Educazione finanziaria e violenza economica

mercoledì 20 maggio 2026


Claudia Segre è presidente di Global Thinking Foundation, realtà impegnata nella promozione dell’educazione finanziaria e della prevenzione della violenza economica di genere. Da anni lavora a stretto contatto con scuole, famiglie e centri antiviolenza per diffondere una maggiore consapevolezza sul rapporto tra autonomia economica, indipendenza personale e parità.

In questa intervista affrontiamo un tema ancora troppo invisibile: la violenza economica, le sue conseguenze concrete sulla vita delle donne e il ruolo fondamentale dell’educazione finanziaria come strumento di emancipazione.

Quando parliamo di violenza economica spesso ci riferiamo a una forma di abuso meno visibile rispetto a quella fisica o psicologica. Quali sono i comportamenti più comuni che dovrebbero far capire a una donna che sta subendo un controllo economico, anche se magari non lo riconosce ancora come violenza?

La violenza economica è spesso silenziosa e progressiva, proprio per questo difficile da riconoscere. Non si manifesta solo con il divieto esplicito di lavorare o con il controllo del conto corrente, ma anche attraverso comportamenti quotidiani che limitano l’autonomia della donna: chiedere continuamente giustificazioni sulle spese, impedire di avere un conto personale, intestare beni e contratti solo a sé stessi, creare dipendenza economica scoraggiando il lavoro o gli studi, oppure accumulare debiti a nome della partner. Anche il controllo digitale oggi gioca un ruolo importante: monitorare pagamenti, password, accessi bancari o strumenti online è una forma di sorveglianza economica. Molte donne non lo riconoscono subito come violenza perché viene mascherato da “protezione” o da gestione familiare. Ma quando il denaro diventa uno strumento di potere e limitazione della libertà personale, siamo già di fronte a una forma di abuso.

In Italia molte donne continuano ad avere una minore autonomia finanziaria, salari più bassi e carriere discontinue. Quanto questa fragilità economica incide concretamente sulla possibilità di uscire da relazioni tossiche o violente?

La fragilità economica incide in modo determinante sulla possibilità di uscire da una relazione violenta. In Italia persistono gap salariali nel settore privato e per le professioniste che scaturiscono poi in precarietà lavorativa, carriere discontinue legate alla cura familiare e pensioni più basse. Questo significa che molte donne non dispongono di risorse immediate per affrontare una separazione, trovare una casa o mantenere se stesse e i figli. La dipendenza economica diventa quindi una barriera invisibile ma potentissima. Per questo la violenza economica è anche una questione strutturale e culturale: senza autonomia finanziaria, la libertà di scelta resta incompleta.

Lei sostiene da anni il valore dell’educazione finanziaria come strumento di emancipazione. Quali competenze economiche considera fondamentali oggi per una donna ‒ indipendentemente dall’età o dal reddito ‒ per essere davvero libera nelle proprie scelte?

L’educazione finanziaria non riguarda soltanto il risparmio o gli investimenti, ma la capacità di esercitare i propri diritti e prendere decisioni consapevoli. Le competenze fondamentali oggi sono: saper gestire un budget personale e familiare, comprendere il funzionamento del credito e dei debiti, conoscere gli strumenti bancari e digitali, pianificare obiettivi a lungo termine e proteggersi dalle truffe online e dal cybercrime. È essenziale conoscere anche i propri diritti economici sul lavoro, nella previdenza e nelle relazioni familiari.

Nelle 1500 risposte tra studenti e neo-lavoratori raccolte nella nostra ricerca sul FEMTECH e la salute finanziaria, la prima in Italia di questo genere, si conferma il gap tra alfabetizzazione finanziaria reale (2.8/5) e domanda di formazione (4.1/5) tra i giovani: è la fotografia esatta del problema che vogliamo risolvere, e la domanda di formazione in finanza personale è altissima. Altrettanto pertinente è che nelle interviste presso le associazioni pazienti il 35 per cento di loro rilevano difficoltà informative nell'accesso ai sussidi: e sono persone che hanno esattamente bisogno del tipo di accompagnamento che promuoviamo anche con attività di formazione e informazione gratuite dalle scuole alla cittadinanza.

