Il ritorno delle facoltà. Perché l’università italiana deve superare il modello dipartimentale

giovedì 21 maggio 2026


Negli ultimi quindici anni l’università italiana ha vissuto una trasformazione silenziosa ma profondissima, forse persino più radicale di molte riforme scolastiche o amministrative che hanno occupato il dibattito pubblico. Con la legge 240 del 2010, la cosiddetta riforma Gelmini, il sistema degli atenei è stato progressivamente riorganizzato attorno ai dipartimenti, ridimensionando fino quasi a cancellare il ruolo storico delle facoltà. La scelta venne presentata come un passaggio verso la modernizzazione, la semplificazione amministrativa e l’efficienza gestionale. Si parlò di superamento delle “vecchie baronie”, di razionalizzazione delle strutture e di allineamento ai modelli internazionali.

A distanza di anni, tuttavia, è possibile formulare un giudizio più lucido e meno ideologico. E il bilancio appare assai meno positivo di quanto allora si sostenesse. La soppressione delle facoltà ha prodotto effetti profondamente problematici sulla vita universitaria italiana, generando un sistema spesso più confuso, più centralizzato, meno rappresentativo e persino meno efficiente. È giunto il momento di affermarlo con chiarezza: il ritorno delle facoltà non rappresenterebbe un ritorno nostalgico al passato, ma una necessaria operazione di riequilibrio istituzionale e culturale.

Le facoltà non erano soltanto organismi burocratici. Erano comunità accademiche riconoscibili, luoghi di coordinamento culturale, didattico e scientifico. Costituivano un livello intermedio fondamentale tra il dipartimento e il governo centrale dell’ateneo. La loro abolizione ha spezzato un equilibrio delicato che si era consolidato in decenni di storia universitaria italiana.

La riforma si fondava su una premessa teorica apparentemente condivisibile: concentrare nei dipartimenti le funzioni di ricerca e didattica per creare strutture più snelle e competitive. Ma il problema delle riforme istituzionali è sempre lo stesso: un modello astrattamente razionale può produrre effetti devastanti se applicato senza considerare il contesto reale. E il contesto italiano non era quello delle università anglosassoni, spesso richiamate impropriamente come modello ideale.

Nei fatti, molti dipartimenti italiani sono diventati gigantesche strutture ibride, create più per soddisfare requisiti numerici ministeriali che per reale coerenza scientifica. Accorpamenti artificiali hanno unito discipline lontanissime, privando gli atenei di identità culturali solide e riconoscibili. In molte università si è assistito alla nascita di dipartimenti “contenitore”, nei quali convivono settori privi di reale integrazione.

Il risultato è stato paradossale: si voleva semplificare, ma si è prodotta nuova complessità.

Le vecchie facoltà garantivano un coordinamento naturale dell’offerta formativa. Oggi, invece, molti corsi di laurea sono dispersi dentro dipartimenti sovraccarichi, mentre proliferano scuole di raccordo, organismi tecnici, commissioni qualità, coordinamenti e sottostrutture che tentano di ricostruire artificialmente ciò che le facoltà svolgevano organicamente.

Uno dei danni maggiori della riforma riguarda però la rappresentanza interna e il modello di governance. Le facoltà erano anche sedi politiche dell’università, nel senso più alto del termine. Il preside rappresentava un punto di equilibrio tra interessi scientifici differenti, mediazione didattica, gestione dei corsi e rapporto con gli studenti. Con il nuovo sistema si è invece rafforzata enormemente la verticalizzazione del potere accademico.

L’università italiana è diventata più manageriale, più aziendalizzata, più centralizzata attorno ai rettorati e agli apparati amministrativi. I direttori di dipartimento si trovano oggi caricati di responsabilità immense, spesso senza strumenti adeguati, mentre gli organi collegiali hanno progressivamente perso capacità di indirizzo reale. In nome dell’efficienza si è indebolita la partecipazione.

Si tratta di un fenomeno che riflette una tendenza più ampia della pubblica amministrazione italiana degli ultimi decenni: la convinzione che ogni problema possa essere risolto aumentando il peso della tecnocrazia e riducendo gli spazi della rappresentanza collegiale. È la stessa logica che ha investito enti locali, sanità, scuola e pubblica amministrazione. Ma l’università non è un’azienda privata e non può essere governata esclusivamente attraverso parametri quantitativi, indicatori e modelli di performance.

La cultura universitaria vive di pluralismo, confronto e mediazione tra saperi. Le facoltà svolgevano precisamente questa funzione. Erano luoghi nei quali le discipline dialogavano e costruivano una visione comune dell’offerta formativa. La frammentazione dipartimentale, invece, ha spesso accentuato la chiusura corporativa dei singoli settori scientifici.

Le conseguenze si vedono soprattutto nelle aree umanistiche e nelle discipline meno numerose, progressivamente marginalizzate all’interno di strutture dominate da logiche quantitative e da criteri premiali legati alla produttività bibliometrica. Alcuni saperi hanno perso peso politico interno agli atenei non per minore qualità culturale, ma perché incapaci di competere nei nuovi meccanismi amministrativi della valutazione permanente.

Inoltre, la promessa di eliminare le “baronie” si è rivelata largamente illusoria. I rapporti di potere accademici non sono scomparsi: si sono semplicemente trasferiti altrove. Anzi, in alcuni casi il potere si è concentrato ulteriormente dentro pochi grandi dipartimenti o nelle governance centrali. Le dinamiche oligarchiche non si combattono abolendo le strutture intermedie, ma costruendo sistemi trasparenti e realmente partecipativi.

Anche sul piano simbolico la perdita è stata significativa. Le facoltà rappresentavano identità storiche riconoscibili: Giurisprudenza, Lettere, Medicina, Scienze Politiche, Economia costituivano mondi culturali dotati di tradizioni, linguaggi e appartenenze. La loro dissoluzione ha contribuito a rendere l’università italiana più anonima e meno leggibile anche per gli studenti.

Naturalmente nessuno auspica il ritorno integrale al passato. Le vecchie facoltà avevano limiti evidenti: lentezze burocratiche, eccessi di localismo, talvolta immobilismo. Ma una riforma intelligente non dovrebbe distruggere le strutture storiche; dovrebbe correggerne i difetti preservandone le funzioni essenziali.

Per questo il ritorno delle facoltà appare oggi non soltanto opportuno, ma necessario. Non come doppione burocratico dei dipartimenti, bensì come organi di coordinamento culturale e didattico, capaci di restituire equilibrio alla governance universitaria italiana. I dipartimenti potrebbero continuare a svolgere il ruolo centrale nella ricerca, mentre le facoltà tornerebbero a garantire integrazione formativa, rappresentanza accademica e identità scientifica.

L’università italiana ha bisogno di meno centralismo tecnocratico e di più comunità accademica. Ha bisogno di recuperare luoghi di mediazione culturale, non soltanto amministrativa. Perché la formazione superiore non è una catena produttiva da ottimizzare attraverso algoritmi e indicatori ministeriali. È un organismo complesso, fatto di tradizioni, relazioni intellettuali e costruzione collettiva del sapere.

Le facoltà, con tutti i loro limiti, incarnavano questa idea di università. La loro abolizione ha contribuito a impoverire il sistema. Il loro ritorno potrebbe rappresentare il primo passo per restituire agli atenei italiani equilibrio, identità e autentica autonomia culturale.


di Leonardo Raito