venerdì 3 luglio 2026
La scomunica di Leone XIV per i lefebvriani è arrivata: alcuni membri della comunità scismatica svizzera sono stati raggiunti dal provvedimento più drastico che la Chiesa cattolica possa riservare a coloro che si staccano apertamente alla dottrina. “Scisma”, dopotutto, significa rottura. Ma in questi giorni la stampa non fa altro che mettere “Scisma” come titolo sensazionalistico, non sapendo che questa divisione è in atto già da decenni. Ha inizio tutto nel 1970, quando l’arcivescovo francese Marcel Lefebvre (nella foto in basso) fonda – con l’iniziale approvazione del vescovo di Friburgo – la Comunità sacerdotale San Pio X. In buona sostanza, Lefebvre – e ovviamente coloro che decisero di far parte del movimento “scismatico” – non accettava molte delle riforme introdotte dal Concilio Vaticano II, che si era concluso alcuni anni prima. Libertà religiosa, ecumenismo, dialogo religioso, nuova prassi liturgica: sono queste le novità mai accettate dai membri della San Pio X.
La loro idea era di continuare a vivere la Chiesa, nei suoi aspetti dottrinali e liturgici, come se il concilio voluto da Angelo Giuseppe Roncalli – e chiuso da Giovanni Battista Montini – non ci fosse mai stato, come se quella breve parentesi a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta non avesse prodotto alcun risultato. Rimanere fedeli alla tradizione, al secolare deposito culturale e spirituale dell’istituzione, senza accettare alcuna interpretazione che riflettesse la secolarizzazione della Chiesa, quindi la sua introduzione – rapida o meno – nel tessuto sociale fibrillante degli anni delle rivoluzioni giovanili, degli scioperi e dei nuovi diritti. Nel 1976 Lefebvre ha consacrato ad Écône, in Svizzera, alcuni sacerdoti e, non avendo ovviamente l’approvazione papale, fu sospeso a divinis. Negli anni non c’è stato un totale isolamento della comunità, anche perché i pontefici successivi hanno tentato più volte le strade del dialogo e dell’accoglienza: Giovanni Paolo II affidò proprio al cardinal Joseph Ratzinger, allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio, la gestione delle trattative, che tra l’altro condussero alla firma di un accordo nel 1988: Lefebvre però ritrattò subito dopo e nel giro di poche settimane, il 30 giugno, consacrò senza autorizzazione quattro vescovi. Arriva quindi la prima scomunica latae sententiae, quindi una prassi automatica, per “atto scismatico”. Dobbiamo arrivare al 2007 per vedere una svolta concreta: Papa Benedetto XVI, dichiaratamente attento alla prassi liturgica tradizionale, nel suo motu proprio Summorum Pontificum liberalizzò l’uso del messale latino e nel 2009 addirittura revocò la scomunica ai vescovi lefebvriani: da parte della comunità San Pio X, però, nessun passo indietro.

Dobbiamo arrivare al 2026 per vedersi consumare una nuova rottura nel già difficile rapporto tra Roma ed Écône: il 1° luglio, nel seminario della comunità svizzera, monsignor Alfonso de Galarreta (a cui Ratzinger aveva tolto la scomunica) ha consacrato quattro nuovi vescovi. Papa Leone già alcuni giorni prima aveva lanciato un appello affinché non si “lacerasse la tunica di Cristo” con quest’atto non autorizzato. Ieri il Dicastero per la dottrina della fede ha ufficializzato la scomunica per i due consacranti e per i quattro vescovi creati. Ordinare un vescovo senza l’autorizzazione del Papa rappresenta un atto di “natura scismatica”, poiché contrario all’unità e alla gerarchia della Chiesa Cattolica. Inoltre, incorreranno nella scomunica anche tutti coloro che decideranno di aderire a questo atto scismatico, andando contro la volontà del papa e dell’istituzione petrina. La comunità San Pio X conta, oltre ai 6 vescovi scomunicati, più di 700 sacerdoti, oltre 200 seminaristi e circa 250 suore. I fedeli stimati, a livello mondiale, sono circa mezzo milione. Si tratta di un gruppo ben gerarchizzato che porta avanti l’ideale di Chiesa preconciliare. In questi giorni, tra carta stampata e tivù, si parla della San Pio X come di una combriccola di scappati di casa. Si definiscono i membri come persone contrarie al dialogo interreligioso, nemiche dell’ecumenismo, e la comunità è considerata un fortino delle destre estreme.
