Il percorso umano e sportivo di Manuel Bortuzzo

martedì 23 giugno 2026


Nuotatore, atleta paralimpico, scrittore e oggi anche promotore di importanti progetti per l’inclusione nello sport. La storia di Manuel Bortuzzo è una storia di talento, resilienza e capacità di reinventarsi. Dopo aver inseguito il sogno olimpico nel nuoto, un tragico incidente ha cambiato radicalmente il corso della sua vita. Da quel momento, però, Manuel ha scelto di non arrendersi, tornando a gareggiare, conquistando una medaglia di bronzo alle Paralimpiadi di Parigi 2024 e diventando un punto di riferimento per tanti giovani.

In questa intervista ripercorriamo il suo percorso umano e sportivo: dagli esordi in piscina ai sogni infranti e poi ricostruiti, passando per il rapporto con i media, l’esperienza al Grande Fratello, l’impegno per l’accessibilità e i nuovi obiettivi che guarda con determinazione verso il futuro.

Manuel, quando hai capito che il nuoto sarebbe diventato qualcosa di più di una semplice passione?

Penso di averlo capito quando c’è stato un vero cambio di prospettiva. All’inizio nuotavo perché mi piaceva, mi riusciva bene e mi dava tante soddisfazioni. Poi è arrivata la mia prima qualificazione ai Campionati Italiani. In quel momento ho capito che, per diventare davvero un atleta di alto livello, serviva un cambio di passo. Ho scoperto quanto fossero importanti la passione, l’amore e la dedizione. Sono cose che riesci a dare solo quando quello che fai è davvero la tua passione; altrimenti, prima o poi, molli. Ho capito che per raggiungere certi risultati dovevo mettere tutto me stesso e ho accettato di farlo. Da quel momento ho avuto la certezza che quella fosse la mia strada.

Nel 2015 hai stabilito il record italiano Juniores nei 3000 metri, superando quello di Gregorio Paltrinieri. Che ricordo hai di quel traguardo?

Pensa che ancora oggi, a distanza di undici anni, quel record è lì. Ogni anno, durante i Campionati Italiani, qualcuno prova a batterlo e il mio vecchio allenatore mi scrive sempre per aggiornarmi. Anche quest’anno mi ha mandato un messaggio: “Vediamo se lo battono”. E invece no, è ancora imbattuto. È una soddisfazione enorme, anche perché quel record apparteneva a Gregorio Paltrinieri, che all’epoca era il mio idolo assoluto. Faceva le mie stesse gare e rappresentava il sogno che volevo raggiungere. Era un po’ come Cristiano Ronaldo per chi gioca a calcio.

Ricordo ancora la prima volta che l’ho incontrato dopo quel record. Per me era surreale. Mai avrei immaginato che, poco tempo dopo, mi sarei ritrovato ad allenarmi insieme a lui. È stato davvero un sogno che si realizzava.

Quali erano i tuoi obiettivi sportivi prima del 2019 e quanto ti sentivi vicino alle Olimpiadi di Tokyo?

Prima del 2019 il mio obiettivo era qualificarmi ai Mondiali, che rappresentavano il primo vero passo verso le Olimpiadi di Tokyo 2020. Mi allenavo ogni giorno con Gregorio Paltrinieri e con atleti straordinari come Gabriele Detti. Essere a contatto con i migliori al mondo mi dava una motivazione incredibile. Pensavo: se mi alleno come loro e seguo il loro esempio, prima o poi qualcosa succederà. Le cose stavano andando molto bene. Miglioravo continuamente i miei tempi e sentivo di essere sulla strada giusta. Forse Tokyo 2020 era ancora un obiettivo ambizioso, ma ero convinto che le Olimpiadi sarebbero arrivate. Se non nel 2020, sicuramente nel 2024.

Dopo l’incidente, qual è stato il momento più difficile da affrontare a livello umano?

