lunedì 22 giugno 2026
Un titolo aurato spicca dalla purezza del bianco del frontespizio. Al di sotto leggiamo “Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.
È la Magnifica humanitas di Papa Leone XIV edito dalla Lev Libreria Editrice Vaticana.
Due parole confinanti di senso e significato, magnifica et humanitas, un binario nominale della Fede terrena.
“Genitrice di grandezza” è infatti l’aggettivo che il Pontefice Leone XIV sceglie di attribuire all’humanitas. Un tentativo forse di rassicurarci già dal titolo che c’è ancora speranza di fare kalà kai agathà, “cose grandi e buone” per l’uomo nel tempo incerto dell’intelligenza artificiale.
Ma da questo binomio di umana grandiosità si sente anche un arcano stridore di una urgenza che scaturisce quasi sibillina dal cuore del Pontefice: recuperare il sintagma della natura umana.
Il Santo Padre sceglie di pubblicare questa enciclica per una duplice ragione che sottende all’intero organismo monografico dell’opera.
La prima la si deve rintracciare all’anno 1891, quando fu pubblicata la Lettera enciclica Rerum Novarum del suo omonimo predecessore Leone XIII. Qui vi erano riposte anzitempo le speranze del fondatore della moderna Dottrina sociale della Chiesa, verso l’avanzare di un nuovo tempo, o forse, di una nuova comunità di popoli non più riuniti sotto un paradigma “temporale”, ma appunto sempre più “sociale”, e che ammetteva nella sua libertà spirituale nuove licenze espressive condizionate dalla macchina industriale del capitale umano.
Le “cose nuove” non erano per Leone XIII un avversario anticlericale e anticattolico da contrastare per la salvaguardia dell’unità dottrinale ecumenica. Esse rappresentavano anzi una nuova possibilità per la modalità d’espressione della Fede e per l’evoluzione professionale del lavoro umano inteso come forza interiore dell’individuo per la custodia della libertà. Le res novae erano dunque una sollecitazione cui la Chiesa non doveva opporsi renitente, ma per cui doveva disporsi alla sua guida ermeneutica e teleologica pastorale. Il rischio inteso da Papa Leone XIII era quello di artificializzare la voluntas in voluptas, ovvero la potestà di coscienza in conoscenza della potenza.
Robert Francis Prevost rintraccia nel secolo contemporaneo il limite della secolarizzazione della Chiesa e avverte l’esigenza di rimediare a quella discontinuità tra l’opera del Santo Padre Gioacchino Pecci e la Cristianità dell’era attuale.
Concatenata alla prima si rivela quindi la seconda ragione della genesi dell’opera di Papa Leone XIV. La precarietà dello spazio umano, intesa non solo al confine della sua natura, bensì anche nel termine del suo lavoro, del suo operato reale.
L’assottigliamento graduale della centralità della figura umana che incombe a velocità raddoppiata all’interno del sistema tecno-digitale odierno riduce sempre meno visibili i contorni della persona.
La cautela giuridica dell’esonero disciplinare della materia sull’intelligenza artificiale rispetto alla prassi individuale umana riferisce altrettanti segni di dissociazione tra uomo e algoritmo, confermando l’incapacità pienamente permanente di controllo della tecnica sulla tecnologia.
Se l’uomo accondiscende lentamente alla divaricazione delle sue proprietà intransitive e transitive, cioè tra quelle che lo stesso Kant chiamava “Noumeno” e “Fenomeno”, perde la sua integrità di “essere umano” e cede il suo posto organico nel sistema sociale al Numero, che a sua somiglianza, crea una nuova realtà geminata a quella umana.
Leone XIV nella sua Magnifica humanitas ci mette in guardia dal pericolo di confondere la geminazione artificiale dell’uomo da quella spirituale di Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza.
