Robert Duvall è morto a 95 anni, nella sua casa, nella campagna della Virginia. Il leggendario attore e regista ha interpretato alcuni dei personaggi più iconici della storia del cinema americano. È stato Tom Hagen, l’avvocato di Vito Corleone (Marlon Brando) nel film Il padrino (The Godfather), e Il padrino Parte II di Francis Ford Coppola. Ha dato il volto al tenente colonnello William Kilgore in Apocalypse Now, firmato sempre dal suo mentore Coppola. L’annuncio della scomparsa di Duvall è stato fatto su Facebook dalla moglie Luciana: “Per il mondo era un attore premio Oscar, un regista, un narratore. Per me era tutto. La sua passione per il mestiere era eguagliata solo dal profondo amore per i personaggi, per un buon pasto e per lo stare al centro della scena”. Nato a San Diego in California, Duvall conquista la prima delle sue sette candidature agli Oscar nel 1973 per il film di Coppola sulla mafia nel cui cast entra già ultraquarantenne. Il ruvido naturalismo del suo modo di recitare finisce per definire lo stile di una generazione che include anche Robert De Niro, Dustin Hoffman e Gene Hackman in film come Quinto potere (Network) di Sidney Lumet e L’apostolo (The Apostle) di cui Duvall cura anche la regia.

Duvall non è mai stato famoso quanto De Niro, ma la sua capacità sobria, senza effetti, di calarsi completamente nei personaggi gli vale il rispetto sia dei colleghi sia della critica. In una lunga carriera trova spazio anche per le miniserie tivù, con parti in Colomba solitaria (Lonesome Dove) di Simon Wincer del 1989 e Broken Trail di Walter Hill del 2006, che gli valgono cinque candidature agli Emmy e due statuette.
Negli anni Sessanta a New York Duvall divide il suo tempo con altri attori in bolletta: uno è Hoffmann, l’altro Hackman. Il primo memorabile ruolo per il grande schermo è l’inquietante Boo Radley nel 1962 in Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird) di Robert Mulligan. Anche se la sua carriera fatica a decollare inizialmente, tra l’inizio e la metà degli anni Settanta Duvall trova la sua dimensione, unendo una recitazione da caratterista fluida e naturale a occasionali, incisive incursioni in ruoli più centrali. Nel 1969, è tempo della prima collaborazione con il giovane Coppola, nel dramma intimista Non torno a casa stasera (The Rain People). L’anno successivo ottiene il ruolo di Frank Burns nel M.A.S.H di Robert Altman. È anche protagonista del film sperimentale di George Lucas L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138) portando allo stesso tempo avanti lavori interessanti anche a teatro. La svolta arriva con Il padrino del 1972 in cui Duvall interpreta il paziente e scaltro consigliere tedesco-irlandese dei Corleone, ruolo che gli porta la prima candidatura agli Oscar.

Un’altra parte memorabile è datata 1976 in Quinto potere e tre anni dopo la sua battuta nel ruolo del colonnello Kilgore di Apocalypse Now (“Adoro l’odore del napalm al mattino”) entra nei classici del cinema e gli vale la seconda candidatura agli Academy Awards. Ma è solo nel 1979, con Il grande Santini (The Great Santini) di Lewis John Carlino, film in cui interpreta un padre fanfarone e militarista, che Duvall si afferma davvero come protagonista, ottenendo nel 1980 la prima candidatura all’Oscar come miglior attore. L’anno seguente, alla Mostra di Venezia, raccoglie consensi al fianco di Robert De Niro, in L’assoluzione (True Confessions) di Ulu Grosbard, aggiudicandosi il Premio Pasinetti al Miglior attore. Nel 1984 arriva il momento della sua interpretazione rigorosa, con l’intensa prova nel western Tender Mercies di Bruce Beresford, che gli vale la più ambita statuetta di Hollywood, l’Oscar come Miglior attore protagonista.
Aggiornato il 17 febbraio 2026 alle ore 18:40
