venerdì 10 luglio 2026
Santorini è un’isola senza mare. Una meravigliosa cartolina bianca e celeste, con infinite sfumature di blu, dove il blu è un’aristocrazia mediterranea liquida che impone di guardare dall’alto con occhio adorante e non bagnarsi mai. Pochissime spiagge, bruttine, con sabbia nera, lavica, soprattutto a sud-est, la parte che non interessa a quei turisti che pagano per vedere un tramonto. Il tramonto è a Oia, a Imerovigli, a Thira, il capoluogo. Quasi tutti i preziosi ristoranti e cocktail-bar hanno sunset nel nome, perché è quello che conta, e che si paga, tanto, tanto. I filosofi del turismo ellenico hanno coniato l’espressione mykonisation per quelle isole che rinunciano alla propria grecità pur di gareggiare nelle classifiche del lusso puro: Santorini vende aria ai ricchissimi, ma pure a chi ha trascorso un inverno di risparmi e rinunce per vivere una commedia di cui non potrà mai essere protagonista, e nemmeno comparsa, solo spettatore.

Gli hotel in senso classico sono relativamente pochi, perché questa non è terra da monumentali cinque stelle. La punta magica dell’isola è una spruzzata di suite cicladiche bianchissime, orientate a occidente (che bella contraddizione!) perché l’alba non importa a nessuno. Una quindicina d’anni fa erano apparse le prime villette, mille euro a notte, con micro-piscine private o l’idromassaggio riscaldato, e ora tutto questo è diventato un must. Vista Caldera, glu glu e Champagne, per festeggiare la banalità di un altro giorno che sta per finire, una marzullata che può costare anche solo trecento a notte, nemmeno tanto, e poi dipende, per chi. La mattina, all’ora concordata, un signore puntualissimo porta una colazione strepitosa su un vassoio che appoggia su un tavolo dello stesso legno, cicladico, naturalmente. Un altro mondo rispetto a quello dei self mattinieri sgomitanti con croissant scaduti e bibite di colori al neon.
Non c’è silenzio, c’è quiete educata e misteriosa, con vicini discreti e immensi van neri funebrissimi per scorrazzare magari solo una coppia su strade strette e intasate al punto di far apparire Roma e Milano veri deserti. La mattina in cui gli impalpabili si congedano, con il factotum che porterà i bagagli arriva un manager sportivamente distinto, e si presenta con il proprio nome, che non dice nulla, ma sottende la proprietà di chissà quante suite che gorgogliano. Chiede se il soggiorno è stato gradito, è felice della customer satisfaction. È elegante, quasi etereo. Molto gentile, appare, si dissolve.
Era molto gentile anche il signor Bellini, proprietario dell’omonima pensione di Riccione. Nessuno ha mai pronunciato il suo nome, era il signor Bellini, per tutti. Fine anni Sessanta, Riccione costicchiava un po’ più di Rimini, ma agli adolescenti piaceva molto di più. Qualcuno andava in tenda, qualcun altro era ospitato da amici, e per un sedicenne, da solo, la pensione Bellini, piena di famigliole che la sera risucchiavano minestrina in brodo (pasta asciutta solo il sabato) era qualcosa di anomalo. Ma uno di questi aveva venduto il motorino e, con un paio di borsine di studio si era comprato una Gilera 98. Esse-esse, teneva a precisare, non riferendosi ai criminali nazisti, ma alla sigla super sport che la distingueva dalla “cugina” Giubileo, roba da vecchi che non seguivano le mode.

Aveva stressato i genitori fino a quando non gli hanno permesso di andare a Riccione con la moto fiammante, e la prospettiva di far questo e quell’altro, nonostante la sua pagella di prima liceo classico fosse a forma di sei. Il centauro, la minestrina non la voleva proprio. Allora la mamma telefona al signor Bellini: certo, la teleselezione costava, ma il maccherone era più importante di un’interurbana. La parlata romagnola è la più bella, simpatica e accattivante del mondo, e il signor Bellini rassicurava, stia tranquilla signora, tutte le sere ci diamo la pastassiutta, è giovane, deve crésere! Ma a lui non bastava, rompiscatole professionale si era costruito una rete di ragazzine per cui la sera doveva scattare presto, mica sbucciare la mela, lui voleva la banana. Triangolò con la mamma e il signor Bellini, ogni sera, gli allungava il prezioso frutto tropicale, rimanendo dentro le 2.500 lire giornaliere. Il ragazzino toglieva la buccia, si metteva la banana in bocca e volava dai suoi amori.
Il signor Bellini era gentile, come lo sarà il manager dei tramonti magici. Ma sono passati quasi sessant’anni. Il padrone della pensione era soave perché apparteneva a una generazione di buoni nell’animo. Buoni e semplici. Anche il mago delle suite lo è, ma in versione super-chic. Senza cadere nei confronti patetici fra epoche, fra generazioni, fra storie di quasi ricchi e di borghesucci, il vecchio ex-ragazzotto, pur terrorizzato dalla retorica, vorrebbe chiedere, al super-manager cortese, una banana. E lui gliela darebbe, perché no? Incaricherebbe il suo tuttofare indiano di portarla alla suite. Così il giovane settantenne riporrebbe con cura la buccia nel cestino elettronico, si metterebbe in bocca il frutto salendo sul van nero, tanto diverso da quella Gilera blu, aria condizionata sui capelli al posto del vento sulla moto. E sorriderebbe, perché vive nel presente e ha abbastanza esperienza da capire che il mondo cambia, cambia tanto e, tutto sommato, ci si può pure accontentare della gentilezza fighetta, senza cuore. Felici, però, di avere conosciuto il signor Bellini.
di Gian Stefano Spoto