Dedicato a Carlo Ginzburg, il benandante

mercoledì 24 giugno 2026


Viviamo immersi in anni miserabili, con una società perduta tra inseguimenti di pietre verdi e incontri d’amore instabile, cui menomalamente fanno da contrappunto processioni di idee folgoranti e una gioventù che in piccola parte è più vicina alla Sapienza di quanto lo fosse la generazione del 1977, saccheggiata da politiche e culture monomaniacali. Mentre mi perdo nella lettura distratta di un quotidiano, trovo la notizia della morte di Carlo Ginzburg.

Ha ragione l’anonimo collega che sul Domenicale de Il Sole24Ore ha scritto un articolo in memoria del figlio di Natalia e Leone Ginzburg (la scrittrice ebbe altri quattro figli, due dei quali col secondo marito Gabriele Baldini) quando sottolinea che Carlo ebbe una “particolare attenzione all’interazione tra cultura delle élite e cultura popolare”.

Perché è proprio questa la dannazione di tutte le società mondiali. Dopo il fallimento della cultura uguale per tutti in salsa cubano-nazifascista-sovietica ci siamo ritrovati con una parte di giovani culturalmente ridotti ai minimi termini, privi della conoscenza di parole, privi a volte persino di coscienza (di dialogo interiore), perché immersi fino al collo nel “troppe cose da fare” fin dai sei anni.
Poi ci sono pochi eletti, troppo pochi, che hanno avuto, per elezione o virtù familiari, la possibilità di crescere liberi, sani e con conoscenze infinite, dopo che la scienza − digitale e non − ha aperto infiniti spazi a quella che Jorge L. Borges chiamò La Biblioteca di Babele: “L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali…

Ho conosciuto Carlo. Mi fu presentato una miriade di anni fa da Gianni Celati, in una città lontana una parasanga di chilometri da dove abito. Stavo cercando di vedere chiaro nella mia giovinezza. Erano anni strani, in cui giovani brutti-sporchi-e-cattivi potevano mettersi a piangere come vitelli ascoltando l’Erik Satie di Gymnopédies e Gnosiennes, mentre gli altri morivano dal ridere ascoltando una violinista ipercinetica alla sala concerto di Strada Maggiore.
Raccoglievo idee per scrivere un testo su mio padre, pastore protestante, e sulle sue incredibili vicende di vita. Celati mi parlò di uno studio sociale e antropologico condotto in tutta Italia da una équipe di antropologi e storici come il semiologo Paolo Fabbri, il musicologo Diego Carpitella, il teologo e linguista William Samarin e altri collaboratori, tra i quali − se ricordo bene − anche Umberto Eco e lo stesso Carlo Ginzburg. Giorni dopo andammo a casa di Carlo, al quale descrissi le storie su cui stavo lavorando. Allora Bologna era una città particolare: da un lato vi confluivano studenti da tutta Italia, dall’altra vi erano professori davvero degni di quella qualifica. Avevo frequentato un corso di Gianni Celati su Alice di Lewis Carroll, al Dams. Poi un corso sul “Segreto”, tenuto da Paolo Fabbri. Con Celati scrissi un libro collettivo su Alice nel Paese delle Meraviglie; Paolo Fabbri mi portò a Parigi, a un convegno Unesco sulla Comunicazione.
Carlo Ginzburg mi diede i contatti di sua madre Natalia, che dirigeva la sede romana dell’editrice Einaudi. Tralascio di riferire cosa successe nel corso dei miei incontri con Natalia Ginzburg (progetti, traduzioni, lettere inviate e ricevute). Rividi Carlo altre volte ancora. Lo ricordo come persona affabile, colta, ma soprattutto umana. Lui e molti altri docenti erano come noi, in quegli anni di “split culture”. Si mangiava insieme alla mensa universitaria, o al ristorante (pagavano loro). Infine, quell’epoca finì. Mi trasferii a Roma, poi nelle Americhe.

Chi era Carlo Ginzburg, mancato a 87 anni di età? Purtroppo, era un carneade della società culturale italiana. Lo fu persino Umberto Eco, conosciuto a stento per la strana materia insegnata (la semiotica), finché non si decise a scrivere un noir medioevale venduto in tutto il mondo, dal quale fu ricavato un film non memorabile. Come poteva invece uno storico, che si occupò soprattutto della Storia e di storie nascoste, essere conosciuto e avere successo in Italia? Per giunta era figlio di due genitori ebrei, per quanto antifascisti, tanto che il padre Leone morì per le torture subìte. Certo, Carlo ha avuto una eccellente carriera accademica: oltre che alla Alma Mater di Bologna, insegnò anche ad Harvard e Yale (New Haven), a Princeton e alla Università della California di Los Angeles. Infine, dal 2006 al 2010 è stato docente emerito di Storia delle Culture Europee alla Normale di Pisa.

I suoi libri più conosciuti sono stati “Il formaggio e i vermi”, una storia di Inquisizione contro un mugnaio qualunque, che però riguarda molti terribili peccati del Vaticano che le masse degli esclusi dalle culture non conoscono.
Vicende simili riguardano un altro testo importante, “I Benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento”, anch’esso dedicato ai misfatti dell’Inquisizione (come se oggi non ci fossero inquisizioni, per esempio quella del Politicamente corretto). Infine, vanno menzionati “Il nicodemismo. Simulazione e dissimulazione religiosa nell’Europa del Cinquecento” e la “Storia notturna. Una decifrazione del sabba”, un altro studio sulla Inquisizione cattolica (e di riflesso su tutte le altre folli persecuzioni, non solo religiose ma anche giudiziarie, politiche…). Sono temi che mi hanno professionalmente interessato, e che riguardano tutti coloro che non sanno di essere “lo stesso coinvolti”.


di Paolo Della Sala