mercoledì 4 novembre 2026
En Passant
Secondo alcuni, se la storia insegna qualcosa è che non insegna nulla. Ma esagerano, non meno dei ciceroniani per altro verso. Nel mio piccolo, seguo l’opinione di Sergio Ricossa: “Un onesto studio della storia non porta allo storicismo, porta all’umiltà degli uomini”. Tuttavia, con tutto il mio devoto rispetto per il Maestro, forse gli è scappato un po’ di ottimismo, scrivendo “Storia della fatica”. Se lo studio onesto della storia inducesse almeno all’umiltà, la storia dovrebbe essere insegnata e insegnata e insegnata poiché, tanto accelerano i giorni e gli anni e i secoli, quanto decelera la modestia degli esseri umani nel condursi in vita.
In un libro fondamentale sulla polis trovo questo giudizio sulla crisi della democrazia ateniese, che lascia pensare. Atene finì perché morì Pericle con la peste, perché soccombette a Sparta, perché la politica ne prosciugò le finanze? Sia come sia, il brano di uno dei più grandi storici dell’antichità impartisce ai posteri una lezione incontestabile di prudenza, se non di umiltà, sia governanti sia governati.
“Sempre insufficiente, continuamente aumentato, il fondo dell’assistenza sociale corrompeva il regime, dissipava in sportule mezzi finanziari necessari ai servizi d’essenziale importanza, mandava in rovina il Tesoro e la Città. La responsabilità del male era dell’Ecclèsia. Su questo punto abbiamo un testimone inaspettato: l’avversario di Demostene, Eschine. In un momento d’indignazione più interessata che virtuosa l’abile oratore trovò la parola giusta. Parlando delle adunanze in cui gli uomini politici si facevano decernere dal popolo ogni sorta di onori, “Se ne esce – disse – non come da assemblee deliberative, ma come da riunioni di azionisti dopo la distribuzione dei profitti”. Sì, la repubblica era veramente divenuta un éranos, una società di mutuo soccorso chiedente gli uni i mezzi per provvedere al mantenimento degli altri. Per un capovolgimento singolare delle relazioni che in passato sembravano naturali, non più i cittadini dovevano adempiere i loro doveri filiali verso la Città, ma la Città era tenuta a osservare l’obbligo alimentare verso i cittadini, come i figli verso i genitori” (Gustave Glotz, “La Città greca”, Einaudi editore, 1948, 298 pagine).
di Pietro Di Muccio de Quattro