venerdì 3 luglio 2026
C’è un tema che appassiona molto studiosi e analisti: la teoria del complotto. Si grida al complotto quando non abbiamo spiegazioni per un fatto o non vogliamo assumerci responsabilità. La strada più breve per l’autoassoluzione è il grande complotto. Cominciamo presto a teorizzare i complotti: a scuola, se prendiamo un brutto voto, è il professore che ci ha in antipatia.
IL COMPLOTTO E LA REALTÀ
Nella stragrande maggioranza dei casi, il complotto del professore molesto è falso. Qualche volta però esiste davvero il docente vittima di pregiudizi. Non è solo sfogo di frustrazioni. Spesso i docenti sono intimamente convinti che un allievo non ce la può fare e lo valuteranno di conseguenza. Quindi, è sbagliato credere ai complotti ma non bisogna chiudere gli occhi davanti alla realtà. L’inestricabile oscillazione tra complotto e realtà esiste.
LE PICCOLE BEGHE E I GRANDI FATTI ECONOMICI E POLITICI
Alle piccole variazioni della nostra vita a causa dei complotti veri e finti, si accompagnano quelle nel mondo. Per esempio, nessuno di noi è tanto sicuro che un generale possa cadere spontaneamente da una finestra di Mosca. I dubbi tornano quando a cadere da qualche punto elevato siano dirigenti italiani. Ci fu il caso di Antonio Catricalà, affetto da una grave malattia. Il caso di David Rossi, dirigente del Monte dei Paschi di Siena. Per i ragazzi della mia università ci fu il caso di Paolo Ungari, mite e simpaticissimo prof di Storia delle Istituzioni Politiche.
RIAPERTE LE INDAGINI SULLA MORTE DI UNGARI
All’epoca, una mia fidanzatina dei tempi dell’università era in buoni rapporti familiari con Paolo Ungari. Ebbi modo di passare una serata molto interessante con lui. Prima una commedia francese, poi un concerto in un locale romano ad ascoltare un trio di liuti. Persona raffinata e pop insieme, sorridente, distratta ma acutissima. Personalmente, non ho mai creduto alla sua morte accidentale. A distanza di oltre 30 anni la famiglia è riuscita a far riaprire l’inchiesta. Un parlamentare del Partito democratico, Roberto Morassut, ha fatto un’interrogazione parlamentare per sapere se Paolo Ungari fosse incaricato di qualche dossier segreto.
LA PRIMA QUASI REPUBBLICA
Nella Prima Repubblica alcune cose erano ben note. Il Partito Repubblicano aveva solidi rapporti oltreatlantico. Il Pci con Mosca, la Dc con Washington ma anche con il Vaticano e il Medio Oriente. I socialisti sgomitavano e riuscirono a ritagliarsi uno spazio imponendo un sovranismo laico e socialdemocratico. La nostra azienda pubblica strategica, l’Efim, era in buona parte in mani repubblicane, quindi americane. Ungari faceva parte di quel mondo ai più alti livelli. Forse più di chiunque altro sapeva di cose e persone. La sua era curiosità anche accademica. Il suo racconto dello sviluppo delle istituzioni democratiche era avvincente, non tanto per via della sua voce quasi infantile, ma per la passione. Era coinvolto emotivamente nella storia d’Italia e nel discorso sulla libertà.
L’ORDINARIETÀ DELLA SPIA
Non faccio fatica a immaginare Ungari che analiticamente offriva la sua acutezza per studiare situazioni delicate in giro nel mondo. Non era una spia, ovviamente. Non ne aveva la complessione e la doppiezza. E nemmeno la tendenza alla sedentarietà. Molti di noi immaginano le spie con la lente di 007 o Fauda o le storie dei film americani d’azione. La realtà è che il grosso delle spie sono come Robert Redford ne I sei giorni del Condor: specialisti di qualcosa che passano il loro tempo dietro a una scrivania. Leggono, osservano, mettono insieme informazioni, finché non hanno un’intuizione o fanno una scoperta. I romanzi di John Le Carré, forse i più affini al vero mondo delle spie, sono pieni di queste figure ordinarie.
L’ONORE A UN SERVITORE DEL NOSTRO POPOLO VA GARANTITO
In questa estate, in Africa interi villaggi cristiani vengono sterminati, in Ucraina continua la guerra tra i malamente diretti russi e i motivatissimi ucraini, in Iran il popolo combatte contro un regime teocratico crudele, in Palestina la violenza riesuma la genetica per giustificare lo sterminio degli ebrei. In Italia si ragiona delle beghe della politica più reazionaria della storia democratica. Si osserva il silenzio sulla morte di un servitore della libertà e dello Stato che per oltre 30 anni è stato definito vittima di un incidente. Se ci sono fatti concreti, non è complotto, quindi non si dica che è stato un incidente. Rendiamo onore alla forza d’animo e di carattere di un uomo buono. È stato un servitore del popolo italiano, più ancora che dello Stato. Merita di essere ricordato. Quanto meno, perché ricordare chi è morto con solide convinzioni libertarie fa apprezzare l’idea di progresso e di futuro. Ne abbiamo bisogno.
di Claudio Mec Melchiorre