“Abbiamo ricordato tutto, non abbiamo imparato nulla”

mercoledì 29 aprile 2026


A 96 anni Liliana Segre insultata con “Perché’ non muori?”. Non è solo odio, è resa collettiva

Ci sono frasi che dovrebbero essere impossibili. Non difficili da accettare: impossibili da pronunciare, impossibili da pensare, impossibili da scrivere. E invece qualcuno le scrive ancora, oggi, rivolgendole a Liliana Segre: “Perché non muori?”.

Fermarsi su queste parole è necessario. Non per indugiare nell’orrore, ma per capirne la portata. Perché qui non siamo davanti a un insulto qualunque. Qui c’è un filo diretto con la storia più buia del Novecento. C’è lo stesso disprezzo, la stessa disumanizzazione, lo stesso gelo morale che precede sempre qualcosa di peggiore. Sempre.

E la scena in cui tutto questo emerge è quasi insostenibile per quanto è carica di significato: un convegno dal titolo Le vittime dell’odio, organizzato dall’Osservatorio per la Sicurezza contro gli atti discriminatori. Un luogo pensato per studiare l’odio, per contenerlo, per impedirgli di crescere. E invece, proprio lì, l’odio si presenta in carne e ossa ‒ o meglio, in parole e messaggi ‒ e dimostra di essere vivo, attuale, perfino sicuro di sé.

Liliana Segre non è solo una vittima. È la prova vivente di dove può arrivare l’odio quando non viene fermato. È una bambina espulsa dalla scuola, una ragazza deportata, una donna sopravvissuta che ha trasformato il proprio dolore in memoria per tutti. E oggi, a 96 anni, deve ancora leggere parole che le negano il diritto stesso di esistere.

C’è qualcosa che dovrebbe spezzarsi dentro di noi, di fronte a questo. Qualcosa di profondo, di non negoziabile. E invece troppo spesso non accade. Ci indigniamo per un attimo, scuotiamo la testa, poi andiamo avanti. Come se fosse rumore. Come se fosse inevitabile. Non lo è.

Perché quelle parole non nascono dal nulla. Nascono da un clima che le rende possibili. Da un linguaggio che si è progressivamente brutalizzato. Da una soglia morale che si è abbassata giorno dopo giorno, parola dopo parola, silenzio dopo silenzio. Nascono da una società che ha iniziato a tollerare troppo.

Il prefetto Claudio Sgaraglia lo dice con cautela istituzionale: aumentano le denunce per antisemitismo e discriminazione razziale, e il rischio è che si arrivi a reati più gravi. Ma se togliamo il filtro della prudenza, il significato è netto: stiamo entrando in una zona pericolosa. E la storia, quella vera, non lascia spazio all’ingenuità su questi passaggi.

La verità è che abbiamo sopravvalutato la forza della memoria. Abbiamo creduto che bastasse ricordare per essere al sicuro. Che bastasse ascoltare testimonianze come quella di Segre per immunizzarci. Ma la memoria, se non diventa responsabilità quotidiana, si svuota. Diventa rito. Diventa calendario. E mentre noi celebriamo, qualcosa sottotraccia ricomincia a crescere.

E allora le parole di Segre ‒ “non me lo aspettavo” ‒ diventano un colpo durissimo. Perché dentro quella frase c’è una fiducia tradita. C’è l’idea che tutto ciò che è stato raccontato, spiegato, condiviso, avrebbe dovuto impedire questo ritorno. E invece non è bastato. E questa è la parte più difficile da accettare. Non per lei, ma per noi.

Perché se una donna che ha visto l’orrore deve ancora difendersi dall’odio, significa che l’orrore non è davvero finito. Ha solo cambiato forma. Ha trovato nuovi canali, nuove parole, nuove giustificazioni. Ma è lì. E aspetta solo di essere ignorato abbastanza a lungo.

Non possiamo più permetterci il lusso di pensare che siano “casi isolati”. Non possiamo più nasconderci dietro l’idea che “sono solo parole”. Le parole sono sempre l’inizio. Sempre.

Questo non è un episodio. È un segnale. Forte, chiaro, inequivocabile.

E se anche questa volta scegliamo di non ascoltarlo fino in fondo, allora il problema non sarà più capire come sia potuto accadere. Il problema sarà spiegare perché non abbiamo fatto nulla mentre accadeva.


di Claudia Conte