Derrida e Lacan, la scrittura e l’ascolto del padre

Tra Jacques Derrida e Jacques Lacan non c’è stato un vero e proprio dialogo, ma un rapporto indiretto e a distanza, un confronto asimmetrico segnato da un intervento critico esplicito di Derrida e da una risposta di Lacan che resta per lo più indiretta, allusiva e talvolta ironica. Il punto di partenza è comune: entrambi leggono Sigmund Freud attraverso la linguistica strutturale, in particolare quella di Ferdinand de Saussure. Tuttavia, là dove Lacan afferma che “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”, Derrida si incarica di mostrare come ogni struttura linguistica sia attraversata da uno scarto irriducibile, da un differimento che impedisce la chiusura del senso. La presa di posizione più netta di Derrida su Lacan si trova in Le facteur de la vérité, incluso in La carte postale, testo in cui Derrida sottopone a una lettura serrata il celebre seminario lacaniano su La lettera rubata di Edgar Allan Poe. Lacan aveva interpretato il racconto come una dimostrazione del funzionamento impersonale del significante: la lettera, indipendentemente dal suo contenuto, determina le posizioni dei soggetti e percorre un circuito simbolico che, secondo la formula divenuta famosa, “arriva sempre a destinazione”.

È precisamente questa formula a suscitare la critica di Derrida. In un passaggio centrale egli scrive: “affermare che la lettera arriva sempre a destinazione significa già reinscrivere il significante in una teleologia della verità”. E poco oltre chiarisce il punto: “Lacan pretende di rompere con la metafisica della presenza, ma la restaura nel momento in cui assegna alla lettera una destinazione necessaria, un ritorno garantito”. Secondo Derrida, l’idea di un ritorno inevitabile del significante implica una chiusura del gioco della scrittura e neutralizza ciò che per lui è essenziale: la possibilità strutturale della perdita, dell’erranza, della disseminazione. In questo senso, Derrida arriva a formulare un’accusa teoricamente molto forte: “Il ritorno della lettera è il ritorno della verità come presenza mascherata”. Qui la critica non è soltanto rivolta a una specifica lettura di Poe, ma all’intero impianto lacaniano dell’ordine simbolico, che Derrida sospetta di funzionare come una nuova figura regolativa della verità.

Lacan, dal canto suo, non risponde direttamente a Derrida in un testo polemico, ma in diversi seminari degli anni Settanta compaiono affermazioni che, pur senza nominare Derrida, sembrano prendere di mira la decostruzione e la centralità della scrittura. Per esempio, nel Seminario XX, Encore, Lacan afferma: “Non basta giocare con la scrittura per toccare il reale”. La frase è densa e programmatica. Essa segnala il punto su cui Lacan non è disposto a cedere: il reale dell’inconscio, il nucleo traumatico del sintomo, non è riducibile a un gioco testuale o a una disseminazione infinita del significante. In un’altra formulazione, altrettanto significativa, Lacan osserva: “Ci sono discorsi che girano indefinitamente attorno al significante senza mai incontrare il punto in cui esso fa male”. Qui il riferimento implicito è a una filosofia che, secondo Lacan, resta confinata nel simbolico e non incontra mai ciò che resiste, ciò che non si lascia scrivere. In questo senso, la celebre affermazione “la psicoanalisi non è una teoria del testo” può essere letta come una presa di distanza netta dalla decostruzione.

Il dissenso tra Derrida e Lacan non riguarda dunque solo la lettura di un racconto letterario, ma tocca questioni di fondo: lo statuto della verità, la funzione del significante, il rapporto tra linguaggio e reale, la possibilità o meno di una chiusura teorica. Derrida teme che Lacan, pur decentrando il soggetto, finisca per stabilizzare l’ordine simbolico come luogo ultimo di verità. Lacan teme, specularmente, che Derrida dissolva il “reale” nella scrittura, perdendo il contatto con ciò che, nell’esperienza analitica, si impone come irriducibile. Il timore di Lacan non è infondato e in effetti, dissolvendo il “reale” nella scrittura, Derrida cerca di minare non solo le stesse fondamenta del logos occidentale, ma anche di svuotarlo del ruolo che in esso riveste la funzione paterna. Senza logos non c’è padre, e facendo venir meno le prerogative del primo si elimina anche la funzione del secondo: bisogna infatti “procedere all’inversione generale di tutte le direzioni metaforiche – scrive Derrida ne La disseminazione – non chiedere se un logos possa avere un padre, ma capire che ciò di cui il padre pretende di essere padre non può stare in piedi senza la possibilità essenziale del logos”.

