giovedì 15 ottobre 2026
La violenza sulle donne non comincia sempre con uno schiaffo. Spesso inizia molto prima: con il controllo, la manipolazione, l’isolamento, parole che sembrano innocue e che, giorno dopo giorno, diventano una gabbia.
È da questa consapevolezza che nasce Non mi uccidi, il libro di Moira Cucchi e Francesca Carollo, giornalista da anni impegnata nel raccontare il tema della violenza sulle donne, che sceglie di dare voce alla storia vera di Moira, una donna che ha attraversato la violenza e che, dopo un lungo e doloroso percorso, è riuscita a riprendersi la propria vita.
Abbiamo incontrato Francesca Carollo per parlare del libro, dei segnali che troppo spesso vengono sottovalutati, della responsabilità del giornalismo e, soprattutto, della possibilità di tornare a vivere dopo la violenza.
Non mi uccidi è un titolo molto forte. Qual è il momento in cui hai capito che questa storia doveva essere raccontata e che, dietro quella sofferenza, c’era anche una storia di rinascita?
Dopo una cena con Moira, in cui mi ha raccontato la sua storia di vittima di violenza con una grande capacità di lettura in positivo, ci ho riflettuto a lungo. Poi, occupandomi da tanti anni del tema della violenza sulle donne, ho proposto all’editore questo racconto.
Quella sera avevo compreso che, pur nella sua drammaticità, la storia di Moira avrebbe portato una luce incredibile, in grado di illuminare altre donne che oggi sono nel buio. Per la sua forza, per la volontà incrollabile di usare tutto il suo tempo e la sua voce per essere d’aiuto ad altre vittime.
Nel libro racconti la storia di una donna che attraversa la violenza e riesce a riprendersi la propria vita. Quanto è difficile, per una vittima, riconoscersi come tale e trovare la forza di dire: “Adesso basta”?
È un processo difficilissimo e dolorosissimo, Moira lo spiega molto bene. Un percorso fatto di ostacoli, di passi in avanti e di cadute, in cui è necessario farsi sostenere dalla rete: la famiglia, gli amici, i vicini.
Da soli è difficile uscirne. Infatti, nel libro parliamo molto della rete che ha aiutato Moira: donne e uomini straordinari che non si sono voltati dall’altra parte.
Spesso, quando parliamo di violenza, ci concentriamo sull’atto finale, ma esistono controllo, manipolazione, isolamento e violenza psicologica che possono precederlo. Quali sono i segnali che non dovremmo mai sottovalutare?
I segnali sono tanti, ma spesso sono subdoli. Partono da una frase buttata lì, come: “Ho pensato di cambiarti le password del computer, così casomai ti posso aiutare se si inceppa qualcosa”, oppure: “Ma perché vai in palestra senza di me e perdi tempo?”.
Frasi apparentemente innocue che ogni giorno si trasformano in manipolazione. Ai giovani nelle scuole dico: se qualcuno ti controlla il telefono, non è amore; se qualcuno ti dice come devi vestirti per uscire, non è amore.
La violenza psicologica è drammatica al pari della violenza fisica.
Francesca, da giornalista e coautrice, che cosa ti ha insegnato questa storia sul modo in cui raccontiamo le donne vittime di violenza? C’è qualcosa che il giornalismo dovrebbe cambiare?
Io credo che raccontare sia comunque importante, che tenere il faro puntato sul tema del femminicidio sia indispensabile. Penso che noi giornalisti abbiamo una grande responsabilità anche nell’uso delle parole, che vanno sempre dosate e misurate.
L’accanimento sui dettagli raccapriccianti è inutile e dannoso, ma il racconto di una storia di cronaca deve essere fatto in profondità. Senza mai giustificare il carnefice, che non ha scuse, e senza mai giudicare la donna vittima, che evidentemente non aveva la forza di reagire.
Io ho smesso di essere giudicante.
Il sottotitolo parla di “una donna che ce l’ha fatta”. Ma cosa significa davvero “farcela”? È semplicemente sopravvivere, oppure riuscire a ricostruire la propria identità, la propria autonomia e la propria libertà?
Moira ci dimostra che ricostruirsi una vita bellissima è possibile. Far crescere i propri figli in serenità, avere una casa sicura, un lavoro autonomo e la possibilità di scegliere chi amare è possibile.
È un percorso difficile: lei ci ha messo dieci anni. Ma questa storia può far aggrappare anche chi pensa di non farcela.
Moira è sopravvissuta alla morte, ma la sua oggi è una vita piena e meravigliosa, con un nuovo marito con cui condividere la felicità e una famiglia meravigliosa.
E questa non è una favola, ma vita vera. Ecco perché abbiamo deciso di raccontarla: perché questa luce arrivi a tutte le donne.
Vorrei chiudere con una domanda rivolta direttamente a chi oggi potrebbe trovarsi dentro una relazione violenta e magari non riesce ancora a chiedere aiuto: che cosa vorresti dire a quella donna attraverso questo libro?
Di non avere paura di chiedere aiuto a chiunque, di proteggere i bambini, che hanno diritto a una vita felice, di convincersi che lei stessa ha diritto alla felicità e al rispetto.
E di credere che, in cima a quella scalata tremenda che è uscire da una spirale di violenza, il panorama è bellissimo.
Moira ce lo insegna.
(*) Non mi uccidi: Storia di una donna che ce l’ha fatta di Moira Cucchi e Francesca Carollo, edizioni Sperling & Kupfer, pagine 127, euro 11,99
di Claudia Conte