsi alla realtà ordinaria della scadente piccola nobiltà, non fa comunicazione, fa sentire quel che sente. Salvare il sentire e coniugarlo con il conoscere, arte, arte! E il sentire imprigionato nel conoscere appena conosciamo sbalza fuori, oltrepassa il tempo, si eterna. È la “forma”, la capacità di racchiudere il sensibile e sprigionarlo conoscendolo. Che significa? Che usare le categorie temporali all’arte è, sarebbe uccidere l’arte. Credere che un artista è attuale perché vive nel nostro tempo e sorpassato perché nel tempo andato è la più stringente incapacità di cogliere il segreto dell’arte, che sta nel contrario. È supremamente attuale anche nel non essere contemporanea. Una visione soltanto cronachistica dell’arte: il criterio che la Commissione addetta alla Riforma dei programmi scolastici sbaglia nel metodo. Confonde attualità e contemporaneità. A cogliere i dilemmi dell’agire, ad esempio, vale più il dialogo tra Arjuna e Krishna (Bhagavadgītā), antichissimo, che tutta la modernità.

E a imparare la combinatoria della scrittura con molti pensieri in una sola frase vale più Niccolò Machiavelli che i contemporanei. Abolire il presente? Mai! Ma non dare privilegio in nome della contemporaneità. L’eterno è sempre contemporaneo. Ed un Sonetto di Francesco Petrarca insegna la poesia, allora e adesso. Quanto sia illusionistica la socializzazione della letteratura e dell’arte lo palesa Lukács, il quale riteneva che non percepire l’attualità, che la borghesia declinava e si degenerava e il proletariato avrebbe realizzato le inattuate promesse borghesi, chi non lo capiva non era realista, non era artista, per Lukács. Lo contestai decenni passati sulla rivista Critica sociologica dell’amico Franco Ferrarotti, dicendo che il proletariato “non” avrebbe ereditato la borghesia e sarebbe scomparso prima della borghesia o con la borghesia. Infatti, sicché l’estetica storica di Lukács falliva. Attenzione, dunque. Non sacrificare il passato in quanto non contemporaneo, non credere che la contemporaneità sia per sé attualità. Nel territorio dell’arte e della capacità di concepire l’esistenza è un criterio fallace. Prendiamo da ogni tempo e da ogni parte. E questo vale anche per un criterio di privilegiare la conoscenza soprattutto della cultura occidentale quasi fondassimo la nostra identità chiudendo il recinto. Sono legatissimo al poeta ʿUmar Khayyām, persiano, XI secolo, non mi ha per niente scalfito dall’essere italiano ed europeo. Mi ha però “ricordato” che sono innanzi tutto “uomo” nell’umanità. Ma non mi preoccuperei. Il ministro Giuseppe Valditara è persona sorvegliatrice, accorta, e i docenti sanno il loro mestiere e non daranno importanza a uno pseudo Nnente solo perché del XXI secolo.

Aggiornato il 28 aprile 2026 alle ore 11:36