venerdì 7 agosto 2026
L’inclusione sociale non si costruisce solo attraverso le politiche pubbliche, ma anche grazie all’impegno quotidiano di chi sceglie di trasformare la solidarietà in un modello concreto di impresa. Dalla cura degli anziani all’assistenza delle persone con disabilità, fino all’accoglienza e all’integrazione dei migranti, il mondo delle RSA e dei centri di accoglienza rappresenta oggi uno dei pilastri del welfare italiano, chiamato a rispondere a bisogni sempre più complessi.
Ne parliamo con Mirela Brahimi, sociologa e imprenditrice sociale, che da anni opera nel settore delle residenze sanitarie assistenziali e dei centri di accoglienza, promuovendo un modello fondato sulla centralità della persona, sull’innovazione dei servizi e sulla costruzione di reti tra istituzioni, terzo settore e comunità. Un confronto sul presente e sul futuro dell’assistenza, dell’inclusione e dell’imprenditoria sociale, in un momento storico in cui prendersi cura delle fragilità significa investire nella qualità della nostra società.
Lei è sociologa e imprenditrice sociale. Come è nato il suo percorso professionale e quali esperienze l’hanno portata a dedicarsi ai servizi per le persone più fragili?
Il mio percorso nasce dalla convinzione che una società si misuri dalla capacità di prendersi cura delle persone più vulnerabili. La formazione in sociologia mi ha permesso di comprendere le dinamiche sociali e i bisogni delle comunità, mentre il lavoro sul campo mi ha insegnato che dietro ogni numero c’è una storia, una famiglia, una persona che chiede di essere ascoltata. Da questa consapevolezza è nata la scelta di dedicare la mia attività alle RSA e ai centri di accoglienza, luoghi nei quali ogni giorno cerchiamo di restituire dignità, sicurezza e opportunità a chi vive una condizione di fragilità. Per me non si tratta semplicemente di offrire servizi, ma di costruire percorsi di vita.
Nel corso della sua attività ha sviluppato servizi rivolti ad anziani, persone con disabilità e migranti. Quali sono i bisogni più urgenti che emergono oggi da queste realtà e come possono essere affrontati in modo innovativo?
Le esigenze sono certamente diverse, ma hanno un denominatore comune: il bisogno di sentirsi accolti, rispettati e valorizzati. Gli anziani chiedono relazioni, non solo assistenza; le persone con disabilità desiderano autonomia e piena partecipazione alla vita sociale; i migranti hanno bisogno di strumenti concreti per costruire un futuro attraverso il lavoro, la formazione e l’integrazione. L’innovazione, oggi, non significa soltanto utilizzare nuove tecnologie, ma ripensare i servizi mettendo davvero la persona al centro. Significa costruire progetti personalizzati, coinvolgere le famiglie, creare reti territoriali e favorire percorsi di inclusione che restituiscano autonomia e speranza.
L’impresa sociale richiede di coniugare sostenibilità economica e impatto umano. Quali principi guidano le sue scelte e come riesce a mantenere questo equilibrio?
Credo che un’impresa sociale possa essere sostenibile solo se non perde mai di vista la propria missione. La solidità economica è fondamentale perché garantisce continuità e qualità dei servizi, ma non può diventare il fine ultimo. Ogni decisione che prendiamo parte da una domanda semplice: questa scelta migliora davvero la vita delle persone che assistiamo? Quando il benessere della persona resta il criterio guida, anche la sostenibilità economica diventa uno strumento per generare valore sociale e non un obiettivo fine a sé stesso.
L’inclusione sociale passa anche attraverso la costruzione di reti tra istituzioni, terzo settore e comunità. Quanto è importante il lavoro di squadra e quali buone pratiche ritiene possano essere replicate in altri territori?
Nessuno può affrontare da solo sfide così complesse. L’inclusione nasce dalla collaborazione tra pubblico, privato sociale, associazioni, professionisti e cittadini. Quando queste realtà dialogano, i risultati sono concreti e duraturi. Una buona pratica che considero fondamentale è la presa in carico integrata della persona, dove i diversi servizi condividono informazioni, obiettivi e responsabilità. È altrettanto importante investire nella formazione continua degli operatori e nel coinvolgimento delle comunità locali, affinché ogni territorio possa diventare una rete di sostegno e non soltanto un luogo di erogazione di servizi.
Dal suo osservatorio privilegiato, come stanno cambiando le esigenze degli anziani, delle persone con disabilità e dei migranti? Quali sfide attendono il sistema del welfare nei prossimi anni?
Assistiamo a una crescita della complessità dei bisogni. L’invecchiamento della popolazione richiede servizi sempre più specializzati e personalizzati; le persone con disabilità chiedono opportunità di inclusione lavorativa e sociale sempre più concrete; i fenomeni migratori impongono percorsi di integrazione capaci di coniugare diritti, responsabilità e partecipazione. La sfida principale sarà costruire un welfare capace di essere flessibile, innovativo e vicino ai territori, investendo nella prevenzione, nella domiciliarità, nelle competenze degli operatori e nella collaborazione tra tutti gli attori del sistema.
Se dovesse rivolgersi ai giovani che desiderano intraprendere un percorso nell’imprenditoria sociale, quale consiglio darebbe e quale valore ritiene indispensabile per fare davvero la differenza nella vita delle persone?
Direi loro di non perdere mai la capacità di ascoltare. Le competenze si acquisiscono con lo studio e l’esperienza, ma l’empatia, il rispetto e il senso di responsabilità sono i valori che permettono davvero di incidere nella vita delle persone. L’imprenditoria sociale richiede coraggio, pazienza e una visione di lungo periodo, perché i risultati più importanti non si misurano soltanto nei bilanci, ma nei sorrisi ritrovati, nelle autonomie conquistate e nelle opportunità che riusciamo a creare per chi rischiava di essere lasciato indietro. Questo è il significato più profondo del nostro lavoro: trasformare la fragilità in possibilità.
di Claudia Conte