mercoledì 18 marzo 2026
Terza parte
Per lungo tempo le denunce in ordine ai crimini ed alle atrocità commessi nel secondo dopoguerra dai vincitori o presunti tali nei confronti dei vinti sono state oscurate o liquidate dalla storiografia ufficiale come lamentele “poco obiettive” da parte di chi non si era rassegnato alla sconfitta e cercava soltanto di sminuire la statura morale di coloro che avevano trionfato. Infatti, in nessuna delle opere degli storici che contavano, in quanto accreditati dall’establishment politico culturale in atto nella Repubblica, vi è mai stato un accenno agli episodi di crudeltà dei vincitori nella guerra civile nell’ultimo periodo del conflitto e nei due o tre anni successivi sia in Italia settentrionale che in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia. Ad onor del vero, solo da poco si è riabitato ciò che i fratelli Pisanò avevano scritto sulle imprese criminali dei partigiani comunisti, e non soltanto jugoslavi, che corrispondeva alla verità, anzi ad una minima parte della ben più tragica verità.
Lentamente, molto lentamente si sono andate diradando le cortine fumogene con cui non solo si è oscurata la storia ma si era avvelenata anche l’atmosfera di una nazione, un clima venefico che, dopo un’apparente eclisse, comunque è ora tornato in auge.
Questo immenso ritardo è stato certo utile a migliaia di aguzzini, che hanno evitato così di rispondere delle loro azioni, ed è stato anche provvidenziale all’allora partito comunista, che ha potuto adornarsi di benemerenze patriottiche ed imposto con una pretesa immacolata moralità la sua egemonia culturale, occupando tutti i recessi del potere e della società civile secondo gli assunti gramsciani, avvalendosi di una sorta di indulgenza collettiva.
Bisognava che la Liberazione dell’Europa fosse esaltata come una gloriosa rinascita di tutti, ma non fu proprio così. È vero che in quei giorni in Europa ebbe finalmente termine la dura oppressione della Germania nazionalsocialista, ma fu una ben strana liberazione quella a seguito della quale un enorme numero di cittadini cadde senza soluzione di continuità sotto un’altra oppressione non meno atroce e criminosa di quella a cui era sfuggita, imposta dopo persecuzioni, assassinii, lunghe detenzioni, privazione dei più elementari diritti. Ma non fu questo ciò che avvenne in Italia, ma fu ciò che avvenne tra i vincitori e numerose altre popolazioni vinte, come i croati e gli altri combattenti non comunisti consegnati dai britannici a Tito assieme alle loro famiglie: migliaia di prigionieri jugoslavi o ex jugoslavi − croati, bosniaci, sloveni ed anche serbi − erano stati ceduti alla vendetta del nuovo governo jugoslavo.
Ed anche per gli italiani della Dalmazia e dell’Istria iniziava il calvario per mano della nuova Iugoslavia titina, a cui erano stati abbandonati, un calvario che finirà per assumere le sembianze di un nuovo cruento, inumano genocidio.
È questa la ragione per cui fare ancora oggi sic e simpliciter della Liberazione, dopo un ottantennio dalla stessa, il mito gioioso di una primavera dei popoli è utile solo a nascondere che, se tale essa fu per una buona parte dei cittadini dell’Europa, per un’altra fu semplicemente una nuova tragedia o l’inizio di una più lunga schiavitù.
Fatta tale premessa, utile anche e soprattutto per l’analisi dei fatti di interesse, quasi sempre, in occasione della commemorazione del Giorno del Ricordo delle foibe e dell’esodo istriano fiumano-dalmata si ripetono le affermazioni riduzioniste, o giustificazioniste di una parte politica, per non dire di quelle dell’Anpi in nome di una partigianeria appartenente ormai solo alla storia.
Né sono mancati, né mancano tuttora, pennivendoli che hanno cercato di minimizzare gli eccidi slavo-comunisti compiuti con la frequente connivenza dei capi del nostrano Pci, riducendo a dismisura il numero delle vittime rispetto ai ventimila italiani di Fiume, Istria e Dalmazia che attendono giustizia e continuando ad attribuire agli italiani crimini ben documentati commessi dai nazisti, dai partigiani comunisti e dagli ustaja filonazisti croati nella ex Jugoslavia.
Ma non meno deprecabili sono stati coloro che ricoprendo alte cariche istituzionali sottolineavano la necessità di approfondire le ricerche sui crimini asseritamente commessi dal fascismo nei territori slavi. È invece ben documentato e testimoniato che, diversamente dai partigiani di Tito, gli italiani non seviziarono, non condussero genocidi e pulizie etniche verso gli slavi ma, ciò nonostante, c’è stato chi, tra le massime cariche dello Stato, ha continuato a sostenere la tesi di una durissima occupazione nazifascista in quelle terre. Ma non meno tendenziose, e pertanto vanno respinte, sono le tesi di uno dei più autorevoli storici delle foibe, Raul Pupo, il quale è giunto a sostenere che i crimini slavo-comunisti contro gli italiani nella Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia non fossero una preordinata “pulizia etnica”, ma esclusivamente di carattere politico-ideologico. Il medesimo sostiene inoltre che, nella valutazione storica complessiva di Tito, proprio il suo ruolo internazionale renderebbe la pulizia etnica perseguita in quei territori nei confronti di quelle popolazioni una questione di poco conto.
