lunedì 19 ottobre 2026
A distanza di una settimana dall’annuncio dell’intervento al polmone, e a cinque giorni dall’intervento stesso, Papa Leone XIV ha regolarmente recitato l’Angelus dallo studio del Palazzo Apostolico in Vaticano. Domenica scorsa il pontefice, al termine della preghiera, aveva annunciato che si sarebbe sottoposto nei giorni successivi a un intervento chirurgico per la riduzione di un “nodulo circoscritto al polmone”: Leone XIV è arrivato al Gemelli nella mattinata di martedì 13 ottobre ed è stato operato nel pomeriggio. Circa 3 ore in sala operatoria e 90 minuti di intervento. Inizialmente si parlava di un’intera settimana di ricovero ma il pontefice ha lasciato il Policlinico Gemelli dopo nemmeno cinque giorni, dato che “non ci sono motivi clinici” – parole del chirurgo Stefano Margaritora – per prolungare la presenza in ospedale. Per molti sembrava essere l’inizio di una situazione già vista meno di due anni fa – con il lunghissimo ricovero di Papa Francesco – ma invece il decorso è stato rapido e già venerdì scorso Robert Francis Prevost ha celebrato la messa con alcuni collaboratori. Sembra che la Santa Sede abbia imparato qualcosa sulla comunicazione in seguito a come è stata trattata e narrata l’ultima fase della vita di Papa Bergoglio: il papa argentino ha trascorso 38 giorni al Policlinico Gemelli e si è parlato soltanto di bronchiti o infezioni respiratorie. Nessuna foto del pontefice o nessuna apparizione se non il giorno prima delle dimissioni a fine marzo 2025.
Quel lungo ricovero ha dato il via a illazioni, requisitorie, complotti, con non poche persone (anche interne al Vaticano o all’ospedale stesso) che giuravano che il papa “fosse già morto”, che stessero per eleggerne già un altro e tante altre teorie grottesche. La comunicazione della Santa Sede era sempre striminzita, quasi forzata, mentre nel caso di Papa Leone si è optato per far comunicare direttamente al diretto interessato la situazione. Il pontefice ha chiarito da subito la condizione “iniziale” del problema e questo ha fatto capire che la prassi comunicativa relativa alla salute del papa ha ormai cambiato prospettiva. Forse il momento dei segreti – strade prioritarie per i conflitti – è finito. Le uniche parole sembrate eccessive, comunque non al sottoscritto, sono quelle pronunciate dal segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin, che dopo l’intervento aveva parlato di una possibile “rimodulazione del pontificato”. Per molti, stampa inclusa, quella proposta sembrava eccessiva o comunque non era stata adeguatamente approfondita. In realtà, Parolin si riferiva non tanto a ipotetiche dimissioni – che in ogni caso nessuno può e deve giudicare, anche se premature – bensì a un rallentamento delle attività e un probabile slittamento del viaggio apostolico in Sud America, la cui partenza è prevista nella prima settimana di novembre, e che per ora pare confermato. Leone XIV visiterà 3 Paesi in 11 giorni: non soltanto i lunghi voli di andata e ritorno, ma anche i tanti spostamenti aerei interni potrebbero stancarlo. Dovrebbe inoltre visitare Cusco e altre località situate a più di tremila metri di altitudine, cosa difficile per chiunque, ma soprattutto per un anziano reduce da un intervento al polmone.
La parte centrale del viaggio toccherà l’Argentina e Buenos Aires, terra del predecessore, di cui puntualmente si ricorda il mancato ritorno; sempre in Argentina celebrerà la messa al santuario mariano di Luján e nella Scuola di aviazione militare. Dunque un programma lungo e scandito da incontri istituzionali, visite a realtà assistenziali e celebrazioni, il tutto da tre settimane. Già dal giorno delle dimissioni il papa non ha mostrato evidenti segni di stanchezza o limitazioni fisiche: è pur sempre un uomo fisicamente molto attivo e abbastanza sportivo, elementi che comunque dovrebbero accelerare la ripresa. Il concetto di “rimodulazione del pontificato” non è comunque una mancanza di rispetto al papa, bensì una semplice precauzione, soprattutto perché si va verso l’inverno e magari una riduzione degli impegni all’aperto non può che essere d’aiuto. Ovviamente un intervento del genere, a fronte di una situazione mutevole, segna l’inizio di una nuova fase nella vita di Robert Francis Prevost e nell’attività di Papa Leone XIV. Proprio nella settimana dell’intervento è entrato in carica come nuovo decano del Collegio, cardinale il filippino Luis Antonio Tagle, 69 anni, dato per papabile sia nel 2013 che nel 2025: senza dubbio una delle figure più importanti della curia romana, con incarichi sia pastorali che di palazzo, vero e proprio braccio destro del papa (molto più che di Parolin).
Qualcuno si è divertito a vedere in lui già il successore di Prevost, dimenticando che i due sono praticamente coetanei, e che è comunque auspicabile una ripresa di Leone e un suo lungo pontificato. Il papa si sta muovendo quindi con le prime nomine importanti. Parolin è ancora abbastanza giovane ma è segretario di Stato già da tredici anni e sicuramente Prevost metterà una figura molto più compatibile con lui; si attende l’indizione del primo concistoro straordinario di Leone per la creazione delle sue prime porpore. La nomina di un gruppo di cardinali è probabilmente l’atto con cui si capisce di più cosa ha in mente un papa: la mancata conferma delle diocesi cardinalizie o la nascita di nuove – cosa molto comune con Bergoglio – oppure la nomina di outsider nella curia sicuramente rappresentano in modo concreto che tipo di Chiesa voglia edificare il primo papa americano e anche quali siano le sue mire geopolitiche, soprattutto in tempo di guerra. I vescovi e i cardinali – che siano pastori o nunzi apostolici – sono gli occhi e le orecchie del Vaticano nel mondo e certamente il ruolo dei religiosi è importante anche per comprendere le dinamiche istituzionali e politiche di paesi a rischio e di realtà socialmente conflittuali. Le sfide di Papa Prevost non sono soltanto salutari, ma anche politiche. Se abbiamo già riflettuto sul ruolo spirituale della Chiesa (dalla crisi all’apparente ripresa dei “numeri” in Europa e negli Stati Uniti, ma anche in Estremo Oriente), è anche importante analizzare i risvolti delle sue nomine cardinalizie e che tipo di ruolo avranno in futuro le nunziature, specialmente in luoghi dove c’è censura, dove i governi ostacolano la vita religiosa, dove ci sono violazioni dei diritti umani nell’indifferenza non solo dei media, ma anche delle strutture internazionali. Prevost conosce bene diverse realtà e sicuramente le sue prossime nomine rifletteranno non solo lo spirito ecumenico, ma anche le sue preoccupazioni verso contesti difficili.
di Enrico Laurito