Tour disperator

martedì 16 giugno 2026


Se i nuovi dizionari, quelli per copincollisti professionali, si decidessero ad avvicinarsi almeno un po’ al reale, definirebbero l’overtourism come il fenomeno che riempie il mondo di viaggiatori sgraditi ai residenti e a chi viaggiava prima che quel termine esistesse.

La prova che la matematica sia un’opinione sta nel fatto che i salari aumentano di qualche spicciolo, mentre i prezzi schizzano in orbita, soprattutto per i forzati d’agosto: ma, comode o scomode rate, gruzzoli genitoriali, risparmiucci che non bastano mai, insomma, si parte. Si parte tutti tutti per ovunqui lontani.

Booking è un monopolista mondiale, chi lo aggira è un vero stratega. I voli economici costano meno solo se non si pretendono optional tipo l’aria da respirare e online tutti dettano regole a poveracci che si ammazzano per due settimane di una vacanza in cui qualcuno li vorrebbe inquadrati come soldatini e rassegnati come ergastolani nell’ora d’aria.

Il diktat più solenne sembra essere viaggiare con scopi culturali, vietato mostrarsi sui social. Il proprietario di un terreno panoramico di montagna ha installato un tornello: cinque euro per un selfie. A Barcellona e in molte altre città la popolazione sfila per le strade, la giunta ritira diecimila licenze per affitti brevi. C’è invece chi capisce il trend e ne approfitta: Roma, chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, tutta vuota eccetto un punto, gremitissimo, dove sono stati posti specchi che ritraggono, dal basso, gli affreschi della cupola. E permettono di farsi un selfie, per poi tiktokkarlo.

Città, regioni invase avevano fatto di tutto per esserlo, ma ora che i soldi arrivano a fiumi, si lamentano, vorrebbero che il flusso turistico fosse regolabile di giorno in giorno con un rubinetto, che fa entrare il denaro sufficiente, perché no, abbondante, ma poi stop. Come se invitassimo a una festa tanti amici per paura che vada deserta, ma se per caso arrivano tutti sono troppi: dunque, li invitiamo ad andarsene.

Un tempo, il perfetto turista era un signore educato che spendeva e si godeva bellezze e cibi locali. Ora perfetto non è mai, lo sarebbe solo se mandasse soldi per vedere immagini online senza muoversi. I decaloghi dei maestrini si sprecano, mentre il mercato continua a bombardare di offerte, sempre più costose, sempre più folli. Una delle ultime trovate è pubblicare foto di camere da sogno con vedute straordinarie, senza specificare dove si trovino. Ci si emoziona, la quota giornaliera è modesta, ma l’hotel è in Georgia, sul mar Nero.

Una compagnia propone voli per chissà dove, nel senso che la scelta casuale ha un costo basso, che si alza man mano che escludiamo una destinazione. Rimasugli airways, ma non si chiama così.

Si trovano facilmente suite da mille e una notte con prezzi alla portata del ragionier Ugo, peccato che, per attrarre i sognatori, le quote siano riferite a mesi come novembre e febbraio, quando il mare è color grisaglia. In luglio, mille al giorno, con il consiglio di non uscire mai dalla camera, più bella della città circostante.

Ipocrisia verde dilagante, la vacanza è green, come la quota che ti propongono di pagare per compensare le emissioni dell’aereo in cui viaggi: loro inquinano, tu sborsi, comunque assicurano che il carrellino dal mare all’albergo è elettrico. La parola cultura è un purificante che lava le coscienze: ci sono tour operator che spruzzano musei e pinacoteche in programmi sole e mare, ben sapendo che pochissimi ricorderanno il Cézanne, ma useranno il pinacoselfie per dimostrare chissà che. Così i social si riempiono di dichiarazioni eroiche, come quella di una ragazza che annuncia il proprio viaggio di nozze a Bali, specificando, però, che nella minuscola e lontanissima isoletta indonesiana, starà lontana dal mare, le interessa solo il villaggio interno di Ubud, perché vuole cultura e basta: passerà la vacanza nel palazzo reale?

Tutto rincara, ogni anno, forse ogni mese. E i Paesi che incassano più soldi respingono i turisti con più veemenza. Giapponesi, esempio a caso, oscurarono il monte Fuji per far arretrare gli invasori paganti, mentre nessuno fa i calcoli di quanto calerebbero le finanze se i turisti improvvisamente sparissero.

