“Magnifica Humanitas”: l’umanità oltre il latifondo digitale

venerdì 29 maggio 2026


A 135 anni dalla Rerum novarum, la lettera enciclica “Magnifica Humanitas” affronta i temi dei monopoli algoritmici e della manipolazione del consenso: una sfida che investe le categorie della politica, del diritto e della libertà

Ogni documento del Magistero che intenda parlare al proprio tempo e non solo alla propria comunità di fede deve confrontarsi con una doppia sfida: essere fedele a una tradizione senza ridursi a ripeterla e affrontare il nuovo senza dissolversi in esso. La Magnifica Humanitas, lettera enciclica di Leone XIV pubblicata il 25 maggio scorso, firmata il 15 maggio in occasione del 135° anniversario della Rerum novarum, affronta questa doppia sfida con consapevolezza metodologica esplicita e con un apparato argomentativo che merita attenzione. La struttura del testo pontificio si articola intorno a sei principi fondativi, la dignità inalienabile della persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà e la giustizia sociale, che vengono prima affermati nelle loro radici dottrinali e poi applicati, con grado variabile di profondità, alle questioni della transizione digitale, del lavoro, dell'educazione e della pace.

Il punto di partenza della Magnifica Humanitas non è la tecnologia ma la persona. Leone XIV, richiamando il filo che da Leone XIII attraversa tutto il magistero sociale del Novecento, ribadisce con fermezza che la dignità della persona umana è ontologicamente anteriore a qualsiasi configurazione storica, economica o scientifica della società e che nessuna efficienza, nessun ottimismo progressista, nessuna promessa di potenziamento può legittimare la sua compromissione. Il documento afferma con nettezza che “affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane”. E aggiunge “ciò che viene meno, in questo processo, non è solo l'empatia verso l'escluso, che può essere imitata artificialmente, ma la responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare”. Il problema quindi è che l'algoritmo produce l'illusione di una scelta imparziale, sottraendo al processo la categoria stessa di responsabilità. L'ingiustizia si fa silenziosa, come scrive Leone XIV e ciò è più pericoloso di quella dichiarata, che almeno permette la protesta.

Su questo punto, chi scrive si riconosce pienamente nella tesi del pontefice e già nel 2023 su queste colonne argomentava che un elaboratore elettronico “acquisisce e rielabora informazioni secondo un algoritmo programmato da un essere umano ma mai autonomamente”, che la sua apparente indipendenza di giudizio è statistica, non intelligente nel senso proprio del termine e che la macchina è “essenzialmente stupida” non perché inefficiente, ma perché non ha un ordine interiore cioè una coscienza, come ci dice Friedrich von Hayek, proprio essa costituisce il nucleo irriducibile dell'intelligenza umana e certamente un microchip, seppur avanzato, non può sostituirla. Nel testo leonino la costruzione argomentativa sulla dignità umana trova il suo fondamento più radicale nel passaggio in cui si affronta il diritto alla vita come premessa strutturale di ogni altro diritto. Il documento afferma “il primo diritto umano è il diritto alla vita, dal concepimento alla sua conclusione naturale, senza il quale è impossibile esercitare qualsiasi altro diritto. Quando questo diritto fondamentale viene negato, come accade nell'aborto provocato, nell'uccisione di innocenti e nell'eutanasia, ci si trova davanti a scelte che la Chiesa giudica gravemente illecite”. La posizione è quella tradizionale del magistero cattolico e chi non la condivide nella sua interezza, come è prerogativa legittima di chiunque ragioni al di fuori di quel perimetro confessionale, non può tuttavia ignorare la coerenza con cui l'enciclica la inscrive nell'architettura generale del documento. 

