La serata di sabato 21 febbraio 2026 all’Auditorium Parco della Musica ha offerto al pubblico romano un’esperienza musicale di rara intensità, ponendo al centro del programma L’uccello di fuoco di Igor’ Stravinskij, nella celebre versione sinfonica, sotto la direzione di Petr Popelka. Un appuntamento che si è imposto non solo per il valore assoluto della partitura, ma per la qualità interpretativa e per la coerenza estetica di una lettura capace di restituire la modernità, la visionarietà e la potenza narrativa di uno dei capisaldi del Novecento musicale. Fin dalle prime battute, Popelka ha chiarito l’impostazione della sua direzione, ossia nessuna ricerca di effetti gratuiti, nessuna sovrapposizione di pathos, ma un lavoro minuzioso sul colore orchestrale e sull’equilibrio delle sezioni. L’uccello di fuoco è un’opera che vive di contrasti, con luce e ombra, immobilità e danza, incanto fiabesco e violenza primordiale. Il direttore ceco ha scelto di valorizzare questa dialettica interna, lasciando respirare la musica, costruendo con pazienza la tensione e guidando l’orchestra attraverso un arco narrativo coerente e perfettamente leggibile. L’introduzione, avvolta in un’atmosfera notturna e misteriosa, è emersa con una trasparenza quasi tattile.
Infatti, gli archi, morbidi e sospesi, hanno disegnato uno spazio sonoro rarefatto, mentre i legni, cesellati con estrema cura, hanno suggerito l’ingresso progressivo nel mondo fiabesco della partitura. Popelka ha evitato ogni eccesso di lentezza, preferendo un tempo fluido che mantenesse viva la tensione interna, senza mai appesantire il discorso musicale. Inoltre, particolarmente riuscita è apparsa la gestione delle sezioni più ritmiche e danzanti, dove Stravinskij anticipa già quella frattura con il linguaggio tardo-romantico che esploderà di lì a pochi anni con La Sagra della Primavera. Qui la direzione ha mostrato tutta la sua solidità, con gli accenti che erano netti ma non brutali, con i contrasti dinamici e chiarissimi e con l’articolazione ritmica sempre controllata. L’orchestra ha risposto con precisione e partecipazione, offrendo una prova di grande compattezza, soprattutto nelle sezioni dei fiati e delle percussioni, chiamate a un ruolo strutturale di primo piano.
Uno dei momenti più alti della serata è stato senza dubbio la Danza infernale di Kastchei, di cui Popelka ha dato una lettura incalzante, quasi feroce, ma mai caotica. Il ritmo ossessivo è stato sostenuto con energia implacabile, mentre le esplosioni orchestrali risultavano sempre leggibili nella loro stratificazione timbrica. Invero, la violenza sonora non si è mai trasformata in rumore indistinto, perché al contrario, ogni gesto musicale appariva chiaramente finalizzato alla costruzione del climax drammatico. Di grande suggestione anche le sezioni liriche, in particolare la Berceuse, affidata a un canto degli archi di straordinaria morbidezza. Qui la direzione ha saputo rallentare il tempo senza perdere tensione, creando un momento di sospensione quasi ipnotica, in cui la musica sembrava trattenere il respiro. L’equilibrio dinamico, la qualità del suono e la cura delle sfumature, hanno contribuito a rendere questo passaggio uno dei più intensi dell’intera esecuzione.
Il finale è stato costruito con un senso architettonico impeccabile, in cui Popelka ha saputo graduare la crescita sonora con grande intelligenza, evitando l’enfasi prematura e lasciando che la conclusione trionfale emergesse come naturale compimento del percorso narrativo. Pertanto, l’esplosione finale, ampia e luminosa, ha suscitato una reazione immediata ed entusiastica del pubblico romano, che ha accolto l’ultima risonanza con un lungo applauso, caloroso e convinto. Nel complesso, il concerto si è rivelato un esempio di come L’uccello di fuoco possa ancora parlare con forza al pubblico contemporaneo, quando affidato a una direzione capace di coniugare rigore analitico e slancio espressivo. Al postutto, Petr Popelka ha offerto una lettura matura, profondamente rispettosa della partitura ma tutt’altro che museale, dimostrando come Stravinskij continui a essere non solo un classico del repertorio, ma una voce viva, capace di sorprendere e affascinare anche a oltre un secolo dalla sua creazione, continuando a emozionare gli animi delle diverse generazioni.
Aggiornato il 25 febbraio 2026 alle ore 14:31