Le Alpi erano ecologiche, ora il verde non si vede più, coperto com’è da gente che non esita a spendere quattrocento a notte in case tipiche, meglio se malghe disintossicanti. Siamo disorientati, per stare in pace dobbiamo cercare rare mete ancora non battute, senza sapere se valgano o no il viaggio. Il fatto è che ognuno di noi si crede il legittimo proprietario di un mondo che miliardi di cialtroni stanno invadendo, e nessuno si rende conto di essere minuscola parte di questo immenso gregge.

Ci sono poi gli olimpionici dei numeri, quelli che tracciano diagrammi delle tariffe aeree planetarie per poter raggiungere il numero massimo di Paesi visitati: in questo campionato dell’assurdità i più furbacchioni intendono Paesi Onu, mentre quelli interessanti, secondo i collezionisti duri e puri, sono altri. I mordi e fuggi di queste trottole umane sono ammessi nella sezione viaggi culturali?

Resiste comunque lo zoccolo duro di quelli che vanno tutta la vita nello stesso luogo. Lo fanno perché lo amano, oppure perché conoscono tutti. O per pigrizia, perché è vicino, perché ricordano che era economico e quarant’anni di inflazione sono passati con l’anestesia.

Chi poi vuole a tutti i costi uscire dalla pazza folla e, nello stesso tempo, esplorare terre misteriose, cerca, setaccia il web con stile quatto quatto, non si sa mai che qualcuno gli rubi le scoperte. Dito sul mappamondo, ma, molto più facilmente, forum sui social, trova indicazioni che lo incuriosiscono, ma a patto di sapere almeno distinguere i veri viaggiatori, meglio ancora quelli che si stabiliscono in luoghi di cui si innamorano dalle migliaia di sapientini che ripetono (spesso male) quello che hanno sbirciato e si atteggiano a esploratori da divano.

Ultimamente qualcuno bisbiglia, ad esempio, di Moldova, e subito si scopre che c’è un volo Wizz che porta a Chisinau per due soldi, così scatta il terrore dell’overtourism low cost. Ma poi, l’esploratore online trova qualcosa di interessante da quelle parti, l’ultimo, minuscolo baluardo sovietico che ricorda i viaggi giovanili all’est europeo, cari ai maschietti che si sentivano capitalisti con diecimila lire e regalavano alle biondone una borsetta bianca comprata a Porta Portese: basta muoversi di un soffio e spunta la Transnistria, minuscola chiazza con falce e martello nella bandiera, landa dimenticata dall’ex-madrepatria sovietica che cancellò quel simbolo nel 1991.

Fazzoletto di terra dove sarebbe bello chiedere in giro che cosa sia il comunismo, e se la sua nuova versione consista solo nel respingere concetti come carte di credito, che non esistono in questa enclave dove si entra con la carta d’identità italiana, basta mostrare la prenotazione alberghiera.

Grande statua di Lenin a Tiraspol, capitale di questo Stato, riconosciuto, nel mondo, da tre sole nazioni, Abcasia, Nagorno-Karabakh e Ossezia del Sud. Pare che sappiano distillare i liquori e confezionare i Monclèr a prezzi stracciati, ma il rublo transnistriano vale pochissimo, è di plastica, sembra un gioco da bambini e viene dato in cambio di valuta in banca, o, molto meglio, in una piccola, ma autorevolissima catena di supermercati. E se proprio non ci si accontenta mai, cento chilometri e siamo a Komrat, capitale della Gagauziya. Non c’è quasi niente da vedere, ma se non abbiamo padronanza della lingua locale, basta parlare un fluente russo o moldavo, e via con le chiacchiere.

Certo, il vero esploratore non si accontenta di uno Stato da operetta dei poveri che qualcuno vorrebbe nell’Unione europea da qui a qualche anno. E allora cerca, cerca fra mille siterelli social dove le domande sono importanti e risolutive: a Bogotà si trovano le penne, e quanto sono arrabbiate? Non è che in Cambogia l’e-sim mi lascia a piedi sul più bello? Dove parcheggio a Orio al Serio?

Risposta tipo dei sapientoni worldwide: è meglio che non parcheggi, così perdi l’aereo e non ti metti nei guai, mica sei esperto come me!


di Gian Stefano Spoto