Non mi interessa niente del carcere

lunedì 21 settembre 2026


Quante volte ho sentito questa frase ripetuta all’infinito da chi sta al governo, all’opposizione e da chi sopravvive tra scaracchi e aculei acuminati. Al bar come a Montecitorio, in strada come all’Università, in ogni avamposto del vivere civile non si guarda al carcere come a un pezzo della società, bensì come a una sorta di terra di nessuno dove scaricare proiezioni d’ombra e deliri di commiserazione.

Eppure, nella mia lunga carcerazione, anni e decenni di galera fino a diventare io stesso un pezzo di edilizia penitenziaria, ormai un’era giurassica, cretacea, ricordo bene che a fianco della mia cella non ho incontrato soltanto delinquenti e pregiudicati come era lo scrivente, tutt’altro, adulti appena passati maggiorenni, esacerbati e incrinati in una torsione del tutto innaturale prodotta da fascinazione ed emulazione incollate al piedistallo di cartone.

Ho conosciuto dottori, operai, giudici, agenti, avvocati, maestri e professori, padri e madri di famiglia, come a dire che in quel putridume creato a misura, non per un accidente ma per una volontà politica creata a tavolino chiunque può andare a farci i conti; tuo padre, tuo figlio, tua madre, tua sorella, tuo fratello e il tuo amico più caro, chiunque, fino a ieri irreprensibile cittadino libero.

Ieri, oggi, domani, sul carcere ognuno spara a zero, butta via la chiave e andiamo oltre. Come a voler significare che a casa mia non ci sono delinquenti, ladri, tossici, neppure bulli e maranza, per cui non mi frega un accidente di chi sta in una cella perché ha commesso un reato, in fin dei conti “male non fare paura non avere”.

Eppure, in quella galera ultimo baluardo della sicurezza della collettività, non ci sono per comodo istituzionale soltanto cose o colpevoli, ma persone e anche degli innocenti. C’è chi si trova in prossimità con il futuro, nella realizzazione dell’integrazione sociale, del raggiungimento di almeno alcuni degli obiettivi che la società e la nostra Costituzione indica come meritevoli di essere raggiunti.

Perché allora smantellare quelle poche esperienze carcerarie rimaste che ottemperano al dettato costituzionale di riscatto, riconciliazione e riparazione?

Il carcere del 70 per cento di recidiva, di 70-80-90 suicidi all’anno, di imposizione alla violenza, illegalità e ingiustizia - che però non sono contemplate in alcun Codice penale, riforma penitenziaria e Costituzione - significa non voler avere a che fare con nessuna politica che sia servizio. Forse.


di Vincenzo Andraous