lunedì 25 maggio 2026
L’aggressione ai professori avvenuta appena fuori dall’ITIS Leonardo Da Vinci di Parma non è soltanto un problema della scuola. Ridurre tutto a “ragazzi maleducati” sarebbe semplicistico e, soprattutto, insufficiente.
Dentro episodi come questo c’è molto della società di oggi. C’è una generazione cresciuta in una continua ed esasperata esposizione ai social, nel bisogno costante di approvazione e nella ricerca di visibilità immediata. Conta più filmare un episodio che fermarlo, più ottenere consenso online che comprendere la gravità di ciò che accade.
E qui emerge il nodo centrale: la difficoltà, sempre più evidente, nel distinguere ciò che è un valore positivo da ciò che è un disvalore. Comprendere, riflettere, ragionare, agire secondo il senso del limite e del rispetto sembra diventato più difficile. Eppure, è proprio questa capacità che una società sana dovrebbe trasmettere.
Il mondo degli adulti, negli ultimi decenni, ha spesso seminato male. Famiglie sempre più sole e sotto pressione, genitori assenti o delegittimati, che per paura del conflitto rinunciano a educare. Viviamo in una società che parla continuamente di successo, diritti e libertà individuale, ma molto meno di responsabilità, doveri e conseguenze.
La scuola, quindi, non è la causa del fenomeno, ma il luogo in cui tutto questo esplode. Il problema nasce molto prima dell’aula scolastica. Per questo non bastano sospensioni simboliche o provvedimenti formali destinati a essere dimenticati dopo pochi giorni.
Un punto, però, deve restare fermo: la violenza non è mai giustificabile. Nemmeno quando esistono disagio, fragilità o provocazioni. Comprendere le cause è necessario, ma non può trasformarsi in un alibi. Chi aggredisce deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Per gli episodi più gravi, soprattutto quando si tratta di aggressioni fisiche deliberate o di comportamenti recidivi, anche il carcere può diventare uno strumento necessario. Non come vendetta dello Stato, ma come risposta ferma e come percorso obbligatorio di rieducazione. Un carcere che torni davvero ad avere la funzione prevista dalla Costituzione: far comprendere il disvalore della violenza, ricostruire il senso delle regole e impedire che certi comportamenti si ripetano. Senza conseguenze reali, il rischio è trasmettere il messaggio che tutto sia consentito.
Ma la punizione, da sola, non basta. Servono prima ancora prevenzione, sostegno e presenza educativa. Occorrono più servizi psicologici per adolescenti e famiglie, maggiore supporto agli insegnanti — che svolgono una professione difficilissima e fondamentale — e una formazione continua che li aiuti anche nella gestione dei conflitti e del disagio giovanile. E serve, soprattutto, che lo Stato e la società li difendano senza ambiguità quando si trovano ad affrontare violenza, bullismo e intimidazioni.
È necessario e urgente ricostruire un grande patto educativo tra scuola, famiglie e istituzioni.
Perché il disagio giovanile si combatte, e soprattutto si previene, ricostruendo presenza, autorevolezza, ascolto, educazione emotiva e controllo della rabbia. Solo così si può evitare che la violenza diventi, per troppi ragazzi, un linguaggio normale.
di Claudia Conte