Garlasco, il vero colpevole è il processo indiziario

mercoledì 30 settembre 2026


Tutti sconvolti per le notizie su Garlasco, il delitto ancora senza soluzione di Chiara Poggi. Le ipotesi si accavallano: sconfitta della giustizia, scandalo per i Ris, vacilla la credibilità del generale Luciano Garofano e il colmo dei colmi. Alberto Stasi potrebbe essere “innocente”, un non colpevole dietro le sbarre per sedici anni con quelle accuse inaudite? E cioè “il maschietto alfa” perfetto per il più brutale dei femminicidi dei nostri giorni? Se ne esce bel bella la carta nascosta: non sarebbe mai stato di Chiara il sangue sui pedali della bicicletta di Alberto, considerata la prova regina che lo ha sbattuto in galera. E dunque se al termine del riesame dei vari riesami la prova regina cade, ci sarebbe da chiedersi chi è il colpevole? Io lo so. E lo scrivo, ovviamente.

Il processo indiziario. È quanto hanno sostenuto giuristi, magistrati di cui molti oggi in pensione. Io stessa, ai tempi del mio coinvolgimento nell’iter giudiziario sui fatti del Circeo, ne parlai con l’ex magistrato Gennaro Francione. Francione, nato a Torre del Greco ma romano d’adozione, è stato Consigliere di Corte di Cassazione e, anche se oggi svolge attività di artista e animatore socioculturale, non ha smesso di intervenire su casi clamorosi. Mi spiegò che la causa di tanti processi imperfetti, o del tutto discutibili aggiungo io, era a sua convinzione da ricercare nelle distorsioni messe in atto dalle modalità di un procedimento penale in cui la colpevolezza si dimostra senza prove dirette, ma usando un insieme di indizi, benché come stabilisce il Codice penale “gravi, precisi e concordanti”. Il dottor Francione questa sua opinione l’ha espressa più volte pubblicamente. Per esempio, per il delitto di Arce − l’omicidio di Serena Mollicone, la diciottenne scomparsa il 1° giugno 2001 ad Arce, in provincia di Frosinone, e ritrovata morta due giorni dopo in località Fontecupa − l’ex magistrato ha dichiarato alle agenzie di stampa: “Il caso Mollicone è l’ennesima riprova del fallimento del processo indiziario e dell’impossibilità del gravame a fronte di una sentenza di assoluzione (doppia) di per sé fonte di ragionevole dubbio di colpevolezza”. Non è poco!

Personalmente ne sono convinta, perché un altro autorevole dottore in legge mi spiegò ai tempi della mia formazione di giornalista, che approcciava anche casi di cronaca nera, che quello da cercare è sempre “il movente”. E di conseguenza il mandante, o i mandanti. Un delitto? Perché? E chi? Il celebre “pc giudiziario” mi fissai io in testa. Ma per essere ora seri e gravi di fronte alle recenti notizie sulla fine terribile di Chiara Poggi, ancora avvolta in quotidiane e ossessive sedute di processi spettacolo, in cui il media capovolgendo il dettame di Marshall Mc Luhan si piega al villaggio globale, ho iniziato una ricerca, che potrebbe necessariamente sfociare in un testo editoriale, partendo dal chiedermi chi sono gli “indiziari della storia”?

Il primo, che sceglierei come autore del mio epitaffio librario, sarebbe certamente Giordano Bruno: “La verità non perisce, anche se gli uomini ne bruciano i libri e ne mettono a tacere i profeti; non appassisce, anche se il tempo ne oscura il volto; non cede, anche se l’errore la assale. La verità è figlia dell’infinito, sorella dell’eterno, madre di tutto ciò che è giusto e buono. Vive nelle stelle, respira nei venti, risplende alla luce della ragione e nessuna forza può prevalere su di essa”, scrive il filosofo, scrittore e predicatore vissuto e messo al rogo nel XVI secolo in Causa, Principio et Uno. Dopodiché la ricerca porterebbe a spaziare da Socrate a Galileo.

“Vada come sta a cuore al Dio. Alla legge si obbedisce. Difendersi si deve”, invoca Socrate nel secondo capitolo dell’Apologia di Platone, composta tra il 399 e il 388 a. C. Il filosofo con tutta oratoria si difende dalle accuse sollevate dai tre democratici Meleto, Anito e Licone. Di cosa è accusato Socrate? Incriminazioni pesanti, ma generiche. Reo di corrompere i giovani, di non riconoscere gli dei della città e di introdurne di nuovi. L’ateniese intuisce subito l’intento calunnioso, che fa risalire all’oracolo di Delfi quando, interrogata dall’amico Cherefonte, la sacerdotessa Pizia aveva proclamato che “nessuno è più sapiente di Socrate”.

In verità la sapienza socratica era del tutto particolare e fondata sul celebre motto “il vero sapere è sapere di non sapere”. Con questa certezza il saggio greco era andato alla ricerca di saggi più saggi di lui e aveva interrogato politici, poeti, artigiani, rilevando come costoro non sapessero nulla di ciò che pure dicevano di conoscere. Il senso del responso era dunque enigmatico: la sapienza è divina e Socrate è l’unico a sapere di non sapere. Questo non gli risparmia il risentimento dei potenti, che lo trascinano a processo.