Un po’ semplicistiche come analisi. Bisogna piuttosto riflettere su cosa spinga un gruppo così consistente (ovviamente, rispetto alla totalità dei cattolici, mezzo milione di membri non significa nulla) a portare avanti, da quasi sessant’anni, un disegno di Chiesa che risulta anacronistico, superato, addirittura pericoloso. Qualcuno si ricorda com’era la Chiesa degli anni Cinquanta? Come si svolgevano le funzioni, quale era l’autorità diplomatica, che tipo di influenza l’istituzione di Pietro avesse in ambito sociale? Se ci dobbiamo interrogare sul perché di questo scisma, sul perché mezzo milione di “sbandati” abbiano deciso di far parte di quella che definiscono la “vera Chiesa”, dobbiamo altresì guardare allo stato di salute della Chiesa conciliare e chiederci che deriva abbia preso l’istituzione, accettando di praticare spesso il compromesso del politicamente corretto, allineandosi su posizioni da centro sociale, a volte addirittura sminuendo la sacralità di alcune pratiche come la messa “tradizionale”. Quello che dovrebbe fare la Chiesa cattolica – e “cattolico” in greco significa “universale”, per tutti – è ammettere a sé stessa e poi pubblicamente che il tempo degli slogan è finito.
Non ha più senso dire: “La Chiesa ama tutti” oppure “La Chiesa è unita” quando non solo c’è uno scisma in atto da mezzo secolo a mille chilometri da Roma, ma altri minuscoli scismi si affacciano di continuo, tra chi magari spinge su aperture Lgbt, chi non vuole ingerenze da parte della Chiesa sulle politiche migratorie, chi non si dichiara lefebvriano ma desidera vivere la messa “tradizionale” senza doversi sorbire chitarre, bonghi e maracas. Per non parlare della Chiesa tedesca sempre più protestantizzata e della Chiesa africana che ha posizioni sui temi morali molto più di “destra” della San Pio X. Se i media vogliono mettere in cattiva luce i lefebvriani in quanto “reazionari” e politicamente vicini a certi gruppetti eversivi di destra, forse dimenticano che presentazioni del genere possono sollecitare persone che invece hanno proprio interesse a far parte di un gruppo come quello svizzero. Qualcuno non aspetta altro che far parte di un gruppo scismatico e tanta televisione sta facendo pubblicità gratuita alla San Pio X. Come quelli che si convertono all’Islam perché la ritengono una religione spiritualmente allettante e trovano nei gruppi di musulmani un ambiente dove poter parlare liberamente senza l’obbligo morale del politicamente corretto.
Tornando alla Chiesa tedesca o a quella africana: si fa molto riduzionismo parlando di queste situazioni come piccole “fratture” interne o come elementi di assestamento naturale nell’evoluzione della Chiesa. La verità è che la Chiesa cattolica non è unita, sempre che lo sia stata dal Medioevo a questa parte. Può avere ancora la sua piccola influenza politica – relativamente a tematiche nel dibattito pubblico o in vista di qualche referendum – ma ha perso peso diplomatico, ed è continuamente screditata per via degli scandali e per la rapida perdita del senso del sacro, tra l’altro iniziata proprio dagli anni Sessanta. La scomunica è arrivata e dubito che la comunità deciderà di riaffiancarsi alla Chiesa di Roma: questo scisma “ufficiale” deve però farci aprire gli occhi sulla fragilità dell’istituzione, sul fatto che il cammino per l’unità interna è tutto in salita e che in futuro – non tra 500 anni, forse tra 50 – le comunità scismatiche saranno all’ordine del giorno e che quella di Écône sarà vista soltanto come il prototipo di una nuova Chiesa.
di Enrico Laurito