giovedì 15 ottobre 2026
C’è una storia di questi ultimi giorni che rompe l’asfissia di una narrazione pubblica stanca, ipocrita e consolatoria.
È la storia di Don Antonio Coluccia che decide di piantarsi con un megafono e con la propria tonaca esattamente sotto la porta di casa del giovane boss. Non a un convegno sulla legalità con le istituzioni in passerella, non all’inaugurazione di un comitato di quartiere, ma gridando “Sei un vigliacco” a chi imbraccia le armi, spara per strada e pretende di dettare la legge del terrore nelle periferie.
Non è un semplice gesto di coraggio: è un atto politico e sociale che mette a nudo l’inefficacia di anni di retorica antimafia.
DAL SALENTO ALLE PIAZZE DI SPACCIO: LA VOCAZIONE DEL CORPO A CORPO
Per capire la sostanza di questa sfida, bisogna conoscere l’uomo dietro la tonaca. Originario di Specchia, nel Salento leccese, Don Coluccia non nasce nei corridoi della burocrazia ecclesiastica: prima di prendere i voti è stato un giovane operaio in un calzaturificio. La sua è una vocazione formata nel lavoro di fabbrica e calata sulla strada, dove il Vangelo non è una teoria rassicurante.
Quando prende il megafono e va a sfidare chi gestisce la criminalità e lo spaccio nei quartieri più complessi - da Roma alle periferie del Sud - porta con sé quell’estrazione pragmatica, diretta e priva di filtri.
LA BANCAROTTA DEI PROFESSIONISTI DELL’INDIGNAZIONE
Mentre la politica si divide tra passerelle elettorali, caccia a un pugno di voti nei feudi elettorali e salotti dove ci si scambia medaglie al valore civile, questo prete pugliese rovescia il tavolo. Prende la “Chiesa di strada” e la trasforma in un avamposto di resistenza fisica.
La verità sgradevole che Don Coluccia sbatte in faccia a tutti è semplice: i quartieri non si riconquistano con i comitati d’affari o il politicamente corretto. Si riconquistano occupando lo spazio pubblico, centimetro dopo centimetro, togliendo ai clan l’unica cosa che conta davvero: il controllo del territorio e la sottomissione psicologica della gente.
IL VALORE DELLA SPERANZA NON NEGOZIABILE
Mettendo a rischio la propria vita e affrontando minacce e aggressioni, il sacerdote salentino dimostra che la battaglia tra il bene e il male non ammette compromessi né “tavoli di concertazione”.
Gridare a un boss direttamente sotto la sua finestra non è uno show: è una scossa elettrica alla rassegnazione. Ci ricorda che di fronte alla sopraffazione non si deve abbassare la testa né mercanteggiare per mantenere briciole di potere.
Don Coluccia dimostra che il male si può guardare negli occhi e affrontare a viso aperto, restituendo dignità a una comunità intera.
di Alessandro Cucciolla