lunedì 13 aprile 2026
La favola bella per la quale assecondare e favorire la transizione di genere riduceva il rischio di comportamenti suicidari da parte dei giovani con disforia di genere è stata smentita dalla drammatica verità scientifica.
Dalla progressista Finlandia arriva uno studio che si basa sui dati estratti dai registri nazionali per un lasso di tempo di 23 anni, tra il 1996 e il 2019, dove è stato analizzato un campione di oltre 2000 persone per capire l’effettivo sviluppo della loro salute fisica e psichica. Il risultato mostra in maniera inequivocabile come la sofferenza psichica aumenti dopo gli interventi chirurgici per la transizione di genere in una percentuale drammaticamente significativa.
Infatti, i pazienti analizzati hanno mostrato una comorbilità psichiatrica 3-5 volte maggiore rispetto al gruppo di controllo, dato che aumenta nei soggetti sottoposti a trattamento medico-chirurgico. I numeri sono inequivocabili: le patologie psichiatriche tra gli under 23 che si sono sottoposti alla riassegnazione di genere è passata dal 9,8 per cento al 60,7 per cento nei casi di riassegnazione di genere femminilizzante e dal 21,6 al 54,5 per cento nei casi di riassegnazione di genere mascolinizzante.
La ricerca ha coinvolto l’Università di Tampere, l’Ospedale universitario di Tampere e quello di Helsinki (HUS) che ospita l’unica clinica nazionale specializzata nella valutazione della disforia di genere per i minori ed è stata condotta da Laura Pihlakoski, ricercatrice per la Facoltà di Medicina e Salute dell’Università di Tampere; Sami Työläjärvi, medico e ricercatore che si occupa di benessere psichico negli adolescenti; e Niko Lindgren, specialista per la raccolta dati e stesura della ricerca.
Gli studiosi hanno avuto accesso ai registri nazionali, come il Care Register for Health Care, banca dati particolarmente accurata e precisa che ha permesso di incrociare migliaia di informazioni in modo anonimo e scientificamente accurato.
D’altra parte, questi dati scientifici dimostrano solo ciò che il buon senso poteva suggerire: non si possono scindere mente e corpo. E la non accettazione del proprio corpo non può che comportare una maggiore sofferenza mentale. Oltretutto, pretendere che l’identità sessuale di una persona sia definitivamente formata prima dei 23 anni significa negare non solo la realtà biologica in continua evoluzione, ma soprattutto la dimensione mentale di ogni essere umano che evolve e muta nel corso del tempo.
Non si tratta di negare le esigenze delle persone con disforia di genere, si tratta di non usarle come cavie: tagliare, alterare e mutilare i loro corpi non è la soluzione, serve solo ad alimentare un ignobile business dell’orrore che lucra sulle sofferenze umane.
di Claudia Diaconale