Processo indiziario. Uno dei più antichi e celebri della storia. Le accuse non contengono prove, si svolgono lungo un percorso accanito e drammatico di indizi, supposizioni, rimostranze. Socrate contrasta, smonta, svilisce, annienta. Egli confuta che non può corrompere i giovani poiché non ha nulla da insegnare loro, non è un maestro, non chiede denari e dunque se qualcuno diventa maligno non è colpa sua. “O miei concittadini di Atene, io vi sono obbligato e vi amo; ma obbedirò piuttosto al dio che a voi, e finché abbia respiro, e finché ne sia capace, non cesserò mai di filosofare e di ammonirvi”. L’ateniese non cede, s’impone come uomo che anela al giusto, non implora la grazia, accetta il giudizio. “Non voglio scappare, non bisogna mai commettere un’ingiustizia nemmeno quando la si riceve”, risponde agli amici che gli propongono la fuga.

Sono 500 i votanti, Socrate viene giudicato colpevole per soli 30 voti: 220 a favore e 280 contrari. Il filosofo propone misure alternative, ma Mileto incalza e così il vecchio non si ribella: “E dovete sperare bene anche voi, o giudici, dinanzi alla morte e credere fermamente che a colui che è buono non può accadere nulla di male, né da vivo né da morto, e che gli Dei si prenderanno cura della sua sorte… È tempo ormai di andar via, io a morire, voi a vivere. Chi di noi avrà sorte migliore, nascosto è a ognuno, tranne che al dio”.

Socrate condannato a morte, a bere la cicuta, sulle basi di un pubblico processo indiziario. Come “indiziario” si potrebbe definire il processo a Gesù, a cui lo storico giornalista Paolo Mieli ha dedicato una rilettura nel capitolo “Un profeta di nome Gesù” nel libro “Il tribunale della storia. Processo alle falsificazioni” (2021, Rizzoli). Lo storico giornalista è partito dalle considerazioni di Fernando Bermejo-Rubio, espresse in “L’invenzione di Gesù di Nazareth. Storia e finzione” (Bollati Boringhieri, 2021), secondo cui ai tempi di Tiberio, a Gerusalemme, per ordine del prefetto Ponzio Pilato fu crocifisso un ebreo che predicava l’arrivo del regno di Dio. È possibile distinguere il Cristo storico dal divino messianico e ripercorrere l’indagine in senso strettamente giuridico? Scorporando la teologia, ammesso che sia corretto, si evidenzia l’ampio “travisamento” tra gli insegnamenti espressi da Gesù e la percezione degli stessi Apostoli, della piazza, dei giudicanti e come il gravame di “preconcetti” abbia condotto a condanna un atto di persecuzione politica scandalo della storia.

 

Non è diverso l’apocalittico caso del processo a Galileo Galilei per la sua teoria copernicana eliocentrica sul moto dei corpi celesti rispetto alla teoria geocentrica della Chiesa cattolica. Il processo ebbe inizio il 12 aprile 1633 e culminò il 22 giugno dello stesso anno con la “condanna per eresia” e la conseguente abiura dello scienziato. Come non rilevare le aspre accuse sollevate dal domenicano Tommaso Caccini, che il 20 marzo 1615 denunciò a un gruppo di cardinali del Sant’Uffizio, e poi all’Inquisizione, le posizioni del matematico contrarie alle Sacre Scritture? Galileo scese a Roma per difendersi, ma finì nel braccio di ferro tra i gesuiti di Roberto Bellarmino e i conservatori domenicani, i quali nel convento di Santa Maria sopra Minerva, lessero all’astrofisico inginocchiato la sentenza sottoscritta da sette inquisitori su dieci, poi commutata in arresti domiciliari e penitenze fino alla morte. Il celebre “io Galileo abiuro, maledico e detesto li suddetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione”.

Nessuna prova, una mole di confutazioni e una condanna lunga 180 anni, durata fino al 1822 quando Papa Pio VII riconobbe la teoria copernicana, ma solo nel 1992 il cardinale Paul Poupard stigmatizzò le accuse a Galileo definendole ingiuste per tesi rivoluzionarie.

La storia del processo indiziario è antichissima, dunque. Va da Giovanna d’Arco a sovrane e regine decapitate sulla base di inganni e maldicenze, per tranelli e invidie, in seguito a diaboliche strategie e oscure manovre. Molto ci sarebbe da dire sulla Pulzella d’Orleans.

Poi ci sarebbero i casi storici. Per esempio, l’affare Dreyfus: scandalo politico e giudiziario francese ai danni del capitano Alfred Dreyfus, ufficiale di artiglieria ebreo, accusato di spionaggio a favore della Germania nel 1894. Condannato e degradato, fu recluso sull’isola del Diavolo. La vicenda si basò su prove poi giudicate false, su pregiudizi antiebrei che suscitarono un ampio dibattito fino al 1906, quando Dreyfus fu assolto e reintegrato nell’esercito.

Anche il processo ai coniugi Julius ed Ethel Rosemberg, accusati nel 1951 in piena guerra fredda di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica e condannati a morte, non utilizzò prove dirette. E politicizzato fu certamente il caso dei due anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, giustiziati sulla sedia elettrica nel 1927, con l’accusa di rapina e omicidio durante un attentato a un calzaturificio di Boston, nonostante le prove li scagionassero.

Molto altro si può dire e narrare. Ma vendiamo a Garlasco, è il processo indiziario il vero colpevole?


di Donatella Papi