Il miraggio del merito nella scuola italiana

martedì 4 agosto 2026


Tra cattedre vuote, precariato e appiattimento retributivo

Ogni inizio d’anno scolastico la scena si ripete con desolante puntualità: da una parte una sconfinata platea di cattedre che restano sistematicamente vuote, dall’altra un esercito di docenti precari bloccati in un limbo normativo che sembra non avere mai fine. È una contraddizione stridente che rivela il profondo cortocircuito del nostro sistema educativo. Nonostante la conclamata volontà di porre il merito al centro dell’azione ministeriale, la realtà delle graduatorie e del reclutamento restituisce un’immagine diametralmente opposta: a prevalere non sono il valore didattico, l’esperienza o la continuità pedagogica, bensì una forsennata corsa agli espedienti formativi.

Il meccanismo di selezione e assegnazione dei posti si è progressivamente trasformato in una roulette affidata a un algoritmo impersonale, alimentato da un vero e proprio mercato dei titoli. Per scalare le graduatorie, i docenti si vedono costretti ad accumulare attestati, corsi online e master, spesso conseguiti al solo scopo di ottenere quella frazione di punteggio utile a superare un collega. Si è così costruita un’illusione burocratica nella quale la professionalità viene misurata sulla carta anziché sul campo, svuotando di significato la nozione stessa di merito. Il futuro di migliaia di insegnanti e la qualità dell’istruzione offerta agli studenti finiscono così per essere affidati a un calcolo algebrico che premia chi dispone delle risorse economiche per investire in titoli, più che chi dimostra competenza, capacità didattica e risultati concreti.

A questo quadro si aggiunge il nodo, ormai insostenibile, dell’appiattimento retributivo. L’idea che uno stipendio identico garantisca pari dignità su tutto il territorio nazionale è un principio che si scontra con la realtà economica del Paese. Percepire la stessa retribuzione a Milano o in provincia di Agrigento significa, nei fatti, condannare chi lavora nelle grandi aree urbane del Nord a una condizione di oggettiva difficoltà economica.

L’incidenza degli affitti e del costo della vita nelle metropoli settentrionali trasforma il trasferimento in un’esperienza finanziariamente insostenibile. La conseguenza è una vera e propria fuga: non appena ne hanno la possibilità, molti docenti chiedono il rientro nei territori d’origine, alimentando un turnover permanente che lascia gli istituti del Settentrione costantemente scoperti e compromette la continuità didattica.

Per spezzare questo circolo vizioso occorre il coraggio di superare alcuni tabù ideologici e introdurre correttivi concreti. Se non si vuole, o non si può, intervenire sull’impianto del contratto nazionale prevedendo una differenziazione retributiva legata al costo della vita, è indispensabile introdurre strumenti compensativi mirati, come superdetrazioni fiscali o contributi per l’affitto destinati a chi sceglie, o viene assegnato, a sedi caratterizzate da un elevato costo della vita.

Solo garantendo condizioni economiche dignitose sarà possibile incentivare la permanenza dei docenti fuori sede e assicurare quella continuità didattica che oggi rappresenta la grande assente della scuola italiana. Parallelamente, di fronte a un numero strutturalmente elevato di posti vacanti, la priorità deve tornare a essere la stabilizzazione del personale precario che da anni garantisce il funzionamento delle nostre scuole. Restituire stabilità al corpo docente significa ridare dignità alla professione, offrire certezze alle famiglie e sottrarre la scuola italiana al dominio degli algoritmi, delle scorciatoie burocratiche e di un sistema che troppo spesso confonde il merito con l’accumulo di titoli.


di Salvatore Di Bartolo