La sfida più difficile è stata accettare la mia nuova condizione. Vedere il proprio corpo cambiare e affrontare difficoltà che prima non avresti mai immaginato è qualcosa di molto complesso. La parte più dura è stata accettare che esistono situazioni che non puoi controllare. Puoi fare tutto il possibile, ma la realtà resta quella. Ti senti impotente e devi imparare a conviverci. Per me è stato fondamentale pormi nuovi obiettivi, tenermi impegnato e costruire una nuova normalità. È stato un percorso lungo, ma necessario per andare avanti.

Da cosa hai trovato la forza per ricominciare, tornare in piscina e continuare a inseguire i tuoi sogni?

Tornare in acqua è stato quasi un richiamo naturale. Non è successo subito: ci sono voluti quasi due anni prima di tornare davvero a gareggiare. Però mi mancava troppo quella sensazione. Mi mancava la competizione, l’adrenalina, il confronto con me stesso. A un certo punto ho capito che non potevo rinunciarci.

C’era poi una motivazione ancora più forte: non volevo darla vinta alla vita. Quello che era successo aveva cambiato la mia condizione, ma non doveva impedirmi di continuare a fare ciò che amavo. Volevo dimostrare prima di tutto a me stesso che potevo ancora fare grandi cose. È stata questa voglia di rivincita a spingermi a ripartire.

Nel 2019 è uscito il tuo libro Rinascere – L’anno in cui ho ricominciato a vincere e nel 2020 la Rai ne ha tratto un film. Cosa ti ha spinto a raccontare la tua storia nero su bianco?

È nata da una necessità. Attraverso i social e gli incontri con le persone mi sono accorto che molti trovavano forza nella mia storia. Questo mi ha fatto capire che raccontare il mio percorso poteva essere utile a chi stava affrontando momenti difficili. Non perché io abbia fatto qualcosa di straordinario, ma perché sono una persona normale che ha cercato di affrontare una situazione complicata nel miglior modo possibile.

Per questo ho sentito il bisogno di lasciare una testimonianza concreta. Un libro resta, può essere letto e riletto nel tempo. Se anche una sola persona, leggendo quelle pagine, si è sentita meno sola o ha trovato il coraggio di andare avanti, allora ne è valsa la pena.

Com’è il tuo rapporto con i social? Ti senti apprezzato dal pubblico? Ti capita anche di ricevere insulti?

Quando sei esposto mediaticamente, gli insulti fanno parte del gioco. Succede a tutti, soprattutto quando partecipi a programmi molto seguiti. Quindi sì, capita anche a me. Detto questo, la maggior parte delle persone mi dimostra affetto e vicinanza. Semmai il problema è che sono io a essere un po’ assente sui social. Li uso meno di quanto dovrei e spesso non racconto nemmeno le cose belle che faccio.

Mi rendo conto che dovrei condividere di più, perché certe esperienze possono essere interessanti o utili anche per chi mi segue. Semplicemente non mi viene spontaneo prendere il telefono e documentare tutto quello che vivo.

Come mai hai deciso di partecipare al Grande Fratello? Che esperienza è stata?

In realtà non è stata una scelta programmata. Durante un’intervista dissi che il Grande Fratello avrebbe potuto essere una bella occasione per mostrare che una persona in sedia a rotelle può vivere una vita assolutamente normale. Il giorno dopo la notizia finì sui giornali e poco dopo mi chiamò Alfonso Signorini. Da lì è iniziato tutto. Mi convinse l’idea di poter lanciare un messaggio positivo. Non era mai successo che una persona in sedia a rotelle partecipasse a quel programma e poteva essere un modo concreto per abbattere alcuni pregiudizi.

La Casa venne resa accessibile e il progetto fu costruito con grande attenzione. Alla fine, sono rimasto lì per cinque mesi ed è stata un’esperienza intensa che mi ha permesso di farmi conoscere sotto una luce diversa.

Pensi che i media abbiano oggi la responsabilità di promuovere una narrazione più autentica della disabilità e della diversità?

Assolutamente sì. Più una realtà viene raccontata, più diventa normale agli occhi delle persone. E questo è fondamentale. Allo stesso tempo bisogna evitare due estremi: il pietismo da una parte e la spettacolarizzazione dall’altra. Non siamo né poverini né supereroi.

