giovedì 18 giugno 2026
Anis Jerbi è un artista e content creator. Nato in Tunisia da una famiglia italo-tunisina, si è sempre sentito profondamente italiano e ha scelto di trasferirsi a Verona, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Qui ha trasformato l’arte in uno strumento di espressione, autonomia e indipendenza.
Affetto da Osteogenesi Imperfetta di tipo IV, una patologia che provoca fragilità ossea, racconta la disabilità lontano sia dal pietismo sia dall’eroizzazione, affrontando temi come inclusione, linguaggio, politica e rappresentazione sociale. In questa intervista ripercorre il suo percorso umano e artistico, riflettendo sul significato dell’arte e sul ruolo che la società dovrebbe avere nel costruire una cultura realmente inclusiva.
Sei nato in Tunisia, ma sei anche cittadino italiano. È stato difficile integrarti in Italia?
No, per me non è stato difficile integrarmi. Pur essendo nato in Tunisia, provengo da una famiglia per metà italiana e in casa ho sempre parlato italiano con i miei genitori e mio fratello. Sono cresciuto principalmente con la cultura italiana e occidentale, tanto che in Tunisia venivo spesso percepito come un italiano. Mi sono sempre sentito più italiano che tunisino e ho molti più legami con l’Italia che con la Tunisia. Quando tre anni fa mi sono trasferito a Verona, ho avuto la sensazione di tornare a casa. In realtà oggi mi sento più a casa in Italia che nel Paese in cui sono nato.
In che modo la tua patologia ha influenzato il tuo percorso umano e artistico e, invece, in che modo hai cercato di non lasciarti definire da essa?
Sono nato con l’Osteogenesi Imperfetta di tipo IV, una malattia congenita che provoca una particolare fragilità delle ossa, simile per alcuni aspetti all’osteoporosi. Fortunatamente ho una forma non particolarmente grave della patologia. Inoltre, utilizzo la sedia a rotelle perché sono nato con i piedi torti, una condizione distinta ma legata alla maggiore lassità dei legamenti. Nonostante queste difficoltà, la malattia non ha avuto un impatto determinante sul mio percorso di crescita, perché ho sempre cercato di viverla con serenità. Sono consapevole della mia fragilità ossea, ma non ho mai permesso che definisse la mia identità o limitasse le mie ambizioni.
Ho portato avanti il mio percorso di studi fino al diploma in Informatica conseguito in Tunisia e, successivamente, mi sono trasferito in Italia per frequentare l’Accademia di Belle Arti di Verona. Anche dal punto di vista sociale e lavorativo, ho cercato di vivere tutte le esperienze che vive un normale ragazzo della mia età. Per questo posso dire che la mia condizione fa parte di me, ma non mi ha mai definito come persona né come artista.
Studi all’Accademia di Belle Arti di Verona. Che cosa rappresenta per te l’arte?
Attualmente frequento il terzo anno dell’Accademia di Belle Arti di Verona e, se tutto andrà come previsto, dovrei laurearmi a febbraio 2027. Inizialmente speravo di concludere il percorso prima, ma negli ultimi anni la mia attività professionale è cresciuta molto: ho aperto la partita Iva e, grazie alla visibilità ottenuta sui social, mi sono trovato ad avere numerosi impegni lavorativi e pubblici. Per questo ho dovuto dare priorità al lavoro e posticipare la laurea.
Per me l’arte rappresenta qualcosa di estremamente importante, prima di tutto perché mi permette di esprimere me stesso e di comunicare ciò che sono. Ma ha avuto anche un altro ruolo fondamentale nella mia vita: mi ha dato la possibilità di essere indipendente. Grazie al mio lavoro artistico riesco a mantenermi economicamente e a vivere in autonomia. Abito da solo a Verona e non dipendo dai miei genitori né dal punto di vista pratico né da quello economico. L’arte non è soltanto il mio modo di esprimermi: è ciò che mi ha permesso di conquistare la mia autonomia, vivere da solo e costruire il mio futuro.
C’è un’opera che hai realizzato e che racconta meglio di ogni altra chi sei oggi? Qual è la sua storia?
