Conoscete George Grosz? Quell’artista tedesco, cioè, che opera tra le due guerre mondiali con un segno grafico duro e spietato, utilizzato per denunciare la corruzione e la violenza del suo tempo? Le sue figure deformi, dai profili aspri di belve umane, incarnano il potere corrotto messo in ridicolo attraverso le caricature di opulenti, ricchi borghesi e bottegai, con teste e bocche enormi e i giubbotti rigonfiati dal grasso dei loro ventri e dalle pose gaudenti nei bordelli d’alto bordo. Tutte caratteristiche quest’ultime di chi, come in alcune fasi fin troppo ricorrenti della Storia, si arricchisce a spese di un popolo disperato, ridotto alla fame e alla miseria. Allora, se osservate bene, quelle immagini grafiche iconiche le riconoscerete nelle foto d’epoca dei latifondisti e dei rappresentanti delle banche (che avevano concesso ipoteche sui terreni agricoli) dell’America dei secondi Anni Trenta, quando le tempeste di sabbia (Dust Bowl) ridussero in povertà almeno mezzo milione di agricoltori indebitati ed espropriati delle loro terre. Il loro dolore e la disperazione delle famiglie che li accompagnavano assomigliano a quelli del corteo senza fine, lungo 200 chilometri, degli schiavi ribelli della Roma antica crocifissi lungo la via Appia. Così, anche quei poveri cristi americani, bianchi e protestanti, espropriati dalle banche delle loro fattorie (non più redditizie, dopo che il Dust Bowl aveva disperso l’humus coltivabile dei campi di cotone del Midwest), si allineavano con le pupille dilatate, minati nella salute e denutriti, lungo la Route 66 che attraversava mezza America: la strada dolorosa dell’esodo, lunga 3.940 chilometri, in cui si alternavano tre fusi orari e otto Stati, da Chicago nell’Illinois, fino a Santa Monica in California.
Loro, i migranti dell’America profonda, sospinti in una fuga disperata da un’immensa nuvola di polvere, allineati in file chilometriche, con vecchie automobili cariche all’inverosimile di povere masserizie, sopravvissute agli incendi rabbiosi delle misere cose lasciate indietro. La prima, terrificante ondata massiva di immigrazione interna, raccontata dal cronista John Steinbeck nelle sue cronache del 1936 per il San Francisco News, divenute poi un libro da Premio Nobel (1962) come Furore, pubblicato nel 1939. E per la quarta volta, dal suo primo debutto nel 2019, e sempre con l’adattamento dei testi originari a cura di Emanuele Trevi, Massimo Popolizio ne fa oggetto di un appassionato, quanto drammatico reading al Teatro Argentina (in scena fino al 29 marzo), coadiuvato da un bravissimo maestro delle percussioni come Giovanni Lo Cascio. Incandescente come lava di vulcano, la recitazione di Popolizio trae dalle viscere della Storia moderna il racconto epocale di un popolo di straccioni, ricchi di quella nobiltà che solo il non possedere più nulla, e il non avere più nulla da perdere, rende liberi e solidali. Perché è proprio a partire dal loro status di profugo che si rinnova il miracolo del logos, della gente cioè che riscopre la virtù taumaturgica della parola, del parlarsi tra adepti della stessa Dea Sfortuna, per raccontare storie di padri, madri e di figli vissute nell’incarnato doloroso del reale. I più piccoli tra di loro, rosi dalle malattie della miseria e della denutrizione, come la pellagra, sono vittime dall’atroce indifferenza dei poteri pubblici e, talvolta, vengono consolati da improvvisi lampi di solidarietà e di umanità lungo quella loro interminabile Via Crucis della Route 66.
Tutti in fuga dalla siccità polverosa verso un falso Eldorado, con le sue piogge alluvionali, i suoi immensi campi di frutta, fatta marcire a centinaia di tonnellate e negata agli affamati, perché si erano rifiutati di farsi sfruttare fino allo sfinimento delle loro forze. Le parole tonanti di Popolizio inseguono quel dramma distopico, non risparmiando nulla a nessuno, accompagnate come in un corteo marziale funebre dai profondi e sordi rumori di scena: una continua cavalcata nel delirio e nella follia umana, al suono ossessivo dei tamburi, che fanno da inviluppo sonoro a immagini terribili da terzo mondo. La vita dei contadini poveri non vale più nulla, in quel 1936, perché il mostro della banca deve nutrire bulimicamente sé stesso disconoscendo ogni forma di pietas umana, nemica del profitto. Eppure, eppure l’orizzonte l’umano, sotto forma di scintille che zampillano dal legno secco, non si fa nullificare: fino all’apoteosi di una mammella rigonfia di latte per una creatura nata morta, ma offerta come forma di riscatto e di resurrezione a un vecchio morente. O, come quell’anonimo conducente di una berlina senza passeggeri, che carica senza chiedere nulla in cambio, anzi sfamandoli, una decina di miseri esseri, bambini soprattutto, che avevano costruito una roulotte di fortuna con i rottami delle auto abbandonate (migliaia e migliaia: un impressionante cimitero di lamiere di chi non ce l’ha fatta). Il tutto, nell’attesa di qualche buon samaritano che la trainasse, aspettando fiduciosi il suo arrivo miracoloso lungo la via di tutte le sofferenze, la Route 66.
E il mostro è sempre lì in agguato: non solo blindato dietro le sue inaccessibili casseforti, ma addirittura annidato lungo la strada dell’esodo, che cerca di truffare chi non ha già più nulla tentando di vendergli una ruota marcita. O come quei commercianti di città, che acquistano per pochi spiccioli attrezzi da lavoro, aratri e animali da tiro in buona salute, con la scusa che non valgono più nulla, perché il latifondo ha scoperto la meccanizzazione, per cui un solo trattore fa in una sola giornata di lavoro la fatica di cento contadini che, da lì in poi, non servono più a niente. E nulla importa se, poi, quei terreni smossi più e più svolte rimarranno sterili a causa dei continui raccolti di cotone senza mai una stagione di riposo. Ai contadini che chiedono ai padroni e ai loro rappresentanti come faranno a sfamare loro stessi e i propri figli, la soluzione è: andate in California, dove c’è terra fertile e lavoro (agricolo) in abbondanza. Ma nessuno dice loro ciò che i nostri padri conoscevano benissimo, ovvero “come sa di sale lo pane altrui”: perché il profugo straccione e i suoi figli, bambini e adolescenti, costretti a rubare per fame, sono i nuovi, implacabili nemici di chi ha tratto un minimo di benessere dal sogno americano, e non vuole invasori anche se parlano la stessa lingua, praticano la stessa identica religione e sono figli dell’America degli immigrati, esattamente come loro. Suona disperato il tamburo per milioni di orecchi troppo distanti per udire il richiamo. Spettacolo imperdibile, come tutti gli altri che lo hanno preceduto.
(*) Le foto che ritraggono Massimo Popolizio sono di Federico Massimiliano Mozzano
Aggiornato il 19 marzo 2026 alle ore 16:53
