
Tutto potrebbe partire da una domanda: i soldi fanno la felicità? La risposta può essere vaga e più o meno razionale. Ma nel saggio “La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare” (Franco Angeli editore), Domenico Petrolo risponde con un altro quesito: “Perché tutto a un tratto la nostra identità è più importante del nostro stipendio?”. C’è un momento, infatti, in cui anche le parole cambiano campo. Non sono più bandiere di partito, ma strumenti per capire. E “identità” è una di queste. Per anni è stata lasciata alla destra, vista con sospetto, un cimelio impolverato da maneggiare con cautela. Figlia del pregiudizio. Oggi, lentamente, qualcosa si muove anche a sinistra e qualcuno si accorge che il concetto non è più da bannare.
Chi siamo? Non è una domanda ideologica. È una domanda umana. E quando una domanda umana resta senza risposta, prima o poi qualcuno la prende in carico. Prova a rispondere. Negli ultimi dieci anni lo hanno fatto i conservatori. Hanno capito che la paura non si combatte con un grafico del Pil, né con una detrazione fiscale. Né con mancette di Stato. Hanno capito che c’è qualcosa che viene prima del portafoglio: la percezione di sé, il senso di appartenenza, l’idea di continuità. Dal referendum della Brexit all’ascesa di Donald Trump, fino alle varie declinazioni europee del populismo, il filo rosso non è stato l’economia. O meglio: non solo. È stato il bisogno di protezione. Per anni si è pensato che bastasse fare soldi per essere felici. Che il benessere economico fosse una promessa sufficiente. Poi qualcosa si è incrinato. Le crisi si sono sommate: finanziarie, migratorie, sanitarie, geopolitiche. La guerra è tornata alle porte dell’Europa. Le certezze si sono sbriciolate. E quando le certezze cadono, le persone non cercano solo risposte: cercano radici.
È qui che l’identità smette di essere uno slogan e diventa una necessità. La destra lo ha intuito prima. Ha parlato di confini, di sicurezza, di nazione. Ha costruito narrazioni che tenevano insieme paura e appartenenza. Ha offerto un rifugio. E quel rifugio è bastato. Perché rispondeva a un bisogno profondo: non sentirsi stranieri a casa propria. La sinistra, invece, è rimasta a lungo prigioniera di un equivoco. Ha pensato che parlare di identità significasse rinunciare all’universalismo. Che difendere i valori occidentali fosse una forma di razzismo. Che ogni discorso sui confini fosse, in fondo, una resa. Così ha lasciato scoperto un campo decisivo. Eppure, l’identità non è il contrario dell’apertura. È la sua condizione. Non si accoglie davvero se non si sa chi si è. Non si costruisce integrazione se non esiste qualcosa in cui integrare. Non si difendono i diritti universali se non si riconosce che sono il frutto di una storia, di una cultura, di una civiltà.
Questa consapevolezza che oggi inizia a farsi strada anche a sinistra ha lo stesso fine: salvare la liberal democrazia. Qualcosa che non si regge solo sulle istituzioni. Vive di un equilibrio fragile tra libertà e appartenenza, tra diritti individuali e legami collettivi. Se uno dei due poli si svuota, l’altro si deforma. La stagione dell’identità non è una deviazione. È una risposta. Ignorarla non la cancella. La radicalizza. Serve coraggio. Perché significa entrare in territori scomodi. Parlare di immigrazione senza rifugiarsi nelle formule. Riconoscere che l’integrazione non è automatica. Che le banlieue francesi sono la trincea del nostro essere. Che quando nelle nostre metropoli si hanno interi quartieri governati dalla sharia, significa che qualcosa si è rotto. E va ricomposto. Bisogna affrontare il tema della sicurezza senza imbarazzi. La sfida è tenere insieme le due cose: radici e orizzonte. È una sfida che riguarda tutti. Perché alla fine il bisogno resta lì, ostinato, impossibile da aggirare. E di nome fa: Libertà.
(*) “La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare”, Domenico Petrolo, Franco Angeli editore, 2026, 172 pagine, 20 euro.
Aggiornato il 27 marzo 2026 alle ore 11:29
