lunedì 18 maggio 2026
La durata dei processi civili costituisce da tempo uno dei principali fattori di inefficienza del sistema economico e giudiziario italiano. La lentezza della giustizia, soprattutto nelle controversie di natura commerciale, incide negativamente sulla certezza del diritto, sulla competitività del mercato e sull’attrattività degli investimenti, determinando un aumento dei costi delle transazioni e una riduzione della fiducia degli operatori economici. In tale contesto, il progressivo miglioramento degli indicatori statistici relativi alla durata dei processi civili registrato negli ultimi anni assume particolare rilevanza sistemica, anche alla luce degli obiettivi fissati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Invero, secondo i dati ufficiali, il cosiddetto disposition time è passato da sei anni e sette mesi nel 2017 a cinque anni nel 2024, evidenziando una riduzione complessiva del 23 per cento. Tuttavia, il significato effettivo di tale miglioramento richiede un’analisi più approfondita, poiché il disposition time non rappresenta la durata storica dei processi, bensì una stima prospettica fondata sulla capacità dell’ufficio giudiziario di smaltire l’arretrato nell’anno considerato. Nello specifico, il disposition time è calcolato mediante il rapporto tra il numero dei procedimenti pendenti alla fine dell’anno e il numero dei procedimenti definiti nel medesimo periodo, moltiplicato per 365 giorni.
Pertanto, ne consegue che esso misura il tempo teoricamente necessario a smaltire l’arretrato esistente, assumendo costante il ritmo di definizione delle controversie. Tale indicatore, pur essendo utile a rappresentare la capacità organizzativa degli uffici giudiziari, non consente da solo di comprendere se la durata concreta dei processi si sia realmente ridotta. Un miglioramento del disposition time potrebbe derivare, infatti, non soltanto da una maggiore rapidità decisionale, ma anche da una diminuzione degli afflussi o da modifiche nella composizione dell’arretrato. Per tale ragione, l’analisi statistica deve necessariamente essere integrata con ulteriori parametri idonei a misurare la durata effettiva delle controversie. Particolare importanza assumono, in questa prospettiva, due indicatori ulteriori: la durata media dei processi pendenti e la durata media dei processi conclusi. Il primo misura da quanto tempo risultano iscritti i procedimenti ancora in corso alla fine dell’anno, mentre il secondo indica il tempo effettivamente trascorso tra l’iscrizione della causa e la sua definizione. L’utilizzo congiunto dei tre indicatori consente di evitare letture distorsive del fenomeno, perché è possibile che il disposition time diminuisca mentre la durata media dei processi pendenti aumenta, ove i procedimenti più risalenti continuino ad accumularsi senza essere definiti. Inoltre, analogamente, la riduzione della durata media dei processi conclusi potrebbe dipendere dalla definizione di controversie recenti, lasciando inalterato il peso dell’arretrato storico. L’esame coordinato dei dati relativi al periodo 2017-2024 consente tuttavia di affermare che il miglioramento registrato dalla giustizia civile italiana appare effettivo e non meramente statistico. Nei primi due gradi di giudizio, infatti, tutti e tre gli indicatori risultano in diminuzione: il disposition time si riduce del 18 per cento, la durata media dei processi pendenti del 27 per cento e quella dei processi conclusi del 21 per cento. La convergenza di tali dati evidenzia come gli uffici giudiziari non solo riescono a definire un numero di controversie superiore rispetto ai nuovi afflussi, ma sono altresì capaci di incidere concretamente sull’arretrato storico e di accelerare la definizione dei procedimenti di nuova iscrizione.
Il fenomeno appare particolarmente significativo nel secondo grado di giudizio, ove la riduzione dei tempi è stata più marcata rispetto al primo grado, a dimostrazione di un’effettiva capacità di recupero dell’efficienza organizzativa delle Corti d’appello. Sotto il profilo economico, assume rilievo decisivo la circostanza che la riduzione dei tempi riguardi anche le controversie maggiormente rilevanti per il sistema produttivo, ossia quelle di natura commerciale e societaria. Le statistiche mostrano che, limitando l’analisi alle materie direttamente incidenti sull’attività economica (quali contratti, diritto societario, procedure concorsuali, responsabilità extracontrattuale, esecuzioni e diritto industriale) il disposition time nei primi due gradi di giudizio è diminuito del 21 per cento tra il 2017 e il 2024, con una contrazione persino superiore rispetto alla media generale. Tale dato riveste particolare importanza perché conferma come il miglioramento dell’efficienza giudiziaria non si sia concentrato esclusivamente su materie a basso impatto economico, ma abbia interessato proprio i settori maggiormente sensibili per gli investitori e per il mercato. La riduzione dei tempi processuali produce effetti rilevanti anche sul piano costituzionale e sovranazionale. L’articolo 111 della Costituzione consacra il principio della ragionevole durata del processo quale elemento essenziale del giusto processo, in linea con l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte condannato l’Italia per l’eccessiva durata dei giudizi, evidenziando come la lentezza della giustizia comprometta l’effettività della tutela giurisdizionale.
Quindi, la progressiva riduzione dei tempi rappresenta non solo un risultato organizzativo, ma anche un elemento fondamentale di rafforzamento dello Stato di diritto e della credibilità delle istituzioni giudiziarie. Permangono, nondimeno, alcune criticità, in quanto il disposition time, pur in miglioramento, continua a collocare l’Italia tra i Paesi europei con la giustizia civile più lenta. Inoltre, la riduzione dei tempi appare ancora fortemente dipendente dalla capacità di smaltimento dell’arretrato piuttosto che da una strutturale diminuzione della complessità processuale. In tale prospettiva, le riforme processuali introdotte negli ultimi anni (in particolare quelle riconducibili alla cosiddetta Riforma Cartabia) dovranno essere accompagnate da interventi organizzativi permanenti, investimenti nel personale amministrativo, digitalizzazione degli uffici e rafforzamento delle risorse tecnologiche, affinché il miglioramento registrato possa consolidarsi nel medio-lungo periodo. Alla luce di quanto emerge dall’analisi congiunta dei principali indicatori statistici è possibile ritenere che la riduzione dei tempi della giustizia civile italiana tra il 2017 e il 2024 sia reale e non meramente apparente. La diminuzione simultanea del disposition time, della durata media dei processi pendenti e della durata media dei processi conclusi evidenzia un effettivo incremento dell’efficienza del sistema giudiziario, particolarmente significativo nei giudizi d’appello e nelle controversie di natura commerciale. Al postutto, resta tuttavia necessario consolidare tali risultati mediante riforme strutturali capaci di incidere stabilmente sull’organizzazione giudiziaria, affinché il principio della ragionevole durata del processo possa trovare piena attuazione non solo sul piano statistico, ma anche nella concreta esperienza dei cittadini e delle imprese.
di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno