Che cosa significa una vita adolescente dedicata visceralmente e integralmente al rap, se il luogo della rappresentazione scenica sono i quartieri popolari e degradati di Napoli? Nel film Malavia (nelle sale italiane da domani), prodotto da Matteo Garrone, per la regia di Nunzia De Stefano, l’essere rapper di un giovane adolescente significa semplicemente vita, ossigeno per l’anima e il corpo, respiro della parola sincopata, strumento relazionale per eccellenza. Il rap diviene così una sorta di ponte tibetano sospeso sul degrado di una violenza e delinquenza diffusa di quartiere, dove la microcriminalità dello spaccio di droga è lo strumento privilegiato (al contempo parassitario e attivo) di fuga da una povertà ingombrante e senza vie d’uscita. L’asse affettivo del giovane protagonista tredicenne Sasà (Mattia Francesco Cozzolino, perfetto nel ruolo) presenta due centri “pesanti”, l’uno per così dire molto carnale, intriso di gelosia morbosa ed edipica per la sua bellissima (ragazza)madre; l’altro verso il gruppo di pari, in cui una buona dose di energia distruttiva viene veicolata, incanalata e convertita in spettacolo itinerante e spontaneo che ha per suo focus l’inedito confronto-sfida tra giovani galli canterini che si svolge in cortili decadenti e semi-abbandonati, infestati da scritture murali psicotrope della Napoli delle periferie.
Napoli, insomma, dove la diversità ha una sua forma canonica, come le curve di livello tutt’intorno a una cuspide. Così l’unica femmina del trio indissolubile, in cui i due maschietti sono napoletani doc con colore diverso della pelle, tra cui il più scuro dimostra di essere l’incorruttibile fedele e legalitario, è un maschiaccio che guarda con candore ingenuo (il film è puramente simbolico, senza pruderie di scorta) alla sua coetanea, oggetto del desiderio degli altri adolescenti maschi, e per lei è capace di battersi come un fidanzato tradito. Ma Napoli è anche una fucina di ingiustizie senza veli, in cui spacciatori e vittime sono di fatto indistinguibili tra di loro, perché la vita in quelle condizioni di disagio è caos mai calmo, sempre troppo affiorante, come nel forte rapporto edipico in cui Sasà non si fa scrupolo di proibire alla propria madre Rusè (Daniela De Vita) di frequentare un amante, o di indossare indumenti intimi troppo procaci e discinti. Perché questo genere di figlio-amante vuole proprio tutto per sé, all’interno di una chiusura autistica madre e figlio, in cui le complicità non confluiscono mai nella parte perversa e realmente incestuosa dell’Edipo, rimanendo nella pura sfera degli affetti morbosi, ma sempre profondi, in cui il tema della protezione maschile sulla componente femminile più debole scatta in età anche molto precoce, come quella di Sasà. Perché, poi, siamo sempre lì: il lupetto di strada deve difendere la sua tana domestica dall’aggressione permanente di un modo feroce, inaridito per l’amore sfrenato del denaro e del successo, che rappresenta anche il buco nero di Sasà, in cui il rap è la chiave di tutto, in grado di regalare alla propria madre un benessere e una sicurezza strameritati, per i suoi piccoli e grandi sacrifici quotidiani a sostegno della sua famiglia monoparentale.
Poi, appunto, una grande città brilla per le sue bande di corvi, che stanno tutt’intorno alle occasioni che creano denaro, siano esse fatte d’erba marocchina, da rivendere per strade e dentro a scuola, come del furto di testi d’autore per una canzone venuta così bene, dove l’amore puro e sincero per la propria giovane madre ha dato grande senso e potenza alle rime. Poi, le scorciatoie: le vie fin troppo brevi dello spaccio minuto per fare soldi subito, approfittando dell’impunibilità pratica posta a tutela dei minorenni. Ma, in questo mare perennemente a forza otto della vita di strada emergono per effetto di tante scosse sismiche piccole isole di salvataggio, come un rapper innamorato della storia della sua musica preferita, che offre disinteressatamente ai tre adolescenti una mappa per orientarsi in quel mondo nuovo, così vasto e infido, con un grembo affollato di animali feroci e tatuati, che non si fanno scrupolo di rubare al più povero e debole, rimasto nudo e disarmato di fronte alla regola del diritto d’autore.
Poi, c’è la pasta fritta del gregge di adoranti seguaci dei rapper di grido, con le loro mode fatte di indumenti abbondanti, sgraziati e privi di qualsivoglia gusto estetico, perché in quei contesti un po’ allucinogeni la bruttezza sporca e aggressiva della finta ferocia dei perdenti serve a spaventare i viandanti e i curiosi che passano di lì per caso. La sfida tra galli nell’arena è sublimata dal tit-for-tat di una partita serrata tra rapper, con un continuo rinvio della palla e del mottetto al di sopra di una rete invisibile che divide il buffonesco dal tragico. Tutto è note, perché il degrado non vinca sulla vita.
Voto: 6,5/10
Aggiornato il 25 marzo 2026 alle ore 15:17