Sì, c’è un’opera recente a cui sono particolarmente legato. Si tratta di un dipinto a olio di piccole dimensioni che ho realizzato qualche mese fa. È nato in modo molto spontaneo: l’ho dipinto in poche ore, nonostante non lavorassi con la pittura da un po’ di tempo. L’opera raffigura me stesso sdraiato sul mio letto, vestito come per un funerale e con una maschera veneziana sul volto. L’immagine non è inventata: la fotografia di riferimento l’ho scattata davvero alle cinque del mattino, nel mio appartamento a Verona. Il significato del dipinto è legato al passaggio dall’infanzia alla vita adulta. Quel funerale rappresenta infatti una morte simbolica: non la fine di una persona, ma la conclusione di una fase della vita. È il “funerale” del bambino che ero, per lasciare spazio all’adulto che sono diventato. La maschera veneziana ha un valore simbolico importante. Ho scelto di indossarla perché questa trasformazione è avvenuta proprio a Verona, la città in cui ho conquistato la mia indipendenza e costruito la mia vita autonoma. Anche se si tratta di una maschera tipicamente veneziana, l’ho acquistata qui, e per questo è diventata il simbolo di quel passaggio fondamentale della mia crescita personale.
Le tue opere raccontano anche la fragilità, la resilienza e l’identità. Quale messaggio vorresti arrivasse a chi osserva il tuo lavoro per la prima volta?
Molte delle mie opere non parlano direttamente di me, ma delle persone che incontro e che scelgo di ritrarre. La ritrattistica è infatti il linguaggio artistico in cui mi riconosco maggiormente. Mi interessa raccontare gli altri, le loro storie e la loro umanità. Anche il progetto che sto sviluppando per la mia tesi di laurea segue questa direzione: consiste in una serie di piccoli dipinti a olio, di formato 10x15 centimetri, che raffigurano persone conosciute nei bar e nelle discoteche durante il primo anno e mezzo del mio percorso universitario. Sono volti e incontri che hanno lasciato un segno e che ho voluto trasformare in memoria visiva. Più che rappresentare semplicemente l’aspetto esteriore di una persona, ciò che cerco di fare è restituirne l’anima, il carattere e la dimensione umana. Mi piacerebbe che chi osserva i miei lavori riuscisse a percepire questa profondità e a entrare in relazione con le persone ritratte. È un aspetto che sento molto vicino anche al mio impegno sociale: mi interessa riflettere sulle relazioni umane, sulle identità e sulle esperienze che ci accomunano. Se c’è un messaggio che vorrei trasmettere attraverso la mia arte, è proprio l’importanza di guardare oltre le apparenze e riconoscere l’umanità che esiste in ogni persona.
Secondo te la politica italiana affronta davvero la disabilità come tema strutturale oppure continua a trattarla solo nelle giornate simboliche e nelle campagne emotive?
Credo che la disabilità, come molti altri temi sociali, venga spesso utilizzata più come strumento di comunicazione che come questione da affrontare in modo strutturale. Questo non riguarda soltanto la politica, ma anche associazioni, aziende, istituzioni, amministrazioni locali e talvolta perfino personaggi pubblici. Spesso si parla di disabilità in occasioni simboliche o attraverso campagne che puntano sull’emotività, mentre sarebbe necessario un confronto più concreto e continuativo. A mio parere, il primo passo per rappresentare davvero la disabilità è dare spazio alle persone che la vivono in prima persona. Chi convive con una disabilità conosce direttamente le difficoltà, le esigenze e le barriere che si incontrano nella vita quotidiana, e può quindi offrire un punto di vista autentico e competente. Non si tratta di accusare chi non ha una disabilità di mancanza di sensibilità, ma di riconoscere un dato di fatto: è difficile comprendere fino in fondo una realtà che non si è mai vissuta. Allo stesso modo in cui io non mi permetterei di parlare da esperto di un ambito che non conosco, chi non ha esperienza diretta della disabilità può osservare il problema dall’esterno, ma difficilmente ne coglierà tutte le sfumature e i bisogni reali. Per questo ritengo fondamentale che le persone con disabilità siano coinvolte direttamente nelle decisioni e nelle discussioni che le riguardano.
