giovedì 5 novembre 2026
Il pastore in Senato e l’ex prete in vetrina
Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti hanno fatto emergere un Paese letteralmente ridisegnato dall’esito del voto. Democratici che hanno la maggioranza alla Camera e al Senato – ben oltre le aspettative, anche quelle più ottimistiche – e il partito del presidente in carica che appare screditato, in crisi. Gli americani, tutti, dai latini alle famiglie bianche degli Appalachi, hanno scelto di ridimensionare il potere repubblicano. I Democratici hanno portato gente nuova: giovani con background diversi, nuove prospettive di convivenza religiosa, musulmani, Lgbt e via dicendo. Ma il punto di questa riflessione non riguarda chi sia uscito dal cappello magico Dem. Voglio riflettere sul modo diverso con cui si interpreti il sacerdozio (attivo o sospeso) qui in Italia e oltreoceano.
Negli Stati Uniti, in Texas, ha ottenuto lo scranno in Senato il democratico James Talarico: è dal lontano 1988 che il Texas non esprimeva un rappresentante Dem. Trentasette anni, di origini calabresi, attivo nel mondo del no-profit nel settore dell’istruzione, seminarista. Avete letto bene. Sta studiando per fare il ministro di culto. Non è cattolico, ma protestante presbiteriano, per cui può essere sposato, lavorare, fare politica, e ovviamente curare le anime che gli vengono affidate come pastore e amministrare i sacramenti. Un uomo del genere, che tra l’altro vuole smantellare il controverso Ice (Agenzia per l’immigrazione, definita “polizia segreta”), alzare i contributi alle famiglie e mettere un tetto ai farmaci salvavita come l’insulina (Talarico è diabetico), è stato eletto in Texas. Quel Paese dove la realtà supera gli stereotipi più negativi: conservatorismo morboso, fanatismo religioso, cultura delle armi, cowboy. Il Texas rude, pieno di obesi e negazionisti del cambiamento climatico, ha dato un seggio al Senato a una persona che realmente ha zero compatibilità con il substrato ideologico del Paese. Un Paese che per quarant’anni ha difeso la sua identità repubblicana, diventando una roccaforte da manuale del conservatorismo rurale, elegge un democratico che studia teologia e che è fortemente ispirato dalla dottrina sociale cristiana e che addirittura cita i testi sacri per sostenere l’Equality Act, una legge antidiscriminatoria.
Da noi, invece, un ex prete, Alberto Ravagnani, sta letteralmente campando di tivù. C’era da aspettarselo, ma adesso il suo eccessivo spazio pubblico sta risultando patetico e la sua trasformazione in icona pop evidenzia lo scollamento dal sacro e la svendita del suo corpo. È uno dei volti più chiacchierati di Ballando con le stelle, e giusto qualche giorno fa, in una bavosa intervista da nuovi mostri, veniva tallonato sulle sue relazioni, su come approcciasse alle donne, tutto per aspettarsi un outing subdolo. Chi l’ha intervistato, su Rai 2, ha incalzato l’ex prete con il tono da inquisitore fallito, come a dover far confessare a Ravagnani i suoi peccati e le sue scappatelle durante il sacerdozio. L’ex prete, che correva a torso nudo, oggi è spogliato della dignità personale.
Negli Stati Uniti un cristiano, umanamente risolto, che farà il pastore in una comunità di anime, supera il muro della rudezza texana e diventa senatore. Qui da noi un ex prete, già parecchio esaltato durante la carriera social in clergyman, oggi si ritrova a passare da un salotto televisivo all’altro, sempre con quel sorrisetto da fotoromanzo da sala d’attesa, che in realtà sembra quasi godere dei processi morali che gli fanno. Due Paesi diversi, due cristianesimi diversi. Quello americano ancora fatto da santoni, assemblee nei teatri con benedizioni fotoniche, comizi a suon di invettive bibliche e massicci richiami apocalittici; quello italiano, invece, che conta su anziane parrocchiane per fare numero e sui preti tiktoker per comunicare il sacro. Ogni tanto qualche politico il rosario lo tira fuori anche da noi, ma il fenomeno è irrilevante.
Il confronto tra Talarico e Ravagnani non è che un abbozzato tentativo di far emergere qualcosa di più profondo: prospettive di potere, visibilità, influenza. Talarico è davvero una simpatica stranezza per l’immaginario texano, eppure sta lì, con le sue idee forti e il suo piano azzardato. L’ex prete italiano, consumato dalle sue stesse scelte, invece, non è che la conferma di un malessere spirituale e sociale che nel nostro Paese si preferisce dare in pasto alla tivù e alle infinite gogne social. Siamo proprio questo. Un paese che si sollazza e si eccita intellettualmente con le storielle di un prete influencer, mentre tutto il resto ristagna nella crisi e nel degrado culturale. Non sono certamente un sostenitore a spada tratta dell’America – o meglio, di tutto ciò che succede lì – ma l’elezione di Talarico la vedo come un segno di speranza. Eleggere un futuro pastore non è visto come una forzatura alla laicità (che viene garantita dal primo emendamento). Il loro sistema lo permette e ogni tanto qualcuno di buono esce fuori.
In Italia, dove il concetto di laicità viene messo in discussione continuamente, nel paese delle chiese e delle processioni, il prete che durante l’omelia fa qualche richiamo politico (sulla guerra, sulla povertà, sui mancati diritti o sui troppi diritti – punti di vista) viene considerato fuori luogo, pesante, schierato, catto-comunista o lefebvriano. Il nostro Paese, che potrebbe fare un uso costruttivo del bagaglio culturale (e quindi spirituale) che si porta dietro da secoli, tratta i suoi preti e gli ex preti come fenomeni da baraccone, costringendoli a sguazzare nel degrado e trattandoli come feticci trash, invocando ogni tanto i tempi dove “tutto questo non succedeva” e dove la religione era davvero una costrizione morale. Abbiamo tanti preti veri, preti di strada, sacerdoti impegnati nelle trincee periferiche e nelle sfide alla criminalità: purtroppo, e questa è colpa nostra, basta vedere un prete dimesso in tivù per dimenticarsi di tutto.
di Enrico Laurito