È morto l’ex dirigente del Sisde Bruno Contrada

venerdì 13 marzo 2026


È morto a Palermo Bruno Contrada. L’ex dirigente di polizia e numero tre del Sisde aveva 94, anni. È stato al centro di trent’anni di processi, poi è arrivata la sentenza della Corte per i diritti dell’uomo per l’ingiusta detenzione. Ha raccontato la propria esperienza nel libro di memorie, La mia prigione. Napoletano ma palermitano d’adozione ha svolto la sua carriera nel capoluogo siciliano e ha percorso tutte le tappe dell’investigatore da dirigente di polizia ad alto funzionario dei servizi segreti nell’ arco di un trentennio. Accusato di concorso esterno alla mafia venne condannato a 12 anni di carcere finiti di scontare nel 2012. Arrestato, la vigilia del Natale 1992, l’anno delle stragi palermitane, poi a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, Contrada era stato condannato a 10 anni di carcere il 5 aprile 1996. Sentenza ribaltata in Corte d’appello il 4 maggio 2001: assolto. La Cassazione ha rinviato gli atti a Palermo. Poi la nuova condanna a 10 anni nel 2006, dopo 31 ore di Camera di consiglio della Corte d’appello palermitana, e la conferma della Cassazione l’anno successivo. Quindi il carcere, i domiciliari e poi la fine pena nell’ottobre 2012.

Sono poi cominciati i tentativi di revisione del processo e gli appelli alla Corte di Strasburgo per i diritti umani. L’Italia venne condannata due volte: nel febbraio 2014 perché il detenuto non doveva stare in carcere quando chiese i domiciliari per le sue condizioni di salute e poi perché l’ex poliziotto non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa in quanto, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non “era sufficientemente chiaro”. Contrada in questi anni ha sempre combattuto per ‘‘salvaguardare – diceva – l’onore di un uomo delle istituzioni’’. ‘‘Voglio l’onore che mi hanno tolto, non ho perso fiducia nello Stato’’, ripeteva. Dopo un’altra lunga battaglia giudiziaria la prima sezione della Corte d’Appello di Palermo, ribaltando la decisione della seconda sezione, dopo l’annullamento con rinvio da parte della Corte di Cassazione, accolse la domanda di Contrada di riparazione per ingiusta detenzione riducendo l’entità dell’indennizzo a 285.342 euro. Sentenza confermata dalla Cassazione nel 2023.

“Più che un assistito Bruno Contrada è stato un caso umano e professionale per me di grande importanza”. Così l’avvocato Stefano Giordano, per tanti anni legale dell’ex numero tre del Sisde, ricorda il suo assistito morto a Palermo. Giordano lo ha appreso a Caltagirone dove ieri sera ha partecipato a un confronto sul referendum sulla giustizia. E dice: “È stato il simbolo di uno Stato che nega i diritti e di ciò che può accadere quando lo Stato dimentica sé stesso, i propri obblighi, i propri limiti, le proprie regole fondamentali e si abbatte su un cittadino con tutto il peso della sua forza”. Giordano ricorda che la Cedu, Corte europea dei diritti dell’uomo, ha condannato l’Italia in tre occasioni. Nel febbraio del 2014, per violazione dell’articolo 3 della Convenzione. “Contrada era gravemente malato e tuttavia lo Stato gli negò, ripetutamente, le misure alternative alla detenzione, imponendogli un regime carcerario incompatibile con le sue condizioni di salute. I giudici di Strasburgo qualificarono questo trattamento come inumano e degradante. Nell’aprile del 2015 l’Italia venne condannata per violazione dell’articolo 7: Contrada era stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, reato che all’epoca dei fatti non era ancora sufficientemente definito nella giurisprudenza italiana”.

L’Italia è stata condannata per la terza volta nel maggio del 2024, per violazione dell’articolo 8. “Le sue conversazioni telefoniche – ricorda il penalista – erano state intercettate nel 2018 nell’ambito di un procedimento nel quale non era nemmeno indagato”. Questi tre provvedimenti secondo il legale dimostrano un “accanimento che non trova giustificazione in alcuna logica di giustizia”. Dopo la sentenza del 2015, la condanna fu revocata. La Corte d’appello di Palermo riconobbe, ricorda Giordano, il suo “diritto alla riparazione per ingiusta detenzione con un indennizzo”. E questa era “una vittoria che non restituiva gli anni sottratti, non cancellava le sofferenze patite, ma ristabiliva almeno una verità: Contrada non doveva essere né processato né condannato per quei fatti”. “Non posso dimenticare – ricorda ancora Giordano – il trattamento che gli è stato riservato e la violazione delle regole ai suoi danni. Si arrivò perfino a una perquisizione ingiustificata della polizia di Reggio Calabria che venne interrotta solo quando chiamai i carabinieri”.


di Michele Perseni