
Grazie al caso, alla fortuna, al mestiere ho conosciuto una quantità di persone, molte interessanti e ammirevoli. Due in particolare, per carattere, all’apparenza se non proprio opposti, molto diversi: Marco Pannella e Leonardo Sciascia. Due “maestri”. Da entrambi ho appreso il significato del rigore: capaci di vedere, laddove i più guardano; di parlare, comunicare, saper ascoltare. Pannella e Sciascia una cosa, in particolare, avevano in comune: il culto del diritto e della nonviolenza coniugate e praticate nel quotidiano e nel concreto: questo era Pannella, così ha “forgiato” il Partito radicale ed “educato” alcune generazioni di giovani. In obbedienza ai dettami della propria coscienza.
In quanto a Sciascia quando ritiene di intervenire: sfodera una lama misto di ironia sferzante e logica implacabile, e ti affetta. Fa suo il motto di uno scrittore francese molto amato, Georges Bernanos: “Preferisco perdere dei lettori piuttosto che ingannarli”. 5 maggio 1987: il quotidiano spagnolo El Pais pubblica un articolo di Sciascia. L’articolo pubblicato da El Pais stranamente in Italia non interessa a nessuno. È malizia pensare, credere che l’ostacolo sia il protagonista dell’articolo, e quello che attraverso di lui si sostiene? Sciascia scrive di Pannella. Lo definisce “il solo uomo politico italiano che costantemente dimostri di avere il senso del diritto, della legge, della giustizia. Ce ne saranno altri, ma senza volto e senza voce, immersi e sommersi in partiti la cui sensibilità ai problemi del diritto soltanto si manifesta quando qualche mandato di cattura raggiunge uomini del loro apparato: per il resto, se ne stanno in silenzio; e anzi certi arbitri dell’amministrazione della giustizia, quando toccano altri, di altri partiti, li mettono in conto dell’alacre ed esatto agire dei giudici. Ciò fa parte della vecchia e fondamentale doppiezza della vita italiana: buono e giusto è quel che facciamo noi o di cui noi caviamo comunque vantaggio; cattivo, ingiusto e da punire è la stessa, identica azione fatta dagli altri. Doppiezza che si può far risalire al cattolicesimo controriformista e che tirannie, fascismi e antifascismi (non soltanto il fascismo e l’antifascismo cronologicamente determinabili) hanno alimentato e perfezionato”.
Un’ossessione: per Sciascia la giustizia e la sua amministrazione sono ossessioni. Prova quello che ha provato André Gide, scrittore che ammira, quando gli capita “l’avventura” di essere giudice popolare. Ne ricava indelebile esperienza e repugnanza; decide di dare vita, per l’editore Gallimard, a una collana intitolata Non giudicate. “Il problema della giustizia è sempre esistito; chi c’è andato dietro ne ha scoperto le assurdità, le corruzioni, insomma tutto quello che noi sappiamo, che è inerente al funzionamento della giustizia”, dice Sciascia. Il giudicare lo ritiene un qualcosa che non si vorrebbe fare, che in fondo al cuore ripugna: una dolorosa, inevitabile, “necessità”. Chiedo scusa al mio amico Guido Salvini e ai lettori. Penseranno che l’ho presa alla lontana.
Non credo ci sia cronista giudiziario, giornalista che abbia frequentato con una certa frequenza le aule di tribunale, che possa negare di averne incontrati, conosciuti, visti all’opera. Ognuno di noi può raccontare una quantità di storie di magistrati, del loro operare per acquisire e difendere postazioni di potere e carriera; le spartizioni, i boicottaggi, i servilismi: un quadro desolante e desolato della magistratura; il lato meschino, vanesio, “toghe” famose comprese; i metodi di spartizione per l’attribuzione dei vertici apicali della magistratura da parte del Consiglio superiore della magistratura. Tante sacralizzate scene e ancor più numerosi avvilenti retroscena. Ma al di là del “quotidiano”, è proprio la scelta della professione del giudicare che “dovrebbe avere radici nella ripugnanza a giudicare” sostiene Sciascia. La ripugnanza che sembra provare anche Georges Rouault quando ai primi del Novecento dipinge tribunali e giudici con volti che sono maschere terribili amministratori di una giustizia che commercia con egli inferi: “In ogni tribunale si nasconde un germe d’ingiustizia potenziale, che si radica in un passato che sembra discendere in qualche modo dalle logiche dell’Inquisizione e si estende fino al secolo dei regimi totalitari, legando insieme tortura e delazione”.