Credo che la cosa più importante sia raccontare il percorso. I risultati arrivano grazie all’impegno, ai sacrifici e alla determinazione, non perché qualcuno abbia dei superpoteri. Le persone con disabilità dovrebbero essere raccontate semplicemente per quello che sono: persone, con sogni, obiettivi e difficoltà come tutti gli altri.

La medaglia di bronzo conquistata alle Paralimpiadi di Parigi 2024 che significato ha avuto per te, sia come atleta sia come persona?

È stata l’emozione più bella della mia vita. Già partecipare alle Paralimpiadi è qualcosa di enorme: rappresenti il tuo Paese e ti senti davvero un atleta di alto livello. Ricordo che al mattino, nelle qualificazioni, ho fatto il record italiano e mi sono qualificato con il terzo tempo. Da quel momento ho sentito tutta la pressione di chi si gioca una medaglia. La sera sono riuscito a migliorare ancora il record italiano e ho conquistato il bronzo. Per me meglio di così non poteva andare.

Solo dopo qualche giorno ho realizzato davvero quello che era successo. Quella medaglia rappresentava un sogno che avevo fin da bambino. Mi ha fatto sentire in pace con tutti i sacrifici fatti negli anni.

E adesso quali sono i tuoi obiettivi, i tuoi sogni?

In questo momento sto gareggiando un po’ meno perché voglio preparare con calma le Paralimpiadi di Los Angeles 2028. Parallelamente sto portando avanti un progetto a cui tengo moltissimo: rendere il golf sempre più accessibile alle persone con disabilità. Abbiamo già attrezzato il Marco Simone Golf & Country Club e stiamo lavorando alla creazione di una vera Academy. L’obiettivo è costruire un modello che possa essere replicato anche in altri circoli.

C’è ancora molto da fare, ma siamo partiti bene e i risultati ci stanno dando fiducia. Oggi i miei sogni viaggiano su due binari: Los Angeles 2028 e la possibilità di lasciare un contributo concreto per rendere il golf uno sport sempre più inclusivo.

Pensi che l’Italia sia un Paese accessibile oppure c’è ancora tanto da fare?

Credo che ci sia ancora molto da fare, soprattutto dal punto di vista culturale. Spesso si parla di accessibilità come se fosse qualcosa di impossibile da realizzare, quando invece basterebbero piccoli accorgimenti. Mi capita spesso di trovare luoghi definiti “non accessibili” per la presenza di uno o due gradini. Forse bisognerebbe cambiare approccio e chiedersi: “Come possiamo trovare una soluzione?”. Molte volte il problema è molto più piccolo di quanto sembri.

L’accessibilità non dovrebbe essere vista come un favore, ma come una responsabilità condivisa. Se ognuno fa la propria parte, possiamo costruire un Paese più inclusivo per tutti.

Quale messaggio vorresti trasmettere ai giovani che stanno affrontando una difficoltà che sembra insormontabile?

La prima cosa che vorrei dire è che le difficoltà sono sempre soggettive. Non esistono classifiche del dolore. Se una situazione ti fa stare male, allora merita rispetto. Quando ci si trova davanti a qualcosa che sembra più grande di noi, credo sia importante fare un passo indietro e ripartire dalle basi. Io mi considero fortunato perché sono vivo e ho ancora la possibilità di provare, di costruire e di inseguire i miei obiettivi. Questa consapevolezza mi ha insegnato a guardare le cose in modo diverso. Non risolve i problemi, ma aiuta ad affrontarli.

Il consiglio che mi sento di dare è di non avere paura di provare. Nemmeno io avrei immaginato di trovare nel golf una nuova passione e invece è successo.

Bisogna avere il coraggio di buttarsi, senza lasciarsi frenare troppo dal giudizio degli altri. Se trovi qualcosa che ami davvero e in cui sei disposto a mettere cuore, passione e impegno, hai già fatto il passo più importante. Da lì in poi non ci sono garanzie, ma avrai la certezza di aver dato tutto te stesso.


di Claudia Conte