Sul finire degli anni Cinquanta, se ben ricordo, si svolse una grande e completa mostra del pittore Antonello da Messina, nella città natale. Io non sono nato a Messina, ma a Catania. Eppure, appena nato la famiglia si è spostata a Messina. Ero studente liceale e andai alla mostra, ora non preciserei dove, al museo, al municipio o in altro luogo. Il museo è ai bordi della città, piccolo, ben fatto, con una vista radiosa sul più bel mare del mondo (per me) e vi sono pezzi ammirabili, ad esempio marmi con le figure di Scilla e Cariddi di una certa antichità e quadri di vaglia perfino Caravaggio. La mostra di Antonello è uno spettacolo. Ne ho memoria assoluta. Antonello è un pittore essenziale nell’arte italiana ed europea, quindi universale. Trae il Medioevo nel Rinascimento, compiendo una metamorfosi elementare e basilare. Le figure sacre, religiose, vengono totalmente umanizzate. La Madonna è una donna, Cristo è un povero Cristo, il ritratto di un uomo è un uomo in borghese. Diremmo, non armi, non vestimenti sacri, ma abito corrente. Questo cambiamento di raffigurazione è a suo modo rivoluzionario, persino rivoluzionario rispetto a Caravaggio, che esasperava in figurazioni tragiche, eccessive le sue espressioni. Ovviamente necessarie nella sua mentalità.

Antonello è normale. I suoi sono tipi correnti. La Madonna nell’Annunciazione è una giovane serena, calma, appena rivestita sui capelli, nessun agghindamento sacro, nessun angelo. Una fanciulla virginea, bella ma senza clamore, limpida ma non eccessivamente e dà una tale serenità a guardarla instancabile proprio per la serenità che emana senza alcuna forzatura bellifera. Ne ho una riproduzione d’epoca su legno e davvero fa piacere guardarla. Come sentire una musica instancabilmente ma non con eccessi ammirativi, piuttosto l’ammirazione della normalità. Lo stesso, per altre ragioni, è il Ritratto d'ignoto marinaio. Un volto sicilianissimo, un volto furbetto, i colori lievemente oscurati, una figura normale, perfetta nella sua normalità. Al pari per il ritratto di Gesù: Ecce Homo, che il Ministero della Cultura ha acquistato e sta esponendolo in tutta Italia. Un eccellente acquisto. Non esiste un Cristo più “povero cristo” di quello dipinto da Antonello. Un poveraccio preso a botte con qualche segno di percosse sul volto, avvilito, proprio un pover’uomo. Come con altri dipinti Antonello è del tutto umano, non ha niente a che vedere con le grandiosità né religiose medievali né quelle che poi saranno le grandiosità rinascimentali. È l’uomo terreno, umano e soltanto umano, una fanciulla virginea, un uomo bastonato, un uomo energico, scaltro, ma comunica l’umanità, nessuna mediocrità.

Quello che mi rimase impresso soprattutto a distanza di decenni e decenni sono le crocifissioni. Niente di maestoso, piccole crocifissioni, che evidentemente Antonello riprendeva dalla pittura fiamminga e trasferiva sulle colline del messinese, tre piccole croci, tre piccoli corpi conficcati e dietro il deserto spaziato e la discesa nel nulla della collina, tre croci nel vuoto, memorabile, croci e dietro lo spazio vuoto, la caduta collinare, desolante. Mi limito a queste notazioni. Umanesimo nel vero senso della parola. L’umanità nella sua espressione serena, bella, nella sua espressione afflitta e sconfitta. Ecco un modo per reagire al disumanesimo. Non bisogna temere l’Intelligenza artificiale e i robot, bisogna temere che l’uomo perda sé stesso. Se l’uomo mantiene se stesso, l’arte è la maniera essenziale dell’interiorità umana espressiva, non c’è da temere niente. Spero di rivedere l’Ecce Homo per riumanizzarmi. Che il ministro abbia deciso di girarlo in varie città è apprezzabile, da ribadire per altri dipinti.

Aggiornato il 25 febbraio 2026 alle ore 14:31