Spesso si celebrano storie di persone con disabilità come “eroi” o “fonti di ispirazione”. Come vivi questa narrazione?
Penso che avere una disabilità possa sicuramente offrire una prospettiva diversa sul mondo e sulla vita. Tuttavia, credo sia importante evitare due estremi: da una parte il pietismo, dall’altra l’eroizzazione. Le persone con disabilità non dovrebbero essere viste né come individui da compatire né come eroi straordinari solo perché affrontano la loro quotidianità. La maggior parte di noi desidera semplicemente essere considerata per quello che è: una persona normale.
Spesso, anche in buona fede, si tende a trattare le persone con disabilità in modo diverso, magari con un’eccessiva protezione o con atteggiamenti che finiscono per infantilizzarle. Può sembrare gentilezza, ma in realtà rischia di diventare una forma di discriminazione, perché implica l’idea che quella persona sia meno autonoma o meno capace degli altri. Il messaggio che vorrei far passare è che le persone con disabilità hanno competenze, ambizioni e capacità come chiunque altro. Possono studiare, lavorare, costruirsi una vita indipendente e raggiungere i propri obiettivi. La vera inclusione non passa né dalla compassione né dalla celebrazione eroica, ma dal riconoscimento della normalità e della dignità di ogni persona.
Pensi che l’immagine di una persona con disabilità che studia, lavora, vive in autonomia e ha anche una forte presenza sui social possa ancora creare disagio o pregiudizi in una parte della società?
Credo che il problema non sia la disabilità in sé, ma il successo e l’autonomia di una persona. Le critiche o i commenti negativi che ricevo non dipendono dal fatto che io sia disabile, ma spesso dall’atteggiamento di chi li scrive. Ho notato che le persone che tendono a giudicare o a screditare gli altri raramente lo fanno sulla base di ciò che una persona è davvero. Molto più spesso, quel giudizio riflette le loro insicurezze, le loro frustrazioni o il loro modo di vedere il mondo. Per questo non penso che il bersaglio sia la mia disabilità, ma il fatto che io abbia costruito una vita indipendente, un percorso professionale e una presenza pubblica riconoscibile. Personalmente, non vivo questi commenti come un problema. Mi dispiace piuttosto per chi sente il bisogno di sminuire gli altri. Credo che le persone dovrebbero concentrarsi maggiormente sul proprio percorso invece che cercare difetti in quello altrui.
In fondo, il messaggio più importante è che una persona con disabilità può studiare, lavorare, vivere da sola, avere ambizioni e raggiungere risultati come chiunque altro. Questo non dovrebbe sorprendere né infastidire nessuno: dovrebbe essere considerato semplicemente normale.
Le parole di Massimo Giannini sulla sedia a rotelle hanno suscitato molte polemiche. Secondo te rivelano un pregiudizio ancora diffuso nel modo in cui la società guarda alla disabilità?
Sì, penso che sia una frase profondamente infelice e discriminatoria. Al di là delle intenzioni con cui è stata pronunciata, trasmette un’idea molto sbagliata della disabilità e, per questo, la considero anche una dimostrazione di scarsa conoscenza del tema.
L’aspetto che trovo più problematico è l’associazione implicita tra la sedia a rotelle e una vita priva di valore, di attività o di significato. È un collegamento che non corrisponde alla realtà. Essere su una sedia a rotelle non significa essere immobili, inattivi o incapaci di contribuire alla società. Personalmente, se qualcuno pronunciasse una frase del genere davanti a me, gli chiederei semplicemente come gli sia venuta in mente. Credo che spesso affermazioni di questo tipo nascano da stereotipi ancora molto diffusi e da una scarsa familiarità con la vita reale delle persone con disabilità. Proprio per questo ritengo importante continuare a parlare di questi temi: non per creare polemiche, ma per superare una visione della disabilità basata su pregiudizi e semplificazioni che, purtroppo, sono ancora presenti nel dibattito pubblico e mediatico.
di Claudia Conte