Al riguardo va innanzitutto evidenziato che le politiche di contrasto alla plurisecolare presenza italiana in tali regioni sono una storia lunga: iniziate già sotto l’impero asburgico, continuarono con il Regno di Jugoslavia negli anni Trenta del secolo scorso per concludersi poi tragicamente con la pulizia etnica pianificata e attuata dal regime di Tito, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale.
In effetti, l’operazione di de-italianizzazione di quelle terre ebbe inizio già nel novembre 1866 con l’editto imperiale di Francesco Giuseppe, il quale ordinava di procedere “in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della corona e occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici giudiziari, dei maestri come pure l’influenza della stampa. Si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori, a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno”.
E fu ciò che avvenne! Nelle regioni adriatiche degli Asburgo tali politiche di contrasto determinarono il primo esodo di circa trentamila connazionali mentre si registravano contestualmente rilevanti immigrazioni forzose di slavi sin quasi alla vigilia della Grande Guerra.
A differenza di quanto sostenuto dalla vulgata nostrana, è ben documentata la serie di misfatti compiuti, dopo il 1866 e fino al 1915, da sloveni, coati e serbi contro gli italiani. Basti pensare l’attacco a Trieste, il 13 luglio del 1868, al grido di “fuori gli italiani e fuori gli ebrei”, i ripetuti attacchi nei moti per l’Università italiana, le devastazioni nelle sedi di giornali italiani e del monumento di Verdi.
Il secondo esodo, anch’esso precedente al fascismo, di circa ventimila persone, fu susseguente al trattato di Rapallo tra il Regno d’Italia e il neocostituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. In tale documento si stabiliva che la protezione della minoranza italiana sarebbe stata assicurata dal governo jugoslavo, una protezione che invece non ebbe mai luogo.
Alla fine degli anni Trenta, un esponente serbo della monarchia jugoslava pianificò la pulizia etnica di tutte le minoranze nazionali del Regno dei Karadjordjevic. Costui, Vaso Cubrilovic, divenne stretto collaboratore di Tito, che l’approvò nei confronti di quella italiana nel novembre 1943, a seguito dell’annuncio dell’armistizio di Cassibile dell’8 settembre, poi attuata criminalmente soprattutto nel dopoguerra, tra il 1945 e il 1947, con la già citata connivenza di Togliatti e dell’intero Pci.
I massacri, come peraltro è ben noto, vennero a lungo da noi ignorati, ma dopo l’approvazione della legge del Giorno del Ricordo, è stato difficile ai più negare i crimini commessi dalle orde partigiane di Tito a Triesta, Istria, Dalmazia contro nostri connazionali inermi, soprattutto, è bene ribadirlo, a guerra finita. Eppure, come già dato cenno, non è mancato chi si è impegnato a ridimensionare, a giustificare, ad annacquare l’enorme dimensione di tali crimini, arrivando a sostenere che si trattò non di una preordinata “pulizia etnica” bensì solo politico-ideologica. E come se ciò rappresentasse un buon motivo per commettere quegli atti criminosi!
Peccato che nel febbraio di nove anni fa, il nostro Presidente della Repubblica, che pure aveva avuto parole durissime contro i crimini commessi allora commessi a danno degli italiani, successivamente, nel contesto di un incontro a Trieste con l’omologo sloveno, abbia concesso un’onorificenza al noto negazionista della minoranza slovena Boris Pahor, il quale successivamente aveva ad affermare sulla stampa che “le foibe sono una balla”!
Purtroppo, ancorché ben noto e documentato che i crimini titini furono compiuti principalmente − come innanzi già ricordato − a guerra finita, tra il 1945 e il 1947, come, ahimè, non ripensare alla massima onorificenza conferita dall’allora presidente Saragat all’infoibatore di italiani, Josip Broz Tito! Il successivo rifiuto omertoso di ritirare la vergognosa concessione al massacratore di italiani costituisce uno degli atti più disonoranti della dignità nazionale, commesso da un Presidente della Repubblica e mantenuta a tutt’oggi dai suoi successori. E a tal proposito ritorna in mente quanto dichiarato da un osservatore dalmata nel lontano1905: “Non è possibile trovare tutori più eloquenti e tenaci dei diritti affermati dagli stranieri contro l’Italia: è da popoli negletti e stolti dubitare senz’altro del proprio diritto, esaltando l’altrui”.