Mettere in discussione la tradizione culturale che fa riferimento al logos mira dunque a privare del suo più profondo fondamento la funzione paterna, o almeno questo è uno dei suoi effetti salienti. Nella tradizione religiosa e filosofica occidentale il logos è infatti correlato a un padre, “debitore a un padre – scrive Derrida – e la figura del padre è anche quella del bene, è cioè al tempo stesso un capitale e un bene, come attesta il fatto che in greco antico Pater voglia dire tutto questo insieme”. Ora, incrinando l’idea della possibilità stessa della funzione ordinatrice e razionale del logos si priva di fondamento l’ordine del padre e dell’idea di bene che gli è corrispettiva. In questo senso, quello di Derrida non sarebbe nient’altro che l’ennesimo tentativo di parricidio operato dalla cultura occidentale verso il logos che sta a fondamento della sua metafisica. Dopo quelli che ci hanno mostrato prima Fëdor Dostoevskij e poi Freud – dove il secondo è poi a sua volta debitore del primo, come ha ben colto Max Ernst che in una sua famosa opera mette Freud seduto sulle ginocchia di Dostoevskij – Derrida comprende che il riferimento al padre e al logos sono tutt’uno, e che non ci può sbarazzare del primo senza sbarazzarci anche del secondo.

Fare esperienza del linguaggio in quanto scrittura significa per Derrida “fare esperienza di una divisione e di un abbandono, divisione nella e della parola, significa esperire un’essenziale incapacità di controllo, una radicale impossibilità di dominio”. Quest’assenza di un dominio della parola e sulla parola non implica tuttavia un ineludibile abbandono alla deriva del suo senso, ma Derrida parla invece esplicitamente di una “deriva essenziale” che fa della scrittura una “struttura iterativa, separata da ogni responsabilità assoluta, dalla coscienza come autorità ultima”. Pur essendo vero, come Derrida sostiene, che una scrittura che non fosse iterabile al di là della morte del destinatario non sarebbe una vera scrittura, non è la scomparsa del destinatario che può metterla alla prova, che può generare quella cifra stilistica che è in grado di distinguerla da una qualsiasi imitazione o riproduzione meccanica, ma solo il richiamo all’ascolto di un altro indefinito, a un tempo singolare e universale, veicolo immaginario del grande Altro che s’interpone tra la voce narrante o poetante nello spazio intermedio e segreto che sempre sussiste tra la scrittura e il suo ascolto assoluto.

Per questo ogni scrittura ha sempre a che fare con la confessione, e più in particolare, come sottolineava Franz Kafka riferendosi alla poesia, con la preghiera, e per questo, continuando comunque ad avere un destinatario, ancorché invisibile, non può mai venir meno al suo imperativo di essere comunicabile, di volersi lasciar catturare in un orizzonte di senso a suo modo sensibile e perspicuo, riconoscibile al suo estensore nel riflesso prodotto in un misterioso indefinito lettore. Potrebbe trattarsi di un padre immaginario che coincide col bene, come ipotizza Derrida, pur intendendo privarlo, decostruendolo, di questa sua prerogativa? Potrebbe trattarsi di questo, o ancor meglio di qualcosa che con questo padre assente ha radicalmente a che fare, come suggerisce Fernando Pessoa “di un’altra specie di fine, o una grande ragione: di qualcosa così, come un perdono”.

(*) Il fattore della verità di Jacques Derrida, traduzione di Francesco Zambon, Piccola Biblioteca Adelphi 1978, 177 pagine, 15 euro

(**) La disseminazione di Jacques Derrida, traduzione di Marcella Odorici e Silvano Petrosino, Jaca Book 2018, 377 pagine, 26 euro

Aggiornato il 05 febbraio 2026 alle ore 11:40