lunedì 15 giugno 2026
Per quanto possa sembrare banale o scontato − e purtroppo non sempre lo è − i giornalisti devono attenersi al codice deontologico dell’Ordine dei Giornalisti. Un codice che, inevitabilmente, deve essere aggiornato alla luce dei cambiamenti tecnologici che interessano il mondo della stampa e dell’informazione in generale, ma che soprattutto deve essere concretamente applicato.
Non voglio tediare il lettore con un elenco degli articoli del codice deontologico; preferisco soffermarmi sulle sfide poste dall’innovazione tecnologica e sui rischi che essa comporta. Sebbene siamo tra i pochi Paesi europei che, in sintonia con la normativa europea sull’intelligenza artificiale, hanno adottato una legge nazionale ispirata alle direttive Ue, questo non ci rende immuni dai rischi di un universo mediatico in costante e rapidissima trasformazione.
Nella società dell’immagine, i cosiddetti “like” vengono spesso considerati un elemento di autorevolezza di chi li riceve, uomo o donna che sia. Il marketing, ma anche i cittadini comuni, vedono in queste figure strumenti potenzialmente utili per promuovere prodotti o sostenere campagne sociali e politiche. Tuttavia, sappiamo bene che esiste un vero e proprio mercato dei like: un sistema a pagamento spesso difficile da contrastare, anche perché ospitato su piattaforme o in Paesi stranieri.
Qualcuno potrebbe sostenere che limitare questo fenomeno significhi comprimere la libertà individuale. Eppure, i like acquistati possono essere paragonati a una forma di dumping informativo: alterano artificialmente la percezione dell’autorevolezza e finiscono per ingannare il mercato dell’informazione.
Non dobbiamo pensare che essere nativi digitali significhi automaticamente possedere competenze e capacità critiche sufficienti per riconoscere le manipolazioni. Al contrario, queste ultime tendono proprio a colpire le parti più vulnerabili del nostro pensiero critico.
Sono contrario a qualsiasi forma di censura, ma non possiamo nemmeno accettare passivamente il far west delle fake news. Ritengo che il legislatore debba attribuire all’Agcom e ai Corecom regionali strumenti più efficaci di intervento per contrastare la deriva dei social network, una deriva che troppo spesso si alimenta anche attraverso i media tradizionali.
Si parla spesso della necessità di contrastare le parole d’odio, ed è giusto farlo. Tuttavia, non è la parola in sé a definire l’odio, quanto piuttosto il comportamento che la accompagna. Nei talk show assistiamo frequentemente a spettacoli deplorevoli, costruiti sulla polarizzazione del confronto: sembra di assistere più a una partita da stadio che a un dibattito televisivo. Un fenomeno che attraversa indistintamente tutte le parti in causa, sia chi si considera esponente del politicamente corretto, sia chi si definisce anticonformista.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a campagne comunicative costruite per colpire l’opinione pubblica sul piano emotivo, invece di stimolare il dialogo e l’approfondimento. Inoltre, nelle redazioni giornalistiche e nei media televisivi non sempre è possibile verificare adeguatamente le fonti: talvolta per la velocità dei tempi dell’informazione, talvolta per oggettive difficoltà di verifica.
In questi casi, però, sarebbe corretto avvertire il lettore o l’ascoltatore della possibile parzialità della notizia. Farlo non diminuirebbe la credibilità del giornalista o del mezzo di informazione; al contrario, ne aumenterebbe l’autorevolezza.
Dobbiamo ricordare che, nelle democrazie occidentali, l’informazione rappresenta uno dei pilastri fondamentali della libertà e delle scelte consapevoli dei cittadini. Spetta quindi a noi, ma anche alle istituzioni pubbliche, tutelarla nel rispetto della pluralità delle opinioni, senza mai dimenticare la responsabilità di chi le diffonde.
Senza informazione non esiste democrazia. Diceva Marco Pannella: “Conoscere per deliberare”. Per questo dobbiamo contrastare ogni tentativo di ostacolare le inchieste giornalistiche autentiche, quelle che non siano il prodotto di “veline” costruite per screditare il nemico di turno. Un giornalismo realmente libero è quello capace di distinguere i fatti dal sensazionalismo.
Tuttavia, un’informazione indipendente necessita probabilmente anche di adeguati finanziamenti pubblici, affidati ad agenzie autonome rispetto ai governi, capaci di garantire il rispetto dei contratti nazionali dei giornalisti e il pluralismo all’interno delle redazioni.
Concludendo, desidero sottolineare un episodio grave di cui nessuno parla: i giornalisti Piero Sansonetti e Aldo Torchiaro risultano indagati per l’esercizio del loro diritto di opinione. Colpisce inoltre che, ad oggi, né l’Associazione Stampa Romana, né la Fnsi, né l’Ordine dei Giornalisti del Lazio e nazionale abbiano espresso solidarietà ai due colleghi o assunto una posizione chiara a loro difesa.
di Roberto Giuliano