E una Nazionale di stranieri?

giovedì 2 aprile 2026


Modena, 1962. Una città senza grandi tradizioni calcistiche arriva in serie A dalla C: due promozioni in due anni, e questo è già un traguardo straordinario da festeggiare con la moderazione di una razza urbana che non conosce eccessi.

Ma poi appare Sidney Colonia Cunha e la flemma geminiana è messa a dura prova: nella squadra che sta per affrontare Juventus, Milan, Roma come niente fosse c’è addirittura un brasiliano, soprannominato, per via della sua faccia vagamente orientale, Chinesinho: in dialetto modenese diventa subito, al cinès.

Fu un’occasione, un prestito dall’Inter, troppo piena di campioni. Il carioca si infortunò diverse volte, giocò venti partite segnando solo tre goal. Preziosi per la salvezza, ma solo tre. Eppure, quando entrava in un negozio lo servivano come fosse un principe, chi aveva il privilegio di incontrarlo gli chiedeva due autografi, uno anche per il cugino: la Modena democratica e antifascista aveva un re.

Chinesinho morì nel 2011 all’età di settantasei anni, ma le vecchie generazioni lo ricordano ancora come una meteora, un momento in cui Modena è stata una minuscola stella del firmamento calcistico. A quel tempo uno straniero faceva ancora notizia, ora, come vedremo in seguito, fa notizia un italiano.

Gli stranieri nelle squadre italiane furono banditi per moltissimi anni: li proibì il fascismo ma, fra distinzioni per oriundi e blocco totale, la restrizione rimase, al punto che nel 1953 il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giulio Andreotti, appassionato di calcio, vietò i permessi di soggiorno agli stranieri che li avessero chiesti per giocare nelle squadre di campionato: voleva evitare che un eccesso di calciatori “immigrati” compromettesse l’efficienza delle forze sportive nazionali.

La storia continuò nei decenni successivi, fra divieti, normative europee, confronti fra squadre ricche, desiderose di crescere e squadre “povere”, spaventate da un mercato estero troppo caro e in costante lievitazione.

Esiste però anche la Nazionale, e qui è sempre la solita storia: le partite sono un focolare domestico, le guardano anche quelli disinteressati al campionato, fra i quali molte donne. Ma il tifo, quello vero, talvolta violento, spesso urlato, quello dei sacrifici, delle notti insonni, delle risse, delle marce, dei cori, dei miliardi di insulti, è per le squadre di club, in cui gli stranieri sono spesso le star: se no perché li si sarebbe comprati?

E così si arriva alla vigilia della “guerra di Bosnia”: nel 2025 su cinquecentootto (508) giocatori del campionato italiano quattrocentouno (401!!!) erano stranieri. Ovviamente si sta proseguendo sulla stessa strada, tifiamo per un italiano su cinque, squadra più, squadra meno.

Dunque, la Nazionale è scelta all’interno di una sparuta minoranza. Chi mastica di calcio, su questo, può disquisire con mille argomenti, ma la matematica non è opinione.

E se in passato sono stati presi provvedimenti per salvaguardare la pedata italica, ora è difficile accettare che i nipoti degli eroi che umiliarono tutti, dalla Germania al Brasile, siano costretti ai mezzucci contro la Bosnia, sessantacinquesima nel ranking mondiale. E che nemmeno i mezzucci bastino. E che persino i palloni dei rigori volino in cielo, come le speranze di qualificarsi.

Il calcio italiano non interessa agli italiani? Va bene, fra quattro anni si spostino le partite dei mondiali su una pay-tv culturale, così il residuo nazionalismo pedatorio soccomberà di fronte a una spesa che pochi accetteranno di sostenere.

Riflessioni di e per chi di calcio sa poco.


di Gian Stefano Spoto