L’inquisizione con il canone Rai: quando la TV confessionale processa la libertà

giovedì 5 novembre 2026


Ci sono momenti in cui la televisione pubblica smette di fare informazione e decide di indossare il manipolo, la toga o, nei casi più grotteschi, il martello da giudice penale. Quanto accaduto nello studio di Bella Ma’, nel salotto pomeridiano guidato da Pierluigi Diaco, è esattamente uno di quei momenti: un corto circuito deontologico ed etico che trasforma un’intervista in un interrogatorio dinanzi al Santo Uffizio.
​Al centro del ring c’è Don Alberto Ravagnani, l’ex sacerdote diventato celebre sui social media che ha compiuto una delle scelte più intime, sofferte e radicali che un essere umano possa fare: abbandonare l’abito talare per ritornare ad essere un libero cittadino, un uomo di tutti i giorni. Un tema enorme, denso di spiritualità, dubbi, fragilità e psicologia.
​Ma la TV della narrazione morbida e del paternalismo ostentato ha preferito un’altra strada: il processo al dovere, il sospetto sistematico, la condanna morale.

​LA RICOSTRUZIONE: ANATOMIA DI UN PROCESSO TELEVISIVO
​Cosa abbiamo visto, numeri alla mano e fatti alla mano, durante la trasmissione?
​Non assistiamo a un dialogo interiore, né a una ricerca empatica delle motivazioni. Pierluigi Diaco non veste i panni del giornalista curioso o del facilitatore, ma quelli dell’inquisitore moralista. La griglia delle domande e l’atteggiamento del conduttore costruiscono fin dai primi minuti una trappola retorica: la messa in discussione della credibilità. La scelta di spogliarsi dell’abito viene trattata non come un cammino esistenziale, ma come una presunta incoerenza, quasi un “tradimento” di cui chiedere conto con risentimento.

​L’INSINUAZIONE E IL CONFINE VIOLATO
Si alzano dubbi sulla veridicità del racconto e sulla genuinità dell’ospite. Ma il punto di non ritorno si raggiunge quando la sfera privatissima dei sentimenti, dell’orientamento e dell’intimità personale viene sfiorata e punzecchiata con insinuazioni striscianti, volte a scavare torbidamente nelle “reali motivazioni” del gesto.

​Il giudizio di valore. L’ospite non è lì per raccontarsi, è lì per giustificarsi. La narrazione del conduttore posiziona l’atto di lasciare il sacerdozio sul piano della colpa, mentre la fedeltà all’istituzione diventa l’unico metro di rispetto civile.

LA RISPOSTA DI RAVAGNANI: LA DIGNITÀ DI CHI NON SI FA TIRARE GIÙ
​Di fronte ad un impianto accusatorio di tale veemenza, la reazione di Ravagnani è stata la vera rivelazione della puntata.
L’ex sacerdote non ha ceduto alla tentazione del “polverone televisivo”.
​Senza alzare i toni, mantenendo un rigore logico ed emotivo incrollabile, Ravagnani ha risposto rivendicando la verità del proprio percorso. Non ha cercato giustificazioni facili, né ha accettato le etichette di “spettacolarizzazione” che si tentava di cucirgli addosso. Laddove il conduttore cercava la crepa scandalistica o l’ammissione di debolezza, Ravagnani ha opposto la complessità di una scelta umana: il diritto di cambiare, di fallire, di ricominciare e di rimanere fedeli a se stessi anche quando si smette di servire una struttura.

​UNA LEZIONE DI COMPOSTEZZA CHE HA RESO ANCORA PIÙ STRIDENTE L’AGGRESSIVITÀ MAL CELATA DELL’IMPOSTAZIONE DELLO STUDIO
​Informazione, voyeurismo o esecuzione pubblica?
​Sorgono spontanee alcune domande che vanno ben oltre la singola puntata di un programma pomeridiano: è questa l’informazione che ci si aspetta dal servizio pubblico?
​Quando un conduttore travalica il limite della cronaca e dell’approfondimento per addentrarsi nelle pieghe intime, nell’orientamento, nelle scelte affettive e nella fede profonda di un individuo, non sta facendo servizio alla collettività. Sta compiendo un’operazione di posizionamento morale.
​Insinuare, sollevare dubbi sulla reputazione di chi si ha di fronte solo perché non risponde ai propri canoni di “come si gestisce un dogma”, significa trasformare la TV in una gogna. La sfera privata di un uomo — ancor più se riguarda la sua identità personale e affettiva — non è materiale da vivisezionare per alzare lo share o per dare lezioni di vita non richieste dal divano di casa.

​COSA RESTA DI QUESTA PAGINA TV?
​Cosa ci rimane negli occhi dopo i titoli di coda di Bella Ma’?
​Ci rimane una lezione amara sul confine sempre più labile tra intervista e prevaricazione. Ci rimane l’immagine di un’informazione che, anziché ascoltare con rispetto i grandi passaggi della vita umana, preferisce giudicarli con il ditino alzato.
​Ma ci rimane anche una speranza: il messaggio inviato, volente o nolente, da chi stava dall’altra parte della poltrona. Essere liberi significa anche “accettare di essere processati” da chi non capisce le tue scelte.

Alberto Ravagnani ha mostrato che la dignità di essere uomini di tutti i giorni, consapevoli e trasparenti con le proprie debolezze, vale molto di più del giudizio sommario di un tribunale televisivo.


di Alessandro Cucciolla