Attraverso Global Thinking Foundation avete lavorato a stretto contatto con scuole, famiglie e centri antiviolenza. Quali trasformazioni culturali vede emergere nelle nuove generazioni sul rapporto tra denaro, indipendenza e parità di genere?

Abbiamo osservato segnali incoraggianti nelle nuove generazioni. I ragazzi e le ragazze mostrano una maggiore sensibilità nei confronti dei temi dell’equità, del consenso e dell’indipendenza personale. Tuttavia, emergono anche nuove fragilità legate al rapporto con il digitale, ai modelli social e alla pressione consumistica.

Nelle scuole vediamo quanto sia importante collegare il tema del denaro a quello del rispetto reciproco, dell’autostima e della responsabilità. Ed i recenti programmi didattici sulle Dipendenze Digitali Economiche, “Dipendenze: NO, Grazie!” e sulla Salute Mentale “Le Classi della Salute” ci offrono come esito dai laboratori.

Prima di tutto emerge come immediato il collegamento percepito tra autonomia economica e libertà personale: i ragazzi e le ragazze hanno espresso la consapevolezza che l’indipendenza economica è strettamente legata all’autonomia nelle scelte di vita. Alcuni hanno riflettuto su quanto sia necessario sviluppare fin da giovani la capacità di gestire il denaro, per non ritrovarsi in situazioni di vulnerabilità in futuro. La riflessione poi sulle dipendenze senza sostanza: ha visto più studenti che hanno richiamato l’impatto del gioco d’azzardo online, del trading eccessivamente “facile” promosso dai social, e dello shopping compulsivo. Le testimonianze mostrano un mix di curiosità e timore: la possibilità di guadagni rapidi attira, ma la consapevolezza del rischio è cresciuta grazie al progetto. E però resta l’influenza dei modelli sociali e familiari: diversi studenti hanno dichiarato di rifarsi principalmente a opinioni di genitori o influencer sui temi economici. Le interviste evidenziano però che l’incontro con esperti e materiali audiovisivi stimola una riflessione critica, aiutando a distinguere fonti attendibili da messaggi distorti.

Spesso si parla di empowerment femminile come concetto astratto. Dal suo osservatorio, quali politiche o interventi concreti potrebbero avere oggi l’impatto più forte nel ridurre il divario economico di genere e prevenire situazioni di dipendenza?

Parlare di empowerment femminile significa tradurre i principi in strumenti concreti. Le politiche più efficaci sono quelle che agiscono contemporaneamente sul lavoro, sul welfare, sull’istruzione e sui servizi. Servono investimenti nei servizi per l’infanzia e nell’equilibrio tra vita e lavoro, perché il peso della cura grava ancora prevalentemente sulle donne. Occorre incentivare l’occupazione femminile stabile e qualificata, rafforzare l’educazione finanziaria nelle scuole e nei percorsi di reinserimento lavorativo, sostenere l’imprenditoria femminile e garantire l’accesso   equo al credito.

Se dovesse lasciare un messaggio alle giovani donne che si affacciano ora al mondo del lavoro e della gestione del denaro, quale sarebbe il primo passo da compiere per costruire una vera indipendenza economica e personale?

Direi alle giovani donne di non delegare mai completamente ad altri la gestione delle proprie scelte economiche. Il primo passo verso l’indipendenza è conoscere: conoscere il valore del proprio lavoro, imparare a gestire il denaro, fissare piccoli   obiettivi di autonomia e non avere timore di fare domande. L’indipendenza economica non significa guadagnare molto, ma poter decidere della propria vita senza dipendere dalla volontà di qualcun altro.


di Claudia Conte