Come dire “duro come il marmo”? Accade, per esempio, quando si sta due ore in compagnia del (durissimo) film Due procuratori (nelle sale italiane dal 12 febbraio) del regista Sergei Loznitsa, ambientato nell’Unione Sovietica del 1937, all’apice del più funesto periodo storico delle purghe staliniane. Tanto è vero che uno dei due è il famigerato e tetro procuratore generale dell’Urss, Andrej Vyshynsky (Anatoliy Belyy), il giudice-boia di Iosif Stalin, noto per i processi farsa e per aver ispirato indirettamente il clima repressivo del processo Slánský del 1952 in Cecoslovacchia, fondato su false accuse nei confronti degli imputati. Ebbene, dalla prima all’ultima immagine di una fotografia di Oleg Mutu, spietata quanto meticolosa e precisa, il film mostra la totale decadenza morale, politica, sociale e materiale dei tempi più bui del socialismo reale sovietico. Il tutto racchiuso in un’atmosfera plumbea per gli esterni, e rugginosa per gli interni, in cui agli stessi colori è affidato il compito di misurare il clima di abbandono e di trascuratezza, dovendo restituire in ogni dettaglio la vita sovietica segreta e segregata dell’epoca, dominata dalla dittatura di Lavrentij Pavlovič Berija e della sua onnipotente polizia segreta, la famigerata Nkvd, che aveva poteri di vita e di morte su ogni cittadino sovietico dell’epoca. Si inizia con il bianco-grigio delle pareti del carcere di massima sicurezza per dissidenti politici, sulla cui facciata interna al cortile sono accatastate al piano inferiore impalcature semi marce, utilizzate per la manutenzione dell’edificio. Al lavoro, sotto lo sguardo vigile e indifferente delle guardie, una squadra di prigionieri laceri che faticano a stare in piedi, spossati dalla fatica, dalla denutrizione e dalle torture, al pari dell’imbianchino curvo sulla tavola sospesa, intento a riverniciare la grande parete al ritmo stanco e disossato di una mano al minuto.
Poi, si entra nel vero incubo del labirinto di celle, porte blindate, corridoi muniti di pesanti grate per ogni entrata d’accesso, vigilati da torme di secondini colti nel loro affaccendamento inoperoso, caratteristico dell’Alzheimer di regime, che si contraddistingue per le sue attività motorie ripetitive, affaccendate ma prive di finalità logica. I carcerati, invece, debbono trasportare sacchi di corrispondenza dei detenuti mai partita, per bruciarla in una stanza squallida e spoglia del carcere, dove al centro è sistemata una piccola stufa, in cui va in cenere ogni vana speranza di avere giustizia. Porte e grate che si aprono e si chiudono di continuo, malgrado l’assoluta impossibilità di fuga dei loro prigionieri, distrutti nel fisico e nella mente da torture e privazioni, dalle terribili condizioni igieniche e dalle malattie. Il colore ruggine del metallo fa tutt’uno con le divise marrone scuro dei carcerieri, buffi come gnomi storti con le gambe arcuate, esaltate dai loro pantaloni alla zuava, tali e quali a quelli dei gerarchi nazisti, con tanto di stivali scuri alti fino quasi al ginocchio. Tutto è misero e trasandato, dalle gabbie dei custodi, agli uffici angusti e inospitali, arredati con mobilia tanto spartana, quanto squallida, senza un solo libro o quadro a fare la differenza, a dare un po’ di colore a quel mondo di sangue slavato.
