mercoledì 29 luglio 2026
Il fenomeno del cosiddetto antagonismo, in particolare di quello violento, è ormai ricorrente e attende una spiegazione che non si limiti alla decifrazione della sola dinamica ‘tecnica’ che caratterizza le sommosse, gli assalti e le devastazioni. Tutto questo è compito degli investigatori e della magistratura. Non aiuta molto, inoltre, la discussione sulle connessioni politiche e ideologiche dei gruppi che si dedicano ad assaltare le forze di polizia e a distruggere tutto ciò che incontrano poiché si tratta di una attitudine permanente di gente, giovane e non giovane, che da più di un secolo, sotto denominazioni variegate, cerca invano di innescare cambiamenti radicali e rivoluzionari.
In questo senso pare decisamente risibile che uomini della sinistra come, per esempio, Matteo Ricci, gentiluomo di provincia che sta avendo crescente successo all’interno al Pd, credano di esprimere idee argute affermando che, in fondo, i fenomeni violenti di sinistra non fanno che aiutare la reazione di destra. La consueta litania del cui prodest che, però, è una spirale senza fine poiché, se le cose stessero come sostiene questa facile interpretazione delle vicende, allora potremmo sostenere che la ‘reazione della destra’ è proprio ciò che cercano le sinistre per sottolineare ancora una volta la pericolosità antidemocratica di quella parte politica. E così via, senza né capo né coda.
Sussiste invece una domanda chiave alla quale nessuno, per ora, ha dato importanza e, di conseguenza, risposta. Da dove vengono, sociologicamente, gli antagonisti? Le forze dell’ordine sanno molte cose su molti di loro ma, ovviamente, poliziotti e carabinieri non sono sociologi e le cose che sanno riguardano dati strettamente legati alle loro indagini. Sarebbe invece assai interessante e utile tracciare una mappa in grado di chiarire gli ambiti sociali, e culturali, nei quali gli antagonisti hanno sviluppato la propria crescita ideologica e, soprattutto, la loro dedizione alla violenza.
In sociologia c’è una metodica – chiamata analisi delle storie di vita – relativamente semplice, capace, se applicata estensivamente, di portare alla luce correlazioni che altrimenti possono sfuggire. Raccogliere informazioni sulle dinamiche familiari, sugli studi seguiti, sulle preferenze amicali, sul livello di integrazione nelle comunità in cui è avvenuta la socializzazione, sulle relazioni con ambienti di varia natura, su eventuali vicende emotivamente traumatiche, sono tutti elementi che, se analizzati secondo tecniche qualitative e quantitative, ci direbbero, finalmente, chi e cosa si nasconde dietro i cappucci neri di oggi e, temo, quelli di domani. Chiarendo se la loro origine si possa considerare perfettamente allineata ai caratteri della cultura di fondo della società italiana contemporanea oppure se ne distacchi per qualche aspetto peculiare e imprevedibile. Una buona occasione, insomma, per mostrare finalmente che la sociologia non sa solo tracciare quadri teorici non raramente velleitari e astrusi, ma anche fornire conoscenza davvero utile per capire le tendenze che si stanno sviluppando.
di Massimo Negrotti