Giornalismo d’inchiesta o giornalismo d’assalto?

lunedì 7 settembre 2026


In tema di giornalismo c’è una differenza interna sostanziale che vale la pena di sottolineare. Da un lato vi sono la cronaca, i servizi speciali e i reportage e, dall’altra, proprio le cosiddette inchieste giornalistiche. Nei primi, l’argomento consiste in un fatto dato che viene descritto, analizzato e magari approfondito, nel migliore dei casi, secondo il principio, attribuito al giornalista americano Walter Cronkite, per il quale i fatti devono essere sempre separati dalle opinioni. Nelle seconde, il processo può invece essere invertito: prima le posizioni critiche o i sospetti e, poi, la ricerca dei fatti. Tuttavia, ai suoi inizi negli Stati Uniti, nei primi anni del secolo scorso, il Muckraking indicava un giornalismo di denuncia quasi sempre teso a svelare truffe, complotti o abusi di potere dove questi ultimi erano fatti visibili a tutti. Si trattava, in definitiva, di una condotta investigativa parallela a quella istituzionale, della polizia di Stato, che conferisce alla stampa il ruolo di “quarto potere”, come ebbe a dire alla fine del XVIII secolo Edmund Burke. Anche per questo il giornalismo d’inchiesta è presente nelle società liberali e non certo in quelle totalitarie dove, se cerca di emergere, viene immediatamente bloccato e perseguito. L’attuale situazione nei sistemi liberali non è però sempre del tutto positiva poiché condurre un’inchiesta partendo non da fatti visibili ma, come avviene quasi regolarmente, da un sospetto o, peggio, da pregiudizi politici, è ben diverso dalla decisione della magistratura di avviare indagini sulla scorta di indizi, denunce o fatti poco chiari che, potenzialmente, potrebbero rivelarsi reati.

Il punto decisivo è la selezione delle informazioni attorno alle quali costruire l’inchiesta. Mentre si presume che un’indagine di polizia riservi rigorosamente al sospettato ogni tutela giuridica, nessuna norma scritta impone altrettanto equilibrio a un giornalista d’inchiesta. È per questa ragione che, non raramente, il giornalista viene denunciato con successo da chi si vede al centro di un’inchiesta immeritata che gli procura danni di varia natura anche se, poi, l’indagine non approda ad alcunché. Dalle quasi eroiche inchieste americane dei primi decenni del XX secolo, dove problemi individuali o sociali di varia indole vedevano coraggiosi giornalisti battersi per il ripristino dei diritti e dei doveri, il panorama è stato ampiamente stravolto dall’avvento dei mass media radiotelevisivi. La tipologia delle inchieste si sviluppa vertiginosamente e va da quelle, minuscole ma numerose, sulla vita di attori e calciatori, cantanti famosi e altri vip, fino a quelle ben più pesanti che prendono di mira uomini del mondo imprenditoriale, sindacale e, va da sé, politico. Si tratta di trasmissioni elaborate specificamente a questo scopo e spesso con cadenza settimanale per cui, l’ascoltatore, armato di popcorn e birra, si mette comodamente sul divano sapendo che, quella sera, sarà dato assistere allo scandalo di turno, possibilmente attribuibile ad un partito o un Governo non di suo gradimento. Qui la selezione delle informazioni sulle quali costruire il risultato massmediatico desiderato, è lasciato alla capacità dei giornalisti di rovistare, e possibilmente reperire, fra le informazioni disponibili o raccolte attraverso interviste poi ulteriormente selezionate, tagliate e ricucite, elementi utili ad orientare il pubblico verso ciò che il conduttore e la redazione ritengono giusto pensare e far pensare. Facciamo un piccolo esempio generico e teorico in merito ad una delle tante tecniche che un conduttore potrebbe adottare per persuadere. Supponiamo che Caio sia stato ucciso in circostanze da stabilire.

Supponiamo anche che, poco prima di essere ucciso, Caio abbia incontrato Tizio discutendo animatamente con lui. Tizio si è poi allontanato ma, poco dopo, viene trovato il cadavere di Caio. Un conduttore televisivo senza troppi scrupoli, applicando l’antico e fallace principio del Post hoc, ergo propter hoc – per cui se B è accaduto dopo A, allora A è la causa di B – potrebbe sospendere per qualche istante il proprio commento assumendo silenziosamente uno sguardo accigliato e lasciando spazio ad un sottofondo musicale cupo e tragico che accompagni le tetre immagini del cadavere, inducendo così a pensare che, se l’omicidio è avvenuto dopo la discussione fa Tizio e Caio, allora esso è stato chiaramente commesso da Tizio. È ovvio che una seria indagine di polizia non si svolge in questo modo né punta ad orientare la pubblica opinione e a preoccuparsi di fare audience. È dunque altrettanto ovvio che il giornalismo d’inchiesta dovrebbe ripagare la libertà di cui il giornalismo gode nei sistemi liberali, per mezzo di dosi massicce e costanti di etica professionale ricordando che un conduttore non è un giudice imparziale e il baraccone di uno studio televisivo, fra luci, telecamere, sipari allusivi e pubblicità non è l’aula austera di un tribunale. Cercando di contenere, inoltre, la propria motivazione, quasi sempre evidente, verso il ‘successo’ della trasmissione, costi quel che costi.


di Massimo Negrotti