Del resto, non era forse quella la casa prediletta del male assoluto, l’Nkvd, Stato nello Stato, che poteva lordarla di sangue a suo piacimento, al di fuori di ogni controllo, ma dentro la complicità di tutti coloro (cioè, tutti i cittadini sovietici) che avevano da temere dalle orribili condotte del regime staliniano? Così, un bel giorno, quel clima di morte sospesa viene lacerato dall’ingresso di un giovane procuratore addetto alla sorveglianza delle carceri, Aleksandr Kornev (Aleksandr Kuznetsov), in servizio da soli tre mesi. E lui è lì per corrispondere con la sua presenza a una drammatica richiesta di aiuto, l’unica arrivata alla Procura regionale in tanti anni, scritta con il sangue su di un materiale di scarto, perché nelle carceri dell’Nkvd era proibito avere penna e carta e tantomeno leggere libri. Il suo autore è uno dei detenuti politici più temuti dai suoi persecutori, Stepniak (Alexander Filippenko), suo professore all’epoca di quando frequentava la facoltà di legge dell’università locale. Stepniak non ha mai confessato malgrado le terribili torture subite (che hanno compromesso il funzionamento dei suoi organi interni), rifiutandosi di auto-accusarsi e di denunciare altre persone innocenti, come invece avevano fatto quasi tutti gli altri prigionieri politici. Riproducendo così all’infinto la catena delle vittime incolpevoli, a beneficio della macchina di distruzione della vecchia guardia comunista e degli intellettuali più capaci, a opera dell’Nkvd e del sistema di terrore staliniano, per cui non si arrestano i colpevoli dopo il delitto, ma “prima”, in modo che non siano tentati di commetterlo.
Così, l’ingenuo, giovane avvocato dovrà vedersela con il cortocircuito esistente tra responsabili grandi e piccoli del carcere e i funzionari locali invisibili dell’Nkvd, che muovono dall’esterno i fili delle guardie e dei loro capi e capetti, prontissimi a riferire ogni dettaglio, a proposito della sgradita intrusione del giovane procuratore nella loro roccaforte inespugnabile, dove si consumano di routine nefandezze e delitti di ogni genere. Così, a seguito di un’interminabile anticamera, Kornev ha modo di parlare da solo con il famoso prigioniero, dopo aver dato ordine ai secondini, per sedersi accanto a Stepniak, di abbassare la branda assicurata alla parete della cella con un pesante lucchetto. E qui, avviene il primo, fondamentale colloquio tra due comunisti convinti, il procuratore e il professore, che si sentono traditi dalla tremenda degenerazione in atto del sistema sovietico. Circostanza di questo tradimento ideologico e generazionale che verrà ancora più enfatizzata dal racconto di un grande invalido, privo di una gamba e di un braccio, reduce della Prima Guerra Mondiale, che racconterà ai passeggeri di un treno superaffollato e decadente, su cui viaggia Kornev (durante il suo tragitto verso Mosca per parlare con Vyshynsky), come negli anni 20 abbia cercato invano decine di volte di incontrare Lenin a San Pietroburgo per ottenere un sussidio.
Arrivato al palazzo della Procura generale, il giovane procuratore sembra smarrirsi tra la folla che, come in un dipinto di Maurits Escher, sale e scende scale che sembrano non finire mai, e nessuno sa dove vadano e perché, lungo le decine di corridoi su cui si aprono kafkianamente stanze misteriose, con carte che vanno e vengono, o cadono di mano a segretarie terrorizzate per averle così disseminate sui gradini. Per sua somma sfortuna, Kornev riesce a farsi ricevere dal grande inquisitore Vyshynsky, trincerato nel suo studio da megadirigente del partito, corredato da tutti i simboli del potere, come un’ampia sala d’attesa, un’anticamera con un segretario tuttofare, mobili di pregio e quadri alle pareti, con tanto di foto ufficiali. E qui avviene un colloquio che qualsiasi persona di buon senso avrebbe evitato, tra il boia togato di Stalin e l’ingenuo giovane procuratore. Così Kornev mette al corrente il suo superiore sulla collusione sistemica esistente tra gli apparati di sicurezza e carcerari con quello che avrebbe dovuto essere un corpo indipendente, come la Procura regionale, incaricata di far rispettare i diritti di detenuti. Non è difficile capire come andrà a finire, visto ciò che sappiamo oggi del sistema di continuità assoluta della tragica catena di comando Stalin-Berija-Vyshynsky.
Voto: 8,5/10
Aggiornato il 10 febbraio 2026 alle ore 13:58
