giovedì 5 novembre 2026
Karl Marx aveva affidato al proletariato industriale una missione storica di straordinaria importanza: liberare sé stesso e, attraverso la propria emancipazione, porre fine alla società divisa in classi. Il capitalismo avrebbe prodotto le condizioni della propria dissoluzione, concentrando la ricchezza e il potere economico nelle mani di una minoranza e alimentando le contraddizioni destinate a travolgerlo. La storia, tuttavia, non si è lasciata convincere del tutto. Nei Paesi industrializzati dell’Occidente, soprattutto nel corso del Novecento, una parte considerevole della classe operaia ha migliorato le proprie condizioni materiali, i salari sono aumentati, si sono diffuse l’istruzione, previdenza sociale, assicurazioni sanitarie, ferie retribuite e altre forme di tutela del lavoro che avrebbero sorpreso non poco un operaio della Manchester ottocentesca. Il proletariato non è scomparso, naturalmente, e neppure sono scomparse le disuguaglianze, ma la prospettiva di un suo progressivo impoverimento assoluto e di una conseguente rivoluzione nei Paesi capitalistici più avanzati non si è realizzato secondo lo schema atteso da molti marxisti.
Anche se Marx aveva formulato analisi più complesse di una semplice profezia di miseria crescente, resta però un fatto storico difficilmente contestabile: le grandi rivoluzioni comuniste del Novecento non hanno trionfato nei Paesi industriali più sviluppati, come avrebbe suggerito una lettura lineare del suo modello marxiano, bensì in società largamente contadine e attraversate da condizioni politiche assai differenti. In Occidente, durante il Novecento, gli operai hanno cominciato ad acquistare automobili, elettrodomestici, case e, qualche volta, perfino azioni. Non sono diventati tutti capitalisti, ma neppure sembravano particolarmente desiderosi di abbattere un sistema che, pur con molti difetti, consentiva loro di migliorare la propria esistenza. Per i rivoluzionari più fedeli alla promessa originaria si presentava dunque un problema imbarazzante: che cosa fare quando il soggetto incaricato dalla storia di compiere la rivoluzione non mostra più alcuna particolare intenzione di farla? Una risposta possibile sarebbe stata rivedere la teoria. Un’altra, assai più ingegnosa, consisteva nel cercare un nuovo soggetto rivoluzionario. Nel secondo dopoguerra, una parte della cultura marxista occidentale rivolse progressivamente l’attenzione verso altre forme di antagonismo: i popoli colonizzati, le minoranze oppresse, gli esclusi, i movimenti di liberazione nazionale, le società del cosiddetto Terzo mondo. Non si trattò di un processo unico né di una cospirazione organizzata. Vi confluirono esperienze storiche, riflessioni filosofiche e sensibilità politiche differenti, spesso animate anche da autentiche aspirazioni emancipatrici. Ma la conseguenza fu che la figura dell’operaio industriale occidentale perse una parte della propria centralità simbolica. Il conflitto fondamentale poteva essere cercato altrove: non più soltanto nella fabbrica, ma nei rapporti fra Nord e Sud del mondo, fra Paesi dominanti e Paesi subordinati, fra società occidentali e popolazioni che ne contestavano l’influenza.
Nel frattempo, proprio l’Occidente prendeva decisioni economiche destinate a modificare profondamente la propria struttura sociale. La globalizzazione commerciale e produttiva, soprattutto dopo l’integrazione della Cina nei mercati mondiali, offriva vantaggi considerevoli a consumatori, importatori e imprese capaci di organizzare la produzione su scala internazionale. Ma trasferiva anche attività industriali, competenze e occupazione verso Paesi nei quali i costi erano inferiori e le condizioni politiche e sociali profondamente diverse. I benefici sono stati reali, ma non sono stati distribuiti nello stesso modo dei costi. Per un consumatore acquistare un prodotto a prezzo più basso poteva essere conveniente; per un lavoratore che perdeva il proprio impiego, o per una città che vedeva scomparire il proprio tessuto industriale, quel vantaggio poteva rivelarsi una compensazione ben modesta. Non sono state dunque le contraddizioni inevitabili previste dal marxismo a determinare ogni successiva difficoltà delle classi lavoratrici occidentali. In molti casi sono intervenute scelte economiche e commerciali precise, compiute da governi e imprese che sottovalutavano le conseguenze sociali e strategiche delle proprie decisioni. Proprio qui si manifesta un primo paradosso: l’Occidente aveva favorito l’integrazione economica della Cina anche nella convinzione che il capitalismo, la crescita della ricchezza e l’espansione dell’impresa privata avrebbero progressivamente favorito una trasformazione politica del paese in senso liberale. Era una convinzione rassicurante, ma storicamente tutt’altro che inevitabile.