Se la dignità è ontologicamente anteriore a qualsiasi configurazione storica o algoritmica del potere, il suo fondamento biologico e personale, la vita, non può essere anch'esso rimesso alla disponibilità del calcolo sociale, dell'utilità collettiva o della volontà politica contingente. Non si può affermare l'irriducibilità della dignità e al contempo rendere negoziabile la soglia da cui essa comincia a valere. In un passaggio successivo dell’enciclica Leone XIV scrive che “quando la ragione si lascia interrogare seriamente sulla natura umana, è in grado di scoprire valori che valgono per tutti, perché derivano da essa. Se questo lavoro di ricerca venisse abbandonato, potrebbe accadere che diritti oggi ritenuti intoccabili, in futuro, finiscano per essere messi in discussione o negati da chi detiene il potere, magari dopo aver ottenuto un consenso solo apparente da parte di popolazioni impaurite o manipolate”. Con questa affermazione si apre la questione sull’apparenza della neutralità del mezzo e sull’ipotesi che la macchina potrebbe persino “fabbricare” il consenso necessario alla negazione di diritti fondamentali, ammantando l'ingiustizia di oggettività statistica e persino di approvazione scientifica. Leone XIV congiunge così la questione etica e quella digitale in un unico nodo problematico: la manipolazione del consenso come minaccia trasversale a tutti i diritti, compresi quelli che l'Occidente liberale, cristiano e democratico ritiene definitivamente acquisiti. Un grave pericolo proprio perché nell'era delle piattaforme transnazionali, l'ingegneria del consenso ha raggiunto una raffinatezza che i totalitarismi novecenteschi nemmeno avrebbero potuto immaginare.  Ma “la ricerca del bene comune dà vita a un popolo, inteso non come semplice somma di individui, ma come realtà viva in cui le persone imparano a riconoscersi legate le une alle altre e corresponsabili della res publica”, esso è un plus, un'eccedenza risultante dall'interazione, che non si ottiene aggregando beni particolari ma emerge dalla qualità delle relazioni tra i soggetti sociali.

L’enciclica afferma così che la realtà non è somma di entità isolate ma campo di dialoghi tra coscienze e quest’ultimo produce qualcosa che le prime non contenevano. Nel documento pontificio peraltro non manca una dura critica al sistema politico generale perché quando esso “rinuncia a una visione di lungo periodo e si riduce a calcoli di breve termine o a sterili polarizzazioni, i discorsi sul bene comune perdono credibilità”. È una critica al populismo becero che si è fatto araldo della tentazione dell'urgenza sentimentalistica a scapito della progettualità strutturale e ragionata. Leone XIV poi affronta il tema che “tra i beni che sono universalmente destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati” precisando che questi “restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi”. Un'affermazione che si mette in scia a quella con cui Leone XIII, nel 1891, aveva esplicitato il principio della funzione sociale della proprietà privata. Come allora la concentrazione del capitale fisico veniva indicata come difficilmente compatibile con la destinazione universale dei beni, così analogamente oggi viene immaginata la proprietà dei dati e dei codici sorgente delle industrie informatiche. Il latifondo pertanto per il Papa ha solo cambiato natura: non è più un'estensione di terra delimitata da confini geografici, ma un'architettura di accesso e al contempo di esclusione che si misura in terabyte e non in ettari, in capacità computazionale, in controllo delle infrastrutture della comunicazione globale. Il Ceo di oggi, come il latifondistadell’Ottocento, gestisce un potere analogo a quello che Leone XIII aveva avuto di fronte: include, discrimina, seleziona, determinando chi ha voce e chi è condannato al silenzio mediatico o social.