E in tutto ciò che c’entra Guido Salvini? Di tutta evidenza, è un personaggio particolare. Direi perfino poco affidabile. Di professione è stato magistrato. A Milano, “piazza” giudiziariamente importante. Si è occupato di vicende complesse e complicate. Cito alla rinfusa: indagini sul terrorismo di sinistra (Brigate rosse, Prima linea, Autonomia operaia), e di destra (Nar). Ha individuato gli assassini di Sergio Ramelli, il ragazzo ucciso a colpi di chiave inglese da estremisti di sinistra, “colpevole” solo di essere missino. Ha riaperto le indagini sulla strage di piazza Fontana a Milano, ricostruito in modo inoppugnabile ruolo e responsabilità di elementi di manovalanza neofascista e livelli superiori complici e protettori. È stato consulente di commissioni parlamentari su stragi e terrorismo. Molto di questo suo lavoro si può leggere in un poderoso libro scritto con Andrea Sceresini, La maledizione di Piazza Fontana, pubblicato nel 2019, 50° anniversario della strage. In quel libro racconta non solo la storia del 12 dicembre 1969 ma anche le persecuzioni che, per anni, durante le indagini, ha subito dall’interno della magistratura, forse invidiosa dei suoi risultati al punto di colpire lui e di colpire insieme al giudice, come “effetto collaterale”, la possibilità di una completa verità sulla strage. Quello che Salvini racconta in quel libro, anch’esso a metà tra il saggio e il memoir, è agghiacciante.
Non una sola frase di quanto ha scritto non fosse stata la verità o fosse stata anche solo inesatta sarebbe stato sottoposto a querele, procedimenti penali di ogni tipo, procedimenti disciplinari; fatto a pezzi, insomma. Ma non è stato così. Nessuno ha potuto smentire anche una sola parola, perché era tutto vero. È diventata “cosa giudicata”, si direbbe in termini giudiziari. Ha fatto tanto altro e di importante, Salvini, il lettore interessato può facilmente trovare queste informazioni “navigando” su internet. Qui voglio solo dire che a causa del suo rigore, della sua caparbietà, il fatto che non apparteneva a cordate e consorterie in cui buona parte della magistratura è divisa (ma al momento buono, quando cala la notte, si comportano come i proverbiali ladri di Pisa), ha pagato prezzi onerosi, in termine di immagine, di carriera, di amicizie. Ha trovato, ammirevolmente, la forza di resistere, insistere, esistere. Molti altri ne sarebbero usciti schiantati, avrebbero gettato la spugna.
La “qualità”, lo spessore del magistrato, del giurista, dell’uomo Salvini, per me è data da un paio di pubbliche, sobrie, coraggiose, disinteressate prese di posizione. Tre “lettere al direttore”, per la precisione, entrambe pubblicate da Il Foglio. Ecco come scrive in una lettera del 24 settembre 2025 sulla separazione delle carriere, l’epicentro della più che trentennale guerra tra magistratura e politica che diverrà al calor bianco con il referendum: “Sono molto incerto nel dare un giudizio sulla separazione delle carriere anche perché in realtà nessuno sa cosa succederà: forse non accadrà quasi nulla, forse il pubblico ministero sarà in qualche modo sottoposto all’Esecutivo, che comunque cambia sempre, forse per una eterogenesi dei fini diventerà un superpoliziotto ancor più potente di prima. Di sicuro qualsiasi cambiamento nonostante i proclami entusiastici o catastrofici delle due parti in lotta non è dietro l’angolo perché il primo giovane pubblico ministero sfornato con un concorso separato da quello dei giudici comparirà sulla scena non prima di 4 anni e intanto quelli di sempre resteranno. Di una cosa però sono certo. Con l’annuncio della costituzione, prima ancora dell’approvazione definitiva della legge, di un proprio personale Comitato per il “No” al Referendum la Anm ha confermato il suo ruolo egemone, anche nella tempistica, di opposizione politica. Per il funzionamento del Comitato è stato anche deciso di stanziare una somma rilevante delle quote associative proprio come se fosse una vera campagna elettorale. Tanto valeva presentarsi direttamente alle elezioni”.
