venerdì 6 novembre 2026
Eureka. Il “campo largo”, secondo l’opinione di Elly Schlein, ha vinto le elezioni negli Stati Uniti puntando, come nella strategia della segretaria dei dem, sul voto delle minoranze e sulle ali estreme delle convinzioni politiche. Certamente i candidati democratici negli Stati Uniti si sono avvalsi della consulenza strategica dei spin doctor mandati dall’Italia. Occorre, per vincere le elezioni, puntare sul target degli elettori arrabbiati (quelli del “piove Governo ladro”) che vanno dai centri sociali, l’estrema sinistra, i grillini, gli islamici e i movimenti pro-pal. Ai cosiddetti centristi, che guardano a sinistra, basterà riservare, ai capi bastone, alcuni scranni alla Camera e al Senato per affrancarsi anche il loro voto. Mi costa dirlo, ma la Schlein ha perfettamente ragione! È per questa ragione che in politica come in economia operare con pragmatismo è indispensabile per raggiungere un risultato concreto. Il grande banchiere Enrico Cuccia, che era il grande stratega della vecchia Mediobanca, ebbe ad affermare che “le azioni si pesano non si contano”. Attraverso lo strumento dei patti di sindacato, che per le società quotate in borsa dovevano e devono essere palesi, metteva d’accordo “il salotto buono della finanza italiana” i quali alleandosi tra di loro con i patti parasociale, anche con pacchetti azionari ridotti che sommati tra di essi determinavano la governance dei principali gruppi aziendali italiani diventando i “soci dominanti”.
Uniti si vince! In tutte le democrazie con sistemi elettorali maggioritari non si vince più con il voto del centro ma con i voti degli estremi. Anche in politica quindi i voti si pesano e non si contano. Con la riforma del sistema elettorale, diventata legge, con “lo Stabilicum” ogni voto pesa per vincere le elezioni del 2027; e ottenere in Parlamento una solida maggioranza, grazie al premio previsto dalla riforma che prevede 70 seggi in più alla Camera dei deputati e 35 al Senato della Repubblica. Le opposizioni hanno inondato di ricorsi, avverso la riforma elettorale, presso la Corte costituzionale che si dovrà pronunciare sulla costituzionalità della riforma. I punti sui quali le opposizioni contano di riuscire a scardinare la nuova legge elettorale sono essenzialmente: l’eccessivo premio di maggioranza, l’indicazione del premier che violerebbe la prerogativa costituzionale che spetta al capo dello Stato l’indicazione del presidente del Consiglio e le modalità di elezione dei senatori che dovrebbero essere calcolati su base regionale. Per gli oppositori della riforma, indicare nella scheda elettorale il premier designato dalla coalizione, viola i poteri della guida suprema che risiede al colle più alto di Roma. L’ayatollah, a cui spetta l’ultima parola, non dovrebbe essere influenzato dalla volontà espressa dal popolo sovrano nelle urne. L’obiettivo dei ricorrenti è quello di non consentire al Paese: di avere un chiaro vincitore alle elezioni e un Governo stabile espressione della volontà del popolo sovrano. Molto meglio per loro un potenziale pareggio alle urne. Maestri, come sono, nei giochi di Palazzo, che con la sponda “benevola” del Quirinale, si creerebbero ancora una volta le condizioni per la formazione dei cosiddetti “Governi tecnici” o Esecutivi del presidente nei quali ovviamente sarà privilegiato il ruolo nell’Esecutivo delle sinistre.
Le opposizioni sono ancora più bravi nell’imbarcare nella coalizione chiunque possa essere funzionale a non far vincere il centrodestra. Per loro, nulla osta al fatto che non hanno un programma comune, l’importante è non far governare i conservatori. È quindi dirimente il fatto che gli attuali alleati di Governo diano spazio a quelle formazioni di centro che non accettano l’idea di Governi improntati: ad aumentare le imposte, ritornare al reddito di cittadinanza, aprire le frontiere senza filtri agli immigrati e al salario come “variabile indipendente”. Mai dire mai anche nei confronti di Futuro Nazionale che a tutt’oggi è, secondo i sondaggi, determinante per la vittoria del centrodestra. A conti fatti, se la corte costituzionale non dovesse mettere in discussione il premio di maggioranza, lo stesso ex generale sarebbe fondamentale per vincere le elezioni meno rilevante sarebbe il suo ruolo e la sua influenza nella futura coalizione di Governo.
di Antonio Giuseppe Di Natale