Venendo ad esporre succintamente ai fatti, la ricorrenza del 10 febbraio come “Giorno del Ricordo”, istituito con legge 30 marzo 2004, n. 92, a cui è associato il rilascio di una medaglia commemorativa destinata ai parenti delle persone soppresse e infoibate in Istria, a Fiume e in Dalmazia oltre che nelle zone dell’attuale confine orientale, rileva dalla data del 10 febbraio 1947, giorno della firma del Trattato di pace a Parigi, un trattato “capestro” imposto da parte degli Alleati nei confronti dell’Italia, che di certo non teneva alcun conto della cobelligeranza dopo l’8 settembre, tant’è che il governo di allora, presieduto da De Gasperi, nutrì molte perplessità nell’accettarlo. Infatti, con il trattato di Parigi veniva assegnata alla Jugoslavia l’Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia, già facenti parte dell’Italia.
Ma questa è tutta un’altra storia, la deleteria storia scaturita da Yalta!
ANALOGIE E DIFFERENZE: NOTE CONCLUSIVE
Stabilire delle analogie tra i due orrendi genocidi del Novecento − tralasciando quello dei gulag sovietici, il che esulerebbe da questa trattazione − l’olocausto e le foibe, così come innanzi tratteggiati non tanto negli elementi fattuali, pure importanti ai fini commemorativi, quanto piuttosto negli aspetti più prettamente causali − dottrinari, sociologici, nazionalistici, ecc. − non appare impresa certo semplice, ma un dato emerge inequivocabilmente, vale a dire che, a parte il diverso dato quantitativo sotto il profilo omicidiario, è proprio l’efferatezza, l’inumanità dei crimini commessi che tragicamente li accomuna e insanguina mostruosamente il secolo scorso.
Ma a voler ricercare delle differenze, un dato emerge con chiarezza, cioè il substrato motivazionale profondo che li ha animati, nell’un caso proveniente da lontano nella sua tragica, sproporzionata idea di superiorità razziale, risalente addirittura a rituali occulti e di farneticante diversa estrazione mistica a fronte di quella giudaico-cristiana: e tutto ciò succedeva nella civilissima Germania, patria della più eminente filosofia dell’800!
Nell’altro caso, quello della vergognosa “pulizia etnica” titina, non emergono ragioni “filosofiche” di sorta, sottofondi ideologici o questioni di superiorità razziale, bensì elementi causali di rivendicazione territoriale da una parte e di necessità di espulsione del “corpo estraneo” dall’altra, una qualificazione sostanzialmente di carattere nazionalistico, dal contesto etnico di una presunta omogeneità statuale, che poi si rivelerà effimera finendo per implodere a tempo debito, con la frantumazione in vari stati nazionali, assieme alla disintegrazione dell’Unione Sovietica.
Concludere adeguatamente un lavoro del genere ci riporta necessariamente ad alcune ulteriori considerazioni sul secolo scorso, per certi versi il secolo “maledetto” ma anche quello dello start verso nuovi traguardi dell’umanità.
Non vi è dubbio che il Novecento − così come ha ricordato un prestigioso autore − nient’affatto monolitico, presenta una serie molto ampia di sfaccettature, il secolo più “lungo” e “largo” di quanto si potesse immaginare ancora alla fine degli anni Ottanta sull’onda travolgente delle reazioni politiche ed emotive suscitate dal collasso del comunismo in Europa, che si è concluso nel segno di un’estrema incertezza. Se, in positivo, esso si è contraddistinto per la seconda rivoluzione tecnologica, per le conquiste scientifiche, per i progressi nel campo della medicina e, soprattutto per aver inaugurato − con le esplorazioni e le conquiste spaziali − quella che è ormai nota come “l’età cosmologica”, non meno che per l’affermarsi in massima parte della forma di Stato di democrazia classica occidentale e della liberal-democrazia, in negativo, tuttavia, il peso delle due guerre mondiali, dei molteplici conflitti locali e civili, dei totalitarismi e degli stermini di massa, ha fatto sì che molte opere di sintesi presentassero, nei titoli, un quadro tragicamente emblematico del secolo.
Sul bifrontismo del Novecento si e interrogato anche Marcello Veneziani, il quale − chiedendosi se esso sia stato il secolo dell’affermazione dei diritti umani, del benessere, della libertà e della democrazia, oppure quello più terribile della storia umana − lo ha definito un “secolo mostruoso”, con riferimento all’etimo latino monstrum che accoglie sia l’accezione positiva di “prodigio” che quella negativa di fenomeno orribile e contro natura.
Alla fine di questo tragico excursus, a carattere strettamente indagativo e nient’affatto retorico o apologetico, che intende semplicemente apportare eventuali ulteriori elementi di valutazione storico-critica, suscitando magari più interrogativi che certezze, su un periodo abnorme della storia umana, la mia speranza è quella di aver prodotto qualche motivo di riflessione in più o perlomeno un deposito della memoria storica sottratta
(**) Leggi qui la seconda parte
di Francesco Giannubilo