La seconda, La trattativa? Furono minacce da parte della mafia e non collusioni da parte dello Stato, è del 23 settembre 2021. Allora per sostenere certe cose occorreva un bel coraggio, una buona dose di incoscienza, una rara indipendenza di pensiero. “Sembra chiaro che se qualcosa vi è stato, si tratta di minacce da parte della mafia e non collusioni da parte dello Stato. E questo è un sollievo e una buona notizia e deve essere considerata tale, anche se a malincuore, anche dai fan di certi pm. Credo che la Corte sia giunta alla conclusione che cercare di far entrare a forza queste vicende nel Codice penale, con tutte le sofferenze che tra l’altro ha comportato per 20 anni per le persone coinvolte, fosse un’operazione giuridicamente spericolata. Volendo lo strumento sin dall’inizio più adeguato per ampliare l’orizzonte di conoscenza storico-politica poteva essere eventualmente una Commissione parlamentare di inchiesta seria sugli eventi in Sicilia di quegli anni. Di certo non un processo che chiunque sapesse un po’ di codice sapeva che galleggiava sostenuto soprattutto dai mass media e che prima o poi si sarebbe sgonfiato”.
Vi sono anche lettere come questa del 2 luglio 2025 sulla battaglia, da molti negletta ma cara ai Radicali, in difesa dei prigionieri di opinione e per la libertà di espressione nei Paesi totalitari. Questa è per lo scrittore Boualem Sansal, incarcerato in Algeria: “La Corte di appello di Algeri ha confermato la condanna a 5 anni di reclusione per lo scrittore, detenuto e gravemente malato, perché le sue opinioni rappresenterebbero un pericolo per l’unità nazionale. Sansal non è un estraneo, è un cittadino francese e la casa editrice Neri Pozza ha appena pubblicato il suo ultimo libro, Vivere. Il conto alla rovescia, un romanzo distopico sul totalitarismo. In Turchia, giornalisti e redattori del settimanale LeMan sono stati arrestati per una innocua vignetta in cui Maometto e Mosè si danno la mano sotto le bombe. Aspettiamo come sempre la non reazione dei nostri intellò italiani, scrittori, giornalisti, autori di satira, quelli che scrivono, sdegnati, su tutto meno che sulla sorte dei loro colleghi in quei Paesi. Almeno hanno un pregio. Ci ricordano sempre come non ci si deve comportare”.
Tornando alla giustizia, giugno 1911: Benedetto Croce scrive a Giovanni Amendola; racconta di una disavventura giudiziaria capitata a Giuseppe Prezzolini, la lettera chiude con un consiglio: stare quanto più possibile lontano dai tribunali. Croce non è un estremista anarcoide: è un liberale con il senso dello Stato e delle istituzioni; tuttavia, quando si tratta dei tribunali consiglia prudenza e cautela. Confesso che penso a quel lontano consiglio di Croce ogni volta che m’accade di stazionare anche solo vicino a un tribunale, quando mi viene recapitato un qualsivoglia avviso giudiziario, anche la più banale notifica di archiviazione per un furto subito. Non c’è di che fare: non andrei a cuor leggero, e anzi, sarei piuttosto timoroso se mai dovessi essere convocato da un magistrato. Pochissimi, lo confesso, quelli da cui andrei, certo che i miei diritti sarebbero garantiti. Appartengo a quegli italiani che a un sondaggio demoscopico rispondono di nutrire poca o nessuna fiducia nei confronti dei magistrati e del modo in cui applicano le leggi di cui, purtroppo, questo Paese ha una pletora. Non è bello. Non è neppure giusto. Ma così è. Perché lo so: ci sono anche magistrati come Salvini; probabilmente molti di più di quanto si possa credere.
Ancora una riflessione di Sciascia: “Un giovane esce dall’università con una laurea in giurisprudenza, senza alcuna pratica forense e con poca esperienza, direbbe Alessandro Manzoni, del “cuore umano”, si presenta ad un concorso; lo supera svolgendo temi inerenti astrattamente al diritto e rispondendo a dei quesiti ugualmente astratti e da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro; un potere che non somiglia a nessun altro che sia possibile conseguire attraverso un corso di studi di uguale durata, attraverso una uguale intelligenza e diligenza di studio, attraverso un concorso superato con uguale quantità di conoscenza dottrinaria e con uguale fatica.”.
