martedì 3 novembre 2026
C’è un paradosso nella medicina contemporanea. Non abbiamo mai posseduto strumenti tanto sofisticati per diagnosticare e curare le malattie, eppure sembra diventare sempre più difficile custodire ciò che dovrebbe precedere ogni intervento terapeutico, il rapporto umano. Sappiamo osservare un organo con precisione straordinaria, ma rischiamo di non vedere la persona alla quale appartiene.
È una contraddizione sulla quale mi sono interrogato lavorando al libro di Carlo Ercolani, Maledetti Denti, il racconto di quasi mezzo secolo di professione odontoiatrica che finisce per diventare un atto d’accusa nei confronti della medicina contemporanea.
L’odontoiatria rappresenta un caso emblematico. Progressivamente relegata ai margini dell’assistenza sanitaria pubblica, viene trattata quasi fosse una disciplina separata dal resto della medicina. Ma la bocca non è un organo indipendente. Le infezioni del cavo orale, gli squilibri del microbiota e i processi infiammatori possono avere connessioni con numerose patologie sistemiche. Il corpo umano non conosce le separazioni amministrative attraverso le quali abbiamo organizzato il diritto alla salute.
Il risultato è una contraddizione difficilmente giustificabile. Proclamiamo l’universalità delle cure e accettiamo che una parte essenziale della salute dipenda largamente dalle disponibilità economiche individuali.
Su questo terreno si è sviluppato un mercato sempre più aggressivo. Catene odontoiatriche, offerte a basso costo, finanziamenti e turismo sanitario verso Paesi nei quali le prestazioni possono costare molto meno. Non significa che all’estero si curi necessariamente peggio. Ercolani racconta però di pazienti tornati con impianti compromessi e infezioni, costretti a cercare un professionista disposto ad assumersi la responsabilità di interventi eseguiti altrove. Il problema non è soltanto il prezzo, ma la continuità della cura.
A tutto questo si aggiunge la medicina difensiva. Una trasformazione meno appariscente e forse ancora più pericolosa, perché modifica il comportamento del medico prima ancora delle sue decisioni cliniche. Il timore del contenzioso può condizionare diagnosi, prescrizioni e interventi. Ercolani racconta di avere eseguito correttamente un’operazione dopo una vicenda giudiziaria che lo aveva profondamente segnato. Ne uscì con una consapevolezza terribile: “Ho operato bene con le mani, ma male con il cuore”.
Non è la richiesta di impunità per chi sbaglia. È la denuncia di un sistema nel quale il medico rischia di preoccuparsi della propria difesa prima ancora di potersi concentrare sulla persona che deve curare.
E sarebbe un errore considerare tutto questo un problema dei dentisti. L’odontoiatria anticipa e rende visibili contraddizioni che attraversano la medicina tout court. Ospedali sotto pressione, liste d’attesa, professionisti schiacciati dalla burocrazia, giovani medici sottoposti a responsabilità enormi e, talvolta, a organizzazioni che misurano la prestazione prima della sua necessità.
L’accusa di Ercolani investe allora anche la politica. Non un governo o un ministro soltanto, ma una lunga successione di scelte incapaci di garantire continuità, competenza e condizioni dignitose tanto a chi cura quanto a chi deve essere curato.
C’è infine una responsabilità che riguarda tutti noi. Abbiamo progressivamente sostituito la fiducia con il sospetto, la relazione con il contratto, il giudizio professionale con la recensione, la cura con la prestazione acquistata.
La medicina deve rispondere dei propri errori. Ma una società che trasforma ogni complicanza in una colpa e ogni paziente in un consumatore finisce per compromettere proprio quella responsabilità che pretende di difendere.
È questo il crinale sul quale ci troviamo. Possiamo avere una medicina tecnologicamente sempre più potente e umanamente sempre più povera. Oppure riconoscere che curare non significa soltanto intervenire su una malattia, ma assumersi una responsabilità nei confronti di una persona.
di Fabio Cavallari