Le piattaforme virtuali, si dice nel testo senza perifrasi “definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche” e in quanto tali esercitano una forma di potere che richiederebbe garanzie di trasparenza, partecipazione e controllo. Quella del Papa è un'analisi coraggiosa, che non si lascia intimidire dalla complessità tecnica né dal rischio di sembrare antimoderna o antiscientifica, cosa che peraltro non è, tanto che  nella premessa iniziale del testo si afferma che “la tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio. Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità”. Leone XIV dichiara però esplicitamente che la promessa di emancipazione tecnologica si edifica su una struttura di subordinazione globale che rimane deliberatamente opaca proprio perché se si palesasse diverrebbe sic stantibus incompatibile con il consenso sociale su cui essa stessa si regge. Come la catena di montaggio fordista che era sotto gli occhi di tutti produceva solidarietà operaia, il lavoro cognitivo sul web essendo invisibile comporta isolamento informatico: questa è la differenza strutturale più importante tra la questione operaia di Leone XIII e quella algoritmica di Leone XIV.

Il Pontefice poi distingue con nettezza un idealismo che “seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni”; un realismo degradato che “scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare”; e un realismo autentico che “non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi”. Leone XIV “non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza” e per questo legge nel dialogo la “dimensione ordinaria della vita umana” come struttura costitutiva della convivenza, affermando che esso non riguarda “soltanto le relazioni tra gli Stati”, ma si radica in una “attitudine a costruire legami di fraternità, fatti di ascolto, di sguardi sinceri, di tempo dedicato, persino di tempo perso insieme”. Per questo cita J.R.R Tolkien quando scrive “non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”. 

Detto questo la Magnifica Humanitas apre la strada a tensioni che andranno affrontate una ad una come il rapporto tra libertà d'iniziativa e regolamentazione. Siamo convinti che l'innovazione non si ferma né con i decreti né con la paura, e proprio per questo i luddisti di tutte le epoche vengono sistematicamente e miseramente sconfitti. Siamo altrettanto consapevoli che il rischio di una regolamentazione eccessiva è quello di soffocare proprio ciò che si vorrebbe orientare; per evitare questo scenario sarebbe allora più funzionale implementare un modello leggero di controlli, simile ai crash test sulle autovetture basato su verifiche di sicurezza ex-ante e responsabilità civile ex-post che minimizzi i rischi senza bloccare la creatività del mercato. Il modello produttivo occidentale si fonda sull'idea che la libertà di innovare, di creare e di fallire sia in grado di generare spontaneamente correzioni più efficienti di quelle pianificate. Quello fondato sulla dottrina sociale della chiesa invece poggia sull'idea che alcune concentrazioni di potere producono squilibri che il mercato non riassorbe spontaneamente e che la regolamentazione statale non sia un ostacolo all'innovazione ma la condizione della sua vivibilità sociale. Questa tensione sarà il vero campo di battaglia del pensiero politico dei prossimi decenni e la Magnifica Humanitas ha il merito di averla posta con sufficiente chiarezza tanto da rendere possibile un dibattito aperto ed autentico.

Il suo contributo più prezioso perciò non è solo nelle risposte che offre, alcune delle quali i più critici riterranno parziali, ma nelle domande che impone a chi voglia affrontare con serietà la questione dell'intelligenza artificiale, del lavoro, della democrazia e della pace nel terzo decennio del XXI secolo. Leone XIV ha posto sul tavolo, con la forza del suo magistero e con una competenza superiore alla media del dibattito pubblico, questioni che nessuna prospettiva ideologica, tecnocratica, nazional-populista o socialista, può permettersi di ignorare come: la responsabilità di chi decide, la disumanizzazione silenziosa del processo politico; le nuove forme di proprietà intellettuali; le nuove schiavitù; il dialogo come alternativa tanto al conflitto quanto alla resa. La Magnifica Humanitas non si esaurisce nella sua dimensione pastorale, essa è infatti un documento che pone questioni di filosofia politica, antropologia e morale che trascendono il perimetro confessionale e interpellano chiunque si occupi con rigore del rapporto tra tecnologia, potere e diritti fondamentali. I veri nodi attorno ai quali si struttura il dibattito contemporaneo. È su questi che un confronto interdisciplinare tra tradizioni di pensiero diverse appare non solo possibile ma ontologicamente necessario.


di Antonino Sala