Stragi: la retorica della memoria, ma la verità è un’altra cosa

martedì 21 luglio 2026


Ogni volta che il calendario ci riporta ai giorni più bui della nostra storia recente, puntualmente si riaccendono i riflettori della retorica pubblica. Si susseguono discorsi accorati, annunci di nuove misure per rafforzare la lotta alla criminalità organizzata, impegni rinnovati sul fronte della legalità e cerimonie necessarie affinché la memoria non sfumi.

Tutto questo è giusto, necessario, doveroso. Creare un argine culturale contro le logiche mafiose, sostenere le forze dell’ordine nel contrasto quotidiano alla criminalità e rendere omaggio a chi ha pagato con la vita la propria fedeltà allo Stato sono azioni lodevoli che nessuno si sognerebbe di mettere in discussione.

Tuttavia, c’è un limite che la politica e le istituzioni non dovrebbero superare se vogliono mantenere intatta la propria credibilità: spacciare tutto questo per la ricerca della verità. Perché un conto è la meritoria azione di contrasto alle mafie, un altro è raccontare ai cittadini che la mappa del potere stragista si esaurisca tra le strade di Palermo o nei recinti dell’organizzazione militare di Cosa Nostra.

Far credere che la stagione del 1992-1993 si spieghi unicamente con la follia di un pugno di boss corleonesi significa perseverare in una narrazione rassicurante, ma profondamente incompleta. Chi ha ordito quei piani, chi ne ha coordinato tempi e obiettivi nell’ambito di una strategia destabilizzante di portata sistemica, difficilmente può essere ricondotto ai soli covi della provincia siciliana. Le “braccia” erano lì, certo, ma le menti – e le convergenze d’interessi – sembrano aver guardato ben oltre i confini dell’isola, fino a lambire ambienti deviati, apparati dello Stato e complessi scenari internazionali maturati all’indomani della Guerra Fredda.

Continuare a confondere la necessaria repressione della mafia con il disvelamento dei livelli superiori di responsabilità è un’operazione che poco ha a che vedere con la ricerca della verità. Soprattutto di fronte a vicende come la strage di Via D’Amelio, sfregiata dal più grave e sistematico depistaggio della storia giudiziaria del Paese, proclamare che la verità sia ormai definitivamente acquisita appare, quanto meno, prematuro.

Perciò, onorate pure la memoria. Continuate a combattere il crimine organizzato. Sostenete le comunità che resistono ogni giorno alle mafie. Ma, per favore, risparmiateci le proclamazioni trionfalistiche sulla verità. Finché non si avrà il coraggio di guardare al di fuori dei consueti perimetri e delle solite narrazioni, chiamarla “verità” sarà soltanto un modo elegante per smettere di cercarla davvero. 

(*) L'Opinione delle Libertà ha realizzato uno speciale dedicato alla strage di Via D'Amelio per il quale ha scritto Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare antimafia. 


di Salvatore Di Bartolo