venerdì 7 agosto 2026
“Contempliamo i nostri disastri come fossero telenovele, mentre il clima si addossa le colpe che né gli amministratori né gli elettori vogliono guardare in faccia”
Gli incendi hanno occupato tutti gli schermi fino a giovedì: dirette permanenti, colonne di fumo riprese dai droni, testimonianze tra le lacrime. Le emittenti trasformano la tragedia in spettacolo, ma non lo impongono: si limitano a offrire ciò che il pubblico domanda.
Per ciascuno di noi informarsi costa e rende ben poco. Nessun singolo voto decide un’elezione e controllare chi governa è un bene pubblico: se lo fa il mio vicino, io ne beneficio gratuitamente; se lo faccio io, il costo ricade soltanto su di me. Diventa allora razionale consumare le notizie come si consuma la narrativa: per l’emozione che procurano, mai per le informazioni che potrebbero contribuire a migliorare le decisioni collettive, a cominciare da un voto più consapevole e da un maggiore controllo sui rappresentanti politici. Compriamo emozioni che ci permettono di sentire senza la fatica di pensare e abbiamo finito per credere che provare un sentimento dia diritto a esprimere un’opinione. Più aumentano le disgrazie, più consumiamo emozioni, più si moltiplicano gli alibi e peggiori diventano le decisioni.
Basta osservare il palinsesto e il contenuto dei telegiornali. Le emittenti si combattono senza tregua per conquistare il pubblico e, in fondo, sopravvive soltanto la forma più inutile di pettegolezzo: quella che riguarda persone con le quali non avremo mai alcun rapporto. Se trasmettessero altro, perderebbero spettatori e fallirebbero. Quando arriva una catastrofe, la raccontano con la grammatica del reality show: personaggi, lacrime, suspense prima della pubblicità di apparecchi acustici, materassi e assicurazioni funerarie. Guardiamo l’incendio come un’altra puntata della stessa serie, seduti sullo stesso divano e sintonizzati sullo stesso canale. La tragedia non interrompe lo spettacolo: vi entra come un episodio ulteriore.
L’economista Anthony Downs aveva già descritto questo ciclo nel 1972, proprio con riferimento all’ecologia: scoperta allarmata, entusiasmo solidale, presa di coscienza dei costi, noia e oblio. Nel frattempo, i problemi restano immutati. Lo si è visto chiaramente a Valencia, dove la “goccia fredda” ha completato l’intero percorso nel giro di pochi mesi. Ascolti altissimi durante l’alluvione; poi il silenzio; adesso l’oblio. Il progetto per deviare il barranco del Poyo è stato appaltato dopo la tragedia, con una previsione di completamento nel 2031. Oggi non resta un solo spettatore e non vi è un solo partito che ne controlli i tempi.
Gli incendi di questo mese seguiranno lo stesso percorso: è improbabile che il promesso “grande patto” contro gli incendi venga mai scritto; come copertura retorica, non ne ha bisogno. Le telecamere non resteranno ad aspettarlo: già il fine settimana scorso si sono trasferite a Ceuta. Per questo pubblico, l’alibi climatico rappresenta il prodotto perfetto, talmente perfetto che da anni il Centro de Investigaciones Sociológicas misura la preoccupazione, mai la preparazione. Non soltanto perché assolve gli amministratori, ma soprattutto perché assolve i loro elettori. Se il colpevole è il pianeta, nessuno deve rispondere di nulla: né chi ha preferito non pagare la pulizia del sottobosco, né quanti hanno sostenuto il Comune che ha reso edificabile l’alveo, né chi ha acquistato una casa sul pendio, in mezzo al bosco. E neppure, naturalmente, chi preferisce credere a sentimentalismi consolatori anziché riflettere sulle alternative reali. Emozione e assoluzione arrivano nella stessa confezione: lacrime in studio, clima nei titoli e nessuno chiamato a rispondere, salvo coloro che si ostinano a interpretare razionalmente il disastro e che, proprio per questo, risultano tanto scomodi. L’assoluzione viene celebrata sull’altare, ma consumata sul divano.
È certamente vero che, quando si verificano delle disgrazie, gli ascolti aumentano. Si potrebbe pensare che vogliamo davvero sapere. Ma l’attenzione cerca emozioni e la solidarietà si esaurisce nel gesto. La distanza tra ciò che dichiariamo di voler leggere e ciò che leggiamo realmente è rivelatrice: affermiamo di interessarci alla politica e all’economia, ma clicchiamo sulla cronaca, sullo sport e sull’intrattenimento. Come sempre, l’ipocrisia dimostra la colpa. La distanza si riduce soltanto quando il problema ci tocca da vicino e torna ad ampliarsi appena la paura è passata.
Inoltre, l’interesse per le notizie diminuisce progressivamente in quasi tutti i Paesi e un quarto degli intervistati si dichiara ormai consumatore occasionale o passivo, contro il 16 per cento del 2021. Anche sotto questo aspetto la Spagna è all’avanguardia: quasi quattro persone su cinque si informano di politica attraverso canali passivi, ricevendo ciò che piove loro addosso dalla televisione, dalla radio o dalle conversazioni, sei punti percentuali sopra la media dei maggiori Paesi vicini. I volontari, tanto quelli realmente utili quanto quelli, più numerosi, mossi da un atteggiamento penitenziale o puramente espressivo, sono almeno esistiti davvero. Coloro che controllano la ricostruzione, invece, non riescono neppure a costituire un pubblico. “Compriamo emozioni che ci permettono di sentire senza la fatica di pensare e abbiamo finito per credere che provare un sentimento dia diritto a esprimere un’opinione”.
Senza una domanda di informazione e di responsabilità, difficilmente può esservi un’offerta. Il giornalismo di controllo costa e, se i suoi lettori sono pochi, non è redditizio. Il politico lo sa e programma la propria azione seguendo il ciclo: il gesto nel momento di massima attenzione – la visita, la fotografia, l’annuncio del patto – e l’omissione nella fase discendente, quando ormai nessuno guarda più. L’omissione è il crimine perfetto per un pubblico distratto, perché non produce immagini: esistono fotografie dell’aereo antincendio, non del viale tagliafuoco che nessuno ha aperto. Il consueto falso rimedio interviene soltanto su un lato del mercato: regolamentare i mezzi di informazione, sovvenzionare il “giornalismo di qualità”, creare nuovi consigli e nuove autorità di controllo. Ogni misura agisce sull’offerta, quando il fallimento si trova nella domanda: il telegiornale rigoroso che nessuno guarda non controlla alcunché.
Nessuna legge può obbligare le persone a prestare attenzione; può, tutt’al più, obbligarle a sopportarne le conseguenze quando arriva il momento di pagare, attraverso le imposte o attraverso i danni provocati dalla propria negligenza. La democrazia presuppone che i cittadini controllino coloro che governano in loro nome. Ma provare emozioni non significa controllare. Uscire da questo circolo vizioso non richiede cittadini eroici, abbonati alla Gazzetta Ufficiale. Richiede qualcosa di meno epico e di più costoso: continuare a pensare quando il fumo si è dissolto, perché è proprio allora che viene approvato il bilancio per la pulizia del sottobosco e viene affidata l’opera di sistemazione dell’alveo. Dopo ogni incendio promettiamo di ripopolare i boschi. Ma il ripopolamento ancora da compiere è un altro: quello della mente dello spettatore.
(*) Università Pompeu Fabra di Barcellona; professore affiliato, BSE; ricercatore associato, FEDEA. Già presidente della Society for Institutional & Organizational Economics
(**) Tratto da The Objective
di Benito Arruñada (*)