Il teatro ha spesso la capacità di portare alla luce storie poco raccontate ma profondamente umane. È il caso di Apri e Chiudi, lo spettacolo scritto da Laura Masielli che affronta il tema delicato delle madri detenute e del rapporto con i loro figli nei primi anni di vita.
Ispirata alla legge n. 354 del 26 luglio 1975, che consentiva alle donne in carcere di tenere con sé i propri bambini fino ai tre anni di età (poi modificata nel 2011), l’opera racconta una realtà complessa fatta di affetti, solitudine e speranza. Attraverso i punti di vista di tre figure – una madre detenuta, una compagna di cella e una volontaria – lo spettacolo offre una riflessione intensa sul significato della maternità e sulle conseguenze delle scelte di vita.
Come è nata l'idea di raccontare la storia di una madre in carcere?
È nata dopo aver ascoltato un’intervista sul TG3 regionale. Stavano intervistando una volontaria che raccontava, appunto, della sua esperienza presso il carcere di Rebibbia, dove andava a prendere questi bambini per portarli a spasso il sabato mattina e poi li riportava in carcere.
Come hai scelto i tre personaggi principali della tua storia?
Beh, i tre personaggi sono, diciamo, il riassunto di quello che è poi la storia vera. La donna in carcere che ha un bambino, la vicina di cella che è una rivoluzionaria, una ex terrorista che sconta un lungo periodo di carcere, e infine c’è la volontaria.
C’è un legame tra di loro? Qual è?
La terrorista avrebbe voluto cambiare le regole del mondo le regole, ma il mondo non si può cambiare attraverso la violenza e invece lei ha usato proprio questo espediente. La madre non voleva cambiare il mondo ma voleva sopravvivere per sfamare il suo bimbo in un modo normale, lavorando; purtroppo la società non le ha dato questa possibilità, non l’ha considerata, giudicandola in seguito non idonea a crescere suo figlio a causa di una decisione sbagliata che l’ha portata a spacciare droga nelle scuole per sopravvivere con suo figlio. L’unica forza, una volta finita in carcere la prendeva solo dal figlio, ma il pensiero che da lì a poco tempo e cioè al compimento del suo terzo anno, glielo avrebbero portato via e affidato alle case famiglia, ecco questo la faceva letteralmente impazzire.
Poi c’è la volontaria.
Lei che vorrebbe diventare madre, ma dopo tanti tentativi senza riuscirci, inizia a non credere più nel suo sogno, trovando a sua volta la felicità dagli incontri con quel piccolo bimbo che la rende viva. La forza la vediamo proprio lì, nel rapporto che ha con questo bambino, immaginando il figlio che non ha potuto avere e immedesimandosi nella mamma che non ha potuto essere. Lo va a prendere, lo porta a spasso tutto il giorno, ci parla, ci gioca, lo ascolta, gli fa conoscere l’esterno, che invece durante la settimana può solo immaginare da dietro le sbarre e avverte che ci sono dei lati negativi nella realtà che vive questo bambino e ovviamente anche lei ha una reazione malinconica, quando lo riporta indietro le si stringe il cuore, dove lo riporta in fin dei conti? Non lo porta a casa, lo porta in un carcere e anche se uno il carcere lo vuole vedere come il luogo dove, comunque, lo aspetta la mamma, è sempre carcere.
Come hai lavorato sull’aspetto emotivo di questa donna alla quale stanno per portare via il figlio?
Eh beh, quello è venuto in conseguenza, perché avevo una bravissima attrice che ha interpretato questo ruolo magistralmente, un ruolo drammatico che le appartiene. Poi ho immaginato l’epilogo di una tragedia greca contemporanea, che già altre volte ho affrontato in questo modo. È chiaro che per lei questa sarà l’unica certezza rimasta, perché anche quando lei finirà di scontare la pena, cosa l’aspetta?
L’aspetta una casa, una famiglia, un rifugio?
Sembrerebbe di no. L’unica cosa che questa donna ha è suo figlio, però come dice la terrorista che le vive a fianco, quando questo bambino sarà grande le vorrà veramente bene? O si ricorderà quello che gli ha fatto passare la madre i primi anni della sua vita in quel luogo di detenzione, un luogo triste, rimproverandole il fatto di averlo sottratto alla vita di bambino, di non averlo fatto vivere come tutti gli altri.
Dove vedremo lo spettacolo?
Siamo andati in scena al Teatro Cometa Off di Testaccio di Roma con una programmazione di quattro giorni. Questa estate puntiamo a replicarlo all’interno di diverse rassegne che organizzeremo tra Passo Oscuro, Torre in Pietra, Ladispoli e Roma.
Aggiornato il 18 marzo 2026 alle ore 17:52