Il Numero da un lato creerebbe l’Intelligenza artificiale a somiglianza dell’Uomo, nella stessa proporzione assiomatica con cui Dio ha creato l’Uomo a sua somiglianza. Il pericolo è cadere nel sillogismo comparativo, per il quale l’Intelligenza artificiale, ossia il “Numero”, possa modificare il paradigma assimilandosi a una nuova entità creatrice da cui spirano nuova fede e religione sociale.
Lo si deve pertanto ribadire, il presente rischio esiste veramente dal momento che la tecnologia prevaricando la tecnica, produce all’individuo una possibile condizione di sopravvivenza attraverso le sue proprietà mimetiche con cui è possibile reperire anche nuovo lavoro.
Tuttavia, l’unica convivenza possibile tra umanità e intelligenza artificiale si scoprirebbe meramente rivale e conflittuale se davvero viene ad attuarsi il movimento di prevaricazione sull’intelligenza umana.
È lo specchio del movimento trinitario di Dio nella carne del Figlio, afferma nell’enciclica Leone XIV, che deve continuare ad agitare il fulcro identitario dell’umanità nell’universo, anche davanti all’efficacia tecnologica dell’intelligenza Artificiale.
La destinazione dei beni, quella cui si riferiva già Papa Pio IX, è la causa e l’effetto dell’immagine di Dio trinitario incarnato nell’Uomo attraverso la morte di Cristo. Alla base di questa destinazione c’è il concetto di una giustizia universale che misura come fondamento ontologico la perfettibilità dell’uomo.
Le res novae che ci troviamo a dover gestire oggi, sono parte del mistero dell’Uomo come lo fu la Resurrezione per Cristo, ma riconoscendone l’esito nella funzione di diritto che ci spetta per una giustizia terrena.
Nella introduzione è citata infatti al paragrafo 7, la comparazione della funzione dell’Intelligenza artificiale con due “icone bibliche” quali la Torre di Babele e il Libro di Neemia. L’una costruzione umana “la cui cima tocchi il cielo” e assolutizzi il potere di una singola città di uomini per tutta la Terra, uniformando con la stessa lingua un unico pensiero, un unico sistema tribale, un’unica direzione e infine, afferma Leone XIV, una falsa comunione.
Falsa dal momento che si verifica una omologazione eccentrica, modellata non sulla cima di Dio, ma della potenza assoluta. Il risultato lo conosciamo: il disastro della perdizione degli uomini, verso la discesa degli animali che si distruggono tra loro senza distinzione, poiché prevaricati dal potere della stessa tecnologia con cui hanno innalzato cielo la Torre.
L’altra invece, una ricostruzione della società attraverso la condivisione di uno spirito comune, e non un potere assoluto che sorveglia dalla cima, bensì da basso del singolo individuo. Gli uomini radunati dal saggio Neemia sono distinti dalle belve proprio perché riconoscono che la loro tecnologia deriva dalla loro tecnica concessa da una speranza comunitaria, ovvero dalla Fede che discende dallo Spirito Santo che abita la volontà umana. Qualora anche costoro avessero innalzato una società in nome di un kràtos, e non di una archè, allora sarebbe scaduta anch’essa in quel che Polibio chiama nel suo processo anaciclico “oclocrazia”, che è l’opposto della nostra democrazia, ovvero il potere dell’istinto di massa.
Riconoscere l’archè equivale a riconoscere “l’origine”, che nel greco antico era pronunciato anche come “potere supremo”, se la formula biblica “in Principio era il Verbo” vuole continuare ad assumere valore nella nostra età.
Il Verbo è Dio, Ragione che poi facendosi carne in Cristo crea lo Spirito Santo (Aghion tò pneuma) per discendere alla facoltà dell’armonia degli uomini.
Se quel “santo soffio vitale”, quale letteralmente è lo Spirito Santo, viene eclissato dalla incertezza della scienza, l’origine della vita umana sarà confusa con la fine della sua esistenza artificiale.
di Mauro Di Ruvo