Esatta e chirurgica diagnosi, lo conferma Guido Salvini, senza auto-censure sulla sua categoria, nel capitolo del libro Giudici per sempre, per aver scritto temi quando parla di “ragazzi di 30 anni che spesso hanno vissuto solo in famiglia, che non hanno quasi nessuna esperienza di vita, non hanno maturato la conoscenza delle dinamiche della società, dei fenomeni collettivi, che non hanno mai conosciuto sul piano psicologico e personale la difficoltà e anche i dolori. Per cui “chi vince ha spesso semplicemente azzeccato tre itemi, gli orali eliminano solo i timidi e gli sfortunati” e “c’è chi conosce perfettamente le sentenze della Cassazione ma non molto di più”. Una descrizione valida oggi più che mai anche per altre categorie professionali, giornalisti compresi. Non credo sia arbitrario sostenere che l’innegabile crisi in cui versa in Italia l’amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che “una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio”.
Secoli fa, Cesare Beccaria annotava: “Il giudice non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto”. Ecco perché torna buono il consiglio di Croce. Salvini ha un difetto imperdonabile che lo condanna a stare per gli apparatchik nel recinto dei paria: è un intellettuale, da intendere nel suo più autentico significato, quello di persona che si sforza di pensare liberamente, senza pregiudizio, fa affidamento sul suo cervello e la sua coscienza. Si esprime e scrive in buon italiano. Questa è un’aggravante. Come insegna il professore di Una storia semplice, “l’italiano non è l’italiano: è il ragionare”. E ricorda all’ex allievo diventato magistrato nonostante il suo zoppicante italiano, che proprio per questo era quel che era, e con meno italiano la sua carriera ne avrebbe ricevuto maggior incremento.
Questo libro è scritto in italiano. Se mi fosse capitato, un giorno, di vedermi recapito un invito a presentarmi in tribunale e sotto quell’atto la firma di Salvini, sarei andato a cuore tranquillo. Come ho già scritto, per ragioni di “indipendenza personale” non si è mai iscritto ad alcuna corrente della magistratura, che considera una “stortura” e una “presenza oppressiva”. Non ha mai fatto domande per incarichi direttivi: “Sono ruoli quasi sempre burocratici e quasi inutili. Mi è sempre interessato, invece, capire e intervenire sulla realtà della nostra città, fare qualcosa di utile, tentare di trasformare qualcosa di male in bene”.
Valuta positivamente le proposte sul vincolo di sobrietà nella proiezione mediatica delle indagini: “È assolutamente inammissibile che magistrati, soprattutto delle procure, intervengano in trasmissioni televisive per sostenere le proprie indagini. L’utilizzo massiccio dei mezzi di comunicazione interferisce fortemente, e sempre in un senso, nei confronti dei testimoni, dei giudici e dell’opinione pubblica”. Auspica una Corte di giustizia che sottragga al Consiglio superiore della magistratura “la funzione disciplinare”. Per quel che riguarda la separazione delle carriere sostiene che non solo è auspicabile l’osmosi fra i percorsi da giudicante e requirente; va limitata l’egemonia politica dei pubblici ministeri nel Csm. Come? “Proporrei che il Csm fosse diviso in due: uno dei giudicanti e uno dei requirenti, così si impedirebbe l’assoluta prevalenza delle procure nel governo dell’intera magistratura”. E ancora: “Oggi il Csm è parte importante della governance del Paese: i suoi interventi, e quelli dei procuratori che ne sono la parte predominante, possono incidere sugli equilibri politici dei governi”.
Ve l’ho pur detto che è un tipo indipendente, non controllabile, non uno yes man. Per questo merita fiducia e attenzione. Come sia stato trattato dalla magistratura organizzata e da qualche giornalista embedded lo racconta in presa diretta nel nostro memoir che state per leggere. Per questo, oltre alla nostra attenzione, merita la nostra simpatia.
(*) Guido Salvini, Tiro al piccione. Una storia del Palazzo di Giustizia, Pendragon, 336 pagine, 20 euro
Aggiornato il 06 febbraio 2026 alle ore 14:17
