Il Bari non è un “asset”: lo schiaffo di Leccese ai De Laurentiis

giovedì 28 maggio 2026


La retrocessione del Bari in Serie C non è solo un verdetto del campo, arrivato dopo lo zero a zero di Bolzano contro il Sudtirol.
È il fallimento certificato, rumoroso e, per certi versi, preannunciato di un modello gestionale che ha trattato una piazza storica del calcio italiano come una succursale amministrativa, una “scatola” di passaggio in attesa di scadenze burocratiche.

Ma a trasformare il dramma sportivo in uno scontro istituzionale senza precedenti è la clamorosa e tagliente replica del sindaco di Bari, Vito Leccese, al presidente Luigi De Laurentiis.
Una risposta arrivata come una frustata, che gela le pretese della Filmauro e mette a nudo l’inquietante distacco della proprietà romana dalla realtà di una città ferita.

Tutto ha inizio quando il primo cittadino, raccogliendo le macerie di una tifoseria umiliata, chiede formalmente alla società un progetto serio, trasparente e chiaramente orientato alla vendita.
La scadenza federale del 2028 sulle multiproprietà è ormai un traguardo fittizio: la retrocessione ha anticipato la storia, svuotando di valore tecnico e morale il legame tra la famiglia De Laurentiis e i colori biancorossi.

La risposta del presidente non si fa attendere, ma arriva sotto forma di una pec difensiva e gelida, in cui si rivendicano la solidità dei conti, i milioni spesi per la manutenzione ordinaria e straordinaria dello stadio San Nicola e l’anomalia di un’amministrazione che si intromette nelle dinamiche di un’impresa privata. De Laurentiis definisce “inusuale” l’invito a cedere la società e, con il cronometro alla mano, batte cassa chiedendo la concessione d’uso dello stadio entro il ventinove maggio, pena l’impossibilità di iscrivere la squadra al campionato di Serie C e la conseguente perdita del titolo sportivo. Un aut aut che sa di ricatto istituzionale.

La controrisposta di Vito Leccese demolisce la retorica aziendale dei De Laurentiis con una durezza mai vista prima nelle stanze del Palazzo di Città. Il sindaco scrive senza mezzi termini che le parole del presidente confermano ciò che molti sospettavano da tempo: una totale estraneità rispetto alla città e una completa indisponibilità a un confronto autentico. Leccese chiarisce subito di non parlare da tifoso deluso, ma da rappresentante di una comunità calpestata e da proprietario dell’impianto sportivo.

​Il passaggio cruciale segna un punto di non ritorno politico e civile. Il sindaco rigetta con forza l’idea che il Bari possa essere ridotto a un mero strumento finanziario o a un investimento da difendere dietro lo scudo della stabilità di bilancio.
Il Bari non è un asset della Filmauro, ribadisce Leccese, ma è l’identità, la passione e la dignità di un intero popolo. Di fronte all’arroganza della pec presidenziale, che utilizzava lo spauracchio della mancata iscrizione per forzare la mano sul San Nicola, il sindaco lancia una provocazione che suona come uno sfratto esecutivo: se la proprietà ritiene inaccettabili le richieste di trasparenza del Comune, valuti la possibilità di andare a giocare altrove.

Questo scenario appare drammaticamente inquietante per il futuro del club.
La rottura totale tra il Comune e la presidenza consuma gli ultimi margini di manovra in una settimana decisiva per la sopravvivenza stessa del calcio professionistico a Bari. Luigi De Laurentiis sembra intenzionato a non cedere, a rilanciare una gestione che ha perso qualsiasi tipo di legittimità popolare e che ora si scontra con il muro della politica locale.
Dall’altra parte, la minaccia di perdere il titolo sportivo non è un bluff, ma il rischio concreto di un nuovo, devastante fallimento burocratico dopo quello del 2018.

Il futuro del Bari resta così un’incognita drammatica. Una squadra sprofondata nell’inferno della terza serie, una tifoseria in rivolta che ha già firmato un ideale avviso di sfratto ai proprietari e un’amministrazione comunale che ha deciso di non fare più da spettatrice o da garante a un progetto senza prospettive. La notte del calcio biancorosso non è mai stata così buia e la sensazione è che il peggio debba ancora venire. 


di Alessandro Cucciolla