Se i padrini muoiono i loro segreti governano ancora

lunedì 20 aprile 2026


​“Non sapete quello che state facendo”. Non era il delirio di un vecchio sconfitto. Quando Bernardo Provenzano sussurrò queste parole agli uomini di Renato Cortese, l’11 aprile 2006 a Montagna dei Cavalli, non stava pronunciando una maledizione biblica. Stava lanciando un avvertimento politico. ​Dopo 43 anni di latitanza vissuti tra cicoria, Bibbie sottolineate e macchine da scrivere, “Binnu u Tratturi” sapeva che le manette non stavano spezzando solo la sua libertà, ma un delicato equilibrio di vasi comunicanti tra lo Stato e l’anti-Stato. Vent’anni dopo, mentre la mafia corleonese è ufficialmente smantellata, una domanda resta sospesa come una mannaia sulla nostra democrazia: chi sono le ombre che hanno reso possibile l’impossibile?

IL CODICE DEL POTERE: TRA “NOSTRO SIGNORE” E IL POLITICO X

​La forza di Cosa Nostra non è mai stata solo nel piombo, ma nella relazione. Documenti e pizzini ci consegnano un’antologia di misteri che oggi, con la morte di Matteo Messina Denaro nel 2023, rischiano di scivolare definitivamente nell’oblio tombale. ​Provate a leggere tra le righe della corrispondenza tra il vecchio capo e l’ultimo stragista: Messina Denaro, alias “Alessio”, chiedeva a Provenzano il nome di un politico. Non lo voleva nel testo principale. “Lo scriva a parte”, diceva. Un mese dopo, la conferma: “Ho ricevuto il nome”. Il custode di questo segreto ha un nome e un cognome: Filippo Guttadauro. Cognato di Matteo, postino di fiducia, oggi recluso. È lui il “buco nero” dove è finita l’identità di quel referente politico che garantiva la sopravvivenza della cupola. C’è poi “Nostro Signore”. Provenzano, con una blasfemia che solo un mafioso può concepire, attribuiva a Gesù Cristo informazioni che solo un alto dirigente dei servizi o delle forze dell’ordine poteva avere. Quando avvisò Nino Giuffrè di una telecamera nascosta dai carabinieri a Vicari, concluse: “Ringrazia a nostro signore Gesù Cristo”. ​Smettiamola di essere ingenui: Gesù Cristo non si occupa di bonifiche elettroniche. “Nostro Signore” era qualcuno in carne, ossa e, forse, divisa (o colletto bianco) che sussurrava ai boss dove i magistrati stavano scavando.

​LA STAFFETTA DEI SEGRETI

La storia si ripete, identica e tragica. Pochi mesi prima della cattura di Messina Denaro, il boss scriveva alla sorella: “La ferrovia non è praticabile, è piena”. Come faceva a sapere delle telecamere piazzate dal Ros nei pressi della casa di famiglia? ​È il filo rosso che unisce Corleone a Castelvetrano: una rete di complicità “insospettabili” che il procuratore Maurizio De Lucia continua a denunciare. La mafia non è più quella delle stragi di Capaci e Via d’Amelio ˗ quelle che ancora oggi nascondono zone d’ombra su mandanti esterni e sparizioni di agende rosse ˗ ma è una mafia che si è fatta “sistema”.

​Il paradosso è servito: abbiamo vinto la guerra militare contro i Corleonesi, ma stiamo perdendo la battaglia contro la loro eredità invisibile.

LA PROFEZIA DEL BOSS

​Mentre i nomi in codice come Parmigiano, Fragolina o Condor restano enigmi nei faldoni della Procura di Palermo, l’avvertimento di Provenzano risuona più pungente che mai. ​Se “non sapevano quello che stavano facendo”, era forse perché l’arresto del capo interrompeva una transazione più grande? O perché, senza un vertice riconosciuto, i segreti sarebbero diventati moneta di scambio per nuovi, innominabili patti? ​Oggi la mafia non spara, vota. Non mette bombe, infiltra appalti.

E finché quel “nome del politico” scritto sul foglietto a parte resterà nelle mani di pochi irriducibili come Guttadauro, la vittoria dello Stato sarà solo a metà.

I padrini muoiono in carcere, ma i loro complici siedono ancora, probabilmente, in uffici riscaldati, sicuri che il silenzio sia l’unico vero “nostro Signore” a cui prestare devozione.


di Alessandro Cucciolla