Fra il 1933 e il 1939, la Germania nazista aveva già mostrato che proprietà privata, grandi imprese e ricerca del profitto potevano convivere con la distruzione delle libertà politiche. Il regime hitleriano subordinò progressivamente l’economia ai propri obiettivi di riarmo e di potenza, senza per questo abolire il capitalismo privato. Alcune grandi imprese prosperarono mentre venivano eliminati il pluralismo politico e i sindacati indipendenti. La Cina contemporanea è una realtà storica radicalmente diversa dalla Germania nazista, e sarebbe insensato confondere per altri aspetti i due regimi, ma il precedente tedesco avrebbe dovuto rendere più prudente una convinzione: che l’espansione del capitalismo conduca necessariamente all’espansione della democrazia. In realtà, in entrambe le circostanze la storia ha dimostrato che profitti e capitali privati possono prosperare anche in assenza della libertà politica. Dopo la morte di Mao, il Partito comunista cinese ha progressivamente perso quanto lo caratterizzava come tale ammettendo la proprietà privata dei mezzi di produzione. Pur conservando il monopolio politico del paese, ha consentito lo sviluppo di un’economia nella quale potevano operare grandi imprese private, patrimoni miliardari, mercati finanziari e forme di accumulazione della ricchezza difficilmente conciliabili con l’immagine tradizionale di una società comunista.
Il comunismo cinese ha dunque subito una trasformazione profonda, senza che il partito rinunciasse al potere. Ha modificato radicalmente gli strumenti economici, conservando il controllo politico. L’Occidente, invece, ha contribuito a rafforzare economicamente e industrialmente una potenza che non ha seguito la traiettoria politica sulla quale molti avevano scommesso. Abbiamo acquistato prodotti a buon mercato e ceduto, in alcuni settori strategici, capacità produttiva e autonomia. La Cina ha utilizzato l’integrazione internazionale per accrescere la propria forza, senza ritenere necessario diventare una democrazia liberale. Non è stata la Cina a imporci la globalizzazione. Sono state le nostre società a scegliere le condizioni della propria partecipazione, confidando troppo spesso che gli interessi economici avrebbero finito per produrre anche una convergenza politica. Il risultato è che oggi una parte delle tensioni sociali occidentali deriva da decisioni assunte proprio durante una stagione nella quale il capitalismo sembrava aver definitivamente vinto la propria competizione con il comunismo. Dopo il crollo del comunismo in Unione Sovietica, alcuni hanno visto nella Cina una possibile risposta alla domanda che era inevitabile porsi.
Se il proletariato industriale occidentale non aveva realizzato le aspettative originarie e se una parte della sinistra radicale continuava a considerare la società liberaldemocratica un ordinamento da superare, dove poteva cercare nuove energie di mobilitazione? Per quanto il Partito comunista cinese continuasse a definirsi “comunista”, La Cina assomigliava ormai troppo a un una società sfrenatamente capitalista, seppur priva di democrazia. Una risposta venne dunque individuata nelle lotte antimperialiste, nei conflitti postcoloniali e nelle rivendicazioni delle popolazioni provenienti dalle regioni più povere del mondo, su cui anche il comunismo sovietico aveva sempre cercato di far leva per rafforzare la sua posizione geopolitica. È a questo punto che si pone la questione di ciò che si può legittimamente chiamare “islamcomunismo”. Non si tratta naturalmente di una dottrina coerente: sarebbe difficile immaginare una sintesi teorica convincente fra il materialismo storico marxista e una concezione religiosa della società fondata sulla sovranità divina. Le divergenze riguardano il fondamento dell’autorità, il ruolo della religione, i diritti individuali, la condizione delle donne, la libertà di coscienza e molti altri aspetti essenziali dell’organizzazione sociale.
Con il termine “islamcomunismo” non si designa dunque una filosofia politica organica, ma una possibile convergenza politica fra settori della sinistra rivoluzionaria postmarxista e movimenti islamisti che individuano nell’ordine politico occidentale un avversario comune. Alcuni gruppi postmarxisti hanno considerato la mobilitazione di popolazioni socialmente marginalizzate e la collaborazione con movimenti islamisti come strumenti per recuperare una prospettiva rivoluzionaria che il proletariato occidentale non ha realizzato. Il sostegno a un’immigrazione sostanzialmente incontrollata, pur non dimostrando da sola l’esistenza di un progetto rivoluzionario, ne costituisce tuttavia una premessa necessaria; e quando organizzazioni di matrice marxista rivoluzionaria manifestano un sostegno esplicito a movimenti islamisti, la contraddizione merita di essere indagata. Perché un movimento che si richiama all’emancipazione dall’autorità religiosa dovrebbe allearsi con un movimento che intende attribuire all’autorità religiosa un ruolo fondamentale nel governo della società? La risposta potrebbe essere molto meno filosofica di quanto ci si aspetterebbe, proprio perché entrambi ritengono di avere, almeno temporaneamente, un nemico comune. E qui entra in gioco un secondo paradosso, ancora più significativo.
Non è affatto necessario che i due alleati condividano la stessa strategia finale. Al contrario, ciascuno può pensare di servirsi dell’altro. Il rivoluzionario marxista può immaginare di utilizzare la mobilitazione islamista per indebolire l’ordine politico esistente; l’islamista può immaginare di utilizzare le reti organizzative, il linguaggio e le protezioni politiche della sinistra radicale per accrescere la propria influenza. Entrambi possono credere di essere destinati a prevalere una volta raggiunto l’obiettivo immediato. La storia, tuttavia, ha già offerto un esempio particolarmente istruttivo di ciò che può accadere quando movimenti rivoluzionari profondamente incompatibili si uniscono contro un avversario comune, ed è quanto accadde nel 1979 in Iran.
